Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


1 aprile 2013

PIAZZE

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Pietro Pagliardini

Piazza pulita, mettere i propri affari in piazza, fare una piazzata, piazza telematica, scontri di piazza, mi sono messo sulla piazza, Piazza Italia, scendere in piazza, processi di piazza, riempire le piazze, Piazza Affari: il linguaggio comune e quello politico e giornalistico ci racconta che la piazza è rimasta nell’immaginario collettivo, anche con valenze negative, il luogo pubblico per eccellenza, il luogo in cui si condensano i rapporti sociali tra gli individui e si esprime l’appartenenza di ciascun individuo ad una civitas. Piazza è il simbolo di comunità, locale il più delle volte ma anche nazionale, in occasione di grandi manifestazioni pubbliche e addirittura universali nel caso di Piazza San Pietro, luogo di riferimento per milioni di persone di ogni continente.

In piazza si commercia, si discute, si manifesta, ci si mette in gioco, più nelle intenzioni e nei ricordi che nei fatti però. Nel linguaggio comune, ma anche nella pratica urbanistica, la piazza è mitizzata oltre ogni misura e quasi trasfigurata fino a perdere ogni connotazione fisica, ogni aggancio con la realtà urbana. Il significato metaforico prevale largamente su quello di luogo fisico e storico della città.

Questa frase di Baricco è sintomatica in questo senso:

"Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte, se solo ti avessero insegnato, piuttosto, a essere felice rimanendo immobile. Tutte quelle storie sulla tua strada. Trovare la tua strada. Andare per la tua strada. Magari invece siamo fatti per vivere in una piazza, o in un giardino pubblico, fermi lì, a far passare la vita, magari siamo un crocicchio, il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo, a un certo punto, per la nostra strada, quale strada? Sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto".

Il posto per eccellenza è la piazza, anche se poi in piazza non ci sta quasi mai nessuno, se non in particolari eventi e circostanze. Un collega, Danilo Grifoni, osservava che le piazze sono affollate ai bordi, quasi mai al centro. Si prenda Piazza del Campo a Siena: chi sta al centro, a parte i turisti? La vita si svolge ai margini, cioè lungo la strada, laddove ci sono attività o edifici pubblici importanti. E Baricco sembra non tenere conto del fatto che le piazze senza le strade non esistono. Se è lecito in letteratura, non è invece lecito nella lettura della città, che esiste anche in assenza di piazza, e non solo nei paesi extra-europei, come spiega Marco Romano che attribuisce alla storia urbana europea “l’invenzione” della piazza, ma anche da noi, dove esistono borghi lineari che non hanno piazza. Ma non solo borghi lineari: Arezzo, la mia città, spiegava con gusto del paradosso il prof. Piero Ricci “è quella città che ha come unica piazza un semaforo”, per il fatto che la gente si concentrava e si concentra tutt’ora, nell’incrocio tra le due strade più importanti, una pedonalizzata, la strada del passeggio, dello struscio, e l’altra carrabile, dove c’è un semaforo ma, incredibilmente, non c’è una piazza.

La piazza risiede più che mai nella mente: in quella di sindaci che dichiarano di volerne 50 o 100 ad ogni campagna elettorale, e in quella degli architetti, che ad ogni concorso attribuiscono il nome di piazza ai luoghi più improbabili: interni di edifici, edifici senza interni, vuoti destrutturati, ma molto ben renderizzati, residuali tra edifici messi a caso secondo un “gusto” geometrico-astratto, spiazzi marginali aperti delimitati dal vuoto intorno.

Non esiste invece, dicevo prima, una città senza strade e infatti le nostre periferie post-belliche non sono città proprio per la programmatica prima, abitudinaria adesso, mancanza di strade, nell’accezione tradizionale del termine. E se non esistono le strade non possono esistere nemmeno le piazze, quindi è inutile fare concorsi per piazze che non possono esserci laddove non esiste un organismo urbano con un sistema circolatorio strutturato in grado di alimentare i vari organi vitali. Inutile anche, anzi dannoso, laddove le piazze già esistono, proporre interventi di così detta riqualificazione, la quale si risolve in vacuo arredamento d’esterni generalmente estraneo e dissociato dai caratteri del luogo, esercizi di fantasie grafiche con supponenti ambizioni artistico-decorative, sempre ben renderizzate, che fanno perdere il sapore originario senza riuscire a sostituirlo con uno nuovo che non sia di astratto design da stand fieristico: segni di pura grafica nella pavimentazione del tutto priva di significato, accostamento di materiali da pavimentazione diversi, immancabile fontana e panchine e poi le scale affollatissime, nei rendering, di giovani, qualche stento alberello perché il verde arreda e scaccia l’horror vacui.

Se qualcuno volesse riconoscere in questa descrizione una piazza a lui nota si metta in pace, non è così. E’ che sono tutte eguali e non c’è bisogno di pensare a qualcuna in particolare. Ne vedi una, le hai viste tutte. Le piazze storiche invece sono tutte diverse tra loro e tutte riconoscibili perché diversa è la loro conformazione spaziale rispetto alla città, diversa è la forma, diverse le cortine degli edifici che le circondano.

Il verbo della piazza è stare, quello della strada andare. La vita è andare (in poesia e in letteratura è stare) e andando lungo una strada si può capitare in una piazza dove eventualmente stare. La piazza è per i giorni di festa o per le occasioni speciali, la strada è per la quotidianità, per i giorni feriali. Con molte eccezioni, come la piazza del mercato. Ma la piazza non può essere in un luogo qualsiasi, in base alla volontà di arredare un vuoto o di destinarvi una funzione. Le funzioni passano ma la piazza resta e se non è nel posto giusto tornerà rapidamente ad essere solo un vuoto.

Scrive Marco Romano nel suo libro appena uscito Liberi di costruire, Bollati Boringhieri:
I sostenitori dei principi sui quali riposa la pianificazione rimarranno sconcertati dal fatto che il piano di una nuova città non abbia nulla a che vedere con la destinazione d’uso degli isolati tracciati dalla nuova rete di strade e di piazze, dove tuttavia non sussistono motivi per stabilire le famose prescrizioni funzionali che sono il loro pane quotidiano. Che la città possa venire immaginata come un complesso di funzioni, alla guisa del corpo umano, è precisamente la metafora organicista che ha legittimato la pianificazione moderna, ma le cose non stanno con ogni evidenza così, perché la consistenza materiale dell’urbs – quella che ne incorpora la sfera simbolica e il significato civile – viene disegnata e costruita con la pretesa di durare per sempre, proprio perché alla sicurezza della nostra appartenenza alla civitas e alla presunzione della sua durata nel tempo noi ancoriamo la speranza di sopravvivere nella memoria dei nostri discendenti (…) mentre l’utilizzazione dei fabbricati che oggi ne occupano le aree intercluse tra strada e strada, tra una sequanza e l’altra, è destinata a durare molto meno, sostituita nel tempo da altre utilizzazioni, com’è stato in questi ultimi mille anni…”.

Per inciso, credo che la metafora che Romano chiama organicista riferita alla pianificazione moderna, sia in verità una metafora meccanicista, in pieno accordo con il dettato del capo, Le Corbusier. Ma è solo una questione nominalistica.
Per cercare di ripassare l’essenza e il significato del luogo piazza, cercherò di mettere insieme, in post successivi, brani significativi di vari autori, senza la minima pretesa sistematica tanto meno didattica, ma come pro-memoria. Spero anche di fare ricorso ad autori e architetti moderni e contemporanei, per cercare di capire cosa essi intendano per piazza ma soprattutto come, su quali presupposti, essi arrivino a collocarla nello spazio urbano.


7 commenti:

Alessandro Cinelli ha detto...

Caro Piero, hai messo il dito in una delle piaghe più classiche del "fare" architettura e urbanistica dell'oggi e del recente passato. Il lecorbusierismo (dico così perchè a me ancora Il Corvo, per tante cose, piace) e il movimento moderno hanno creduto di poter progettare piazze in ogni dove dimenticandosi quella che è la morfologia urbana, ovvero quel sistema non proprio semplice da capire, fatto di strade, percorsi, volumi, facciate, funzioni (ci infilo anche queste)ecc. ecc. la cui sapiente miscela può creare dei luoghi dove le persone sostano per qualche motivo. Non bastano spazi contornati da belle architetture perchè il sistema territoriale è prioritario. Anzi, prima esistono luoghi dove gli uomini si incontrano per commerciare, discutere, fare giustizia (il foro) ecc. ecc., in genere alla intersezione o come capolinea di percorsi preesistenti e poi qualcuno pensa di arricchire luoghi già frequentati (proprio perchè molto usati)con adeguate architetture. Una piazza è come un fungo. Un porcino nasce solo se sottoterra esiste un reticolo di ife ben strutturato. Se pianti semplicemente un porcino nel terriccio, dopo poco marcisce e le spore che cadono muoiono. Molte piazze nate sul nulla sono diventate lande desolate sporche e degradate perchè gli architetti che le hanno pensate non avevano idea di come nasce una piazza.

Pietro Pagliardini ha detto...

E te Alessandro hai spiegato molto bene le cosa. Spero di avere il tempo per trovare i testi di molti autori sulle piazze. Certamente la prenderò con una certa calma, ma ci dovrei riuscire visto che almeno quattro nomi li ho già in mente e so dove cercare. Per gli altri dovrò impegnarmi di più.
Ciao
Piero

Anonimo ha detto...

Sul tema segnalo l'ultimo libro di:
Gian Carlo Consonni, La bellezza civile - Splendore e crisi della città. Maggioli Editore, 2013. ISBN 978-88-387-6210-9.
E anche altri dello stesso autore.
Saluti
Antonio C.

ettore maria ha detto...

una "piazza", fine a se stessa non è una piazza. Una piazza che appartiene ad un sistema (sequenza urbana) di spazi gerarchicamente differenziati ed interconnessi è una piazza. Una "piazza" priva del senso di contenimento dello spazio non è una piazza, ma un vuoto urbano. Una piazza all'interno di un contesto che prevede strade sovradimensionate non è una piazza, ma un grande vuoto urbano, un luogo che visto dal satellite può anche avere una forma (vedi le "piazze" dell'EUR) ma che in realtà è un "non luogo", per usare un termne caro ai modernisti. Una piazza è un luogo protetto, raramente, o praticamente mai, nella città preottocentesca la piazza si trova in asse con la strada, principale, perché la piazza deve accogliere e proteggere le persone dal flusso di traffico, dalle carrozze alle automobili non passa grande differenza. E poi occorre che una piazza abbia degli edifici, almeno uno, che ne giustifichino l'esistenza. Mettiamola così, la città è come una grande dimora, dove le strade sono i corridoi e le piazze le diverse stanze. Rimando per un approfondimento al mio vecchio post sulle strade, dove affrontavo diversi "tipi" di città leggibili a Roma

Pietro Pagliardini ha detto...

Meglio non avresti potuto sintetizzare. Appena avrò tempo farò il link al tuo post.
Ciao
Pietro

ettore maria ha detto...

grazie Pietro!

Anonimo ha detto...

beh non è vero che di solito al centro delle piazze non c'è mai nessuno eccetto i turisti. secondo me una delle piazze più belle di Firenze (e una delle piazze più belle che io conosca in generale) e Piazza della Repubblica.Lo so , vado controcorrente perché solitamente Piazza Signoria è ritenuta la piazza più bella di Firenze, ma a me piace proprio Piazza della Repubblica.Con le sue arcate, la libreria, i ristoranti, quella meravigliosa giostra che ha un qualcosa di nostalgico, le bancarelle o i tendoni dove c'è sempre qualcosa che si offre al passante e le panche di pietra piazzate appunto nel bel mezzo della piazza dove spesso e volentieri mi siedo e con piacere, puntando lo sguardo in alto,scorgo la punta della cupola,magari mangiando le castagne comprate dal venditore ambulante e guardando i bambini girare in quella bella ed elegante giostra....

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