Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


5 novembre 2012

PALAZZO SULLA FONTE: NO AL FALSO STORICO

Pubblico il commento al post precedente inviatomi dall'amico Franco Lani, Progettista e Direttore dei Lavori della ricostruzione del Palazzo sulla Fonte, a nome anche degli altri progettisti prof. Arch. Andrea Branzi e Arch. Antonio Bigi.
A fine commento un elenco incompleto di post correlati al "falso storico"

A Giulio Rupi

Di solito evito di polemizzare sull’architettura e specialmente on-line, per tanti motivi ma principalmente perché credo che qualsiasi produzione artistica (com’è anche l’architettura) debba essere considerata “opera aperta” (Umberto Eco) e che quindi ognuno ha il diritto di dialogare con essa a suo piacimento e di fare le considerazioni secondo le proprie sensibilità …..

Andrea Branzi

Ho pensato però che Giulio meritasse una risposta (che egli stesso chiede), non solo perché è un carissimo amico che stimo profondamente, ma per fargli presente che, in questo caso, ha di gran lunga frainteso le nostre intenzioni. Se avesse visto forse il progetto completo e non si fosse soffermato esclusivamente sulla “risega”, non avrebbe espresso questo giudizio ed avrebbe compreso ( anche se magari non apprezzato) il nostro intendimento.

Brevemente: mai e da nessuno di noi progettisti è stata pensata questa piccola discontinuità (circa 6 cm) delle pareti della ricostruzione rispetto all’esistente per “dare ….dignità di fatto storico alla bomba…”, ma, insieme ad altri accorgimenti quali: un intonaco diverso da quello dell’edificio superstite, un sottotono di colore, la previsione d’infissi esterni ad un’anta-ribalta in bronzo, ecc…, si vuole sottolineare semplicemente che questa parte dell’isolato non è coeva all’esistente.
Invece di riproporre cioè una ricostruzione-copia perfetta dell’edificio distrutto (anche se lo potevamo fare perché in possesso di foto e disegni antecedenti il bombardamento) abbiamo optato per una soluzione che, com’è stata definita dalla Commissione d’esperti del Ministero della Cultura, “ denunciasse garbatamente l’avvenuta ricostruzione mediante un consapevole intervento moderno, dove l’identificazione con il passato resta essenzialmente legata alla volumetria , all’articolazione dei prospetti e al modo di trattare le superfici……”.

Non si tratta quindi di aver voluto storicizzare drammaticamente l’evento distruttivo (come invece è stato fatto nella ricostruzione dei palazzo dei Georgofili a Firenze) ma non abbiamo però voluto aggiungere al nostro centro storico un ulteriore falso architettonico come successo ampiamente nei primi decenni del ‘900 su buona parte di esso tant’è che oggi d’autentico medioevale ha ben poco. Ci siamo in sostanza avvalsi della metodologia corrente nel restauro e ricostruzione delle opere d’arte (vedi il restauro degli affreschi di Piero o il recupero di bassorilievi o la ricomposizione dei reperti di vasellame) laddove si ricostruiscono e definiscono i volumi, le superfici e i colori delle parti mancanti tralasciando la definizione dei dettagli anche se conosciuti.

Vorrei infine tranquillizzare il simpatico Ettore Maria, che non ho il piacere di conoscere, ricordandogli che l’età di noi progettisti è tale da rendere improbabili “riseghe” ancorché “mentali”.

Franco Lani


POST CORRELATI AL "FALSO STORICO"

Riflessioni sul Falso storico
Il tabù del falso in archittetura
Ma solo l'antico è falso?
Gli architetti con il falso sempre in bocca
Dov'era, com'era
De corrupta aedificandi ratione, ovvero come progettare falsi e vivere felici

4 commenti:

Pietro Pagliardini ha detto...

Caro Franco
in verità tu confermi quanto scritto da Giulio, l'aver dato cioè alla "bomba" il diritto di incidere per sempre, anche se per soli 6 cm di "risega" e per qualche colore sottotono, sul centro storico di Arezzo.
In verità il richiamo che tu fai alla metodologia del restauro delle opere d'arte è, a mio avviso, fuori tema (ben sapendo tuttavia che non te lo sei inventato e che sei anzi in buona e numerosa compagnia, compreso il Ministero), perchè rientra nella categoria della "conservazione" del bene piuttosto che del restauro, come ben spiega quel grande restauratore che è il Prof. Paolo Marconi. Assimilare l'architettura all'arte vuol dire estranearla dalla sua reale essenza che è fortemente legata alla funzione, è cioè in divenire continuo e non un oggetto statico, figlio unico del suo autore. L'architettura, gli edifici, sono figli di molti padri: il progettista, le maestranze, i committenti (che cambiano nel tempo), le norme stesse e non possono essere congelati ad un dato momento come un quadro d'autore appeso ad una parete. E per fare un esempio banale, se a casa tua si rompe una mattonella del bagno, tu ti premuri di cercarne una uguale e quando l'avrai rimessa, a tutto penserai fuorchè ad un falso storico. Lo stesso dicasi per l'esterno se devi cambiare un infisso.
Il restauro parziale di un edificio, come accenna Giulio nell'esempio del crollo di una cantonata, dovrebbe essere considerato come un'operazione di manutenzione straordinaria ma anche la ricostruzione di un edificio intero dovrebbe seguire la stessa sorte, a maggior ragione se ne esiste documentazione e non esiste ragione per non rifarla identica a prima.
Se la fai diversa scegli di segnare un discontinuità, che in questo caso è attribuibile appunto ad una bomba.
Tu hai una certa dimestichezza con il Giappone dove gli edifici venivano costruiti in legno. Non so lì ma in Cina non esiste nessun edificio storico che sia rimasto identico a sè stesso, proprio perchè costruiti in legno. Quando si ammalora qualche elemento costruttivo, questo viene tolto e sostituito con uno nuovo ma identico, non coevo ovviamente. Eppure tu vedi la Città Proibita e credi che sia lì da sempre. Hanno ragione i cinesi, una volta tanto.
Ciao
Piero

inarsindarezzo ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Alessandro Cinelli ha detto...

La commissione ministeriale ha detto di optare per una soluzione che “denunciasse garbatamente l’avvenuta ricostruzione mediante un consapevole intervento moderno, dove l’identificazione con il passato resta essenzialmente legata alla volumetria , all’articolazione dei prospetti e al modo di trattare le superfici……”.
Vien da chiedersi: "sarebbe stato possibile fare una cosa che non denunciasse l'avvenuta ricostruzione?" La risposta è una sola, ovvia, inevitabile e inconfutabile, "No!!". Chiunque abbia fatto restauro di monumenti sa che non è possibile ricostruire una cosa senza che si veda che è stata fatta in un'altra epoca. Chi pensa il contrario non ha mai avuto a che fare con i restauri. La malta del passato è un casino rifarla uguale. Gli intonaci non se ne parli. Gli infissi non si possono rifare uguali perché si va anche "contro legge" così come le strutture murarie. I colori, stessa cosa. Per le finiture lapidee di facciata stessa musica. Il tutto condito dal fatto che le maestranze edili di ora nulla hanno a che fare con quelle di una volta e tutti sanno come la mano del "muratore" sia fondamentale. Per continuare il discorso, pensiamo a quando capita di restaurare uno dei tipici edifici dei nostri centri storici. A me è capitato di individuare, all'interno ed esterno di un palazzo storico, delle murature chiaramente etrusche, dei muri medioevali, dei muri chiaramente fatti nel rinascimento e via via anche le aggiunte o i ripristini fatti fino al novecento. Nessuno di coloro che era intervenuto in quel palazzo si era mai sognato, però, di "denunciare garbatamente l'avvenuta ricostruzione" e anzi, ogni volta, si era evidentemente cercato di fare qualcosa che avesse una certa omogeneità di stile e di carattere, vuoi con nuovi linguaggi, vuoi con ricostruzioni che erano delle manutenzioni straordinarie (e cioè nel caso in cui si ripristinava l’esistente, come nell’esempio “cinese” fatto da Pietro).
Nella storia, quando, per esempio, vari edifici a schiera sono stati riuniti per fare un palazzo unitario (casi di cui anche Arezzo è piena), ci si è preoccupati di costituire una nuova facciata e un nuovo organismo senza “riseghe mentali”. Senza cioè la necessità di fare riseghe in corrispondenza di ognuna delle casette a schiera che erano state accorpate. Nonostante ciò, però, inevitabilmente i segni dell’accorpamento esistono ancora e ben visibili. Basta cercarli ed avere l’occhio da architetti. Evidentemente, invece, la risega fatta in questo caso denuncia una pessima opinione degli aretini in generale e anche degli architetti in particolare. Si è voluto cioè segnalare in modo molto banale ciò che comunque sarebbe stato impossibile da camuffare. Quella risega può essere utile per un turista giapponese che normalmente scambia le colonne doriche di plexiglass con gli originali in travertino. Per le normali persone di cultura, invece, potrebbe anche essere una offesa alla propria intelligenza.
Quindi delle due l’una. Ho si ricostruisce con un nuovo linguaggio (e in questo caso anche l’esistente viene modificato e senza bisogno di riseghe) oppure si ripristina e si evitano il più possibile soluzioni di continuità farlocche, senza tirare in ballo il “falso storico” che non c’entra niente.
Infine, ai cari e stimati amici progettisti del restauro invio una caloroso abbraccio e li autorizzo a pensare che le mie “veementi critiche” siano dettate dall’invidia del non avere io progettato quell’oggetto.
Con affetto, Alessandro

ettore maria ha detto...

Gent.mo Franco Lani,
vorrei chiarire che la mia battuta era rivolta ai signori della Soprintendenza, adepti della Carta di Venezia, e non a voi progettisti che, ritenevo, foste vittime delle discutibili imposizioni ideologiche che abbiamo qui in Italia più che altrove.
Detto ciò, però, resto colpito dalle sue affermazioni in risposta al simpatico testo di Giulio Rupi. Lei dice: “insieme ad altri accorgimenti quali: un intonaco diverso da quello dell’edificio superstite, un sottotono di colore, la previsione d’infissi esterni ad un’anta-ribalta in bronzo, ecc …, si vuole sottolineare semplicemente che questa parte dell’isolato non è coeva all’esistente.
Invece di riproporre cioè una ricostruzione-copia perfetta dell’edificio distrutto (anche se lo potevamo fare perché in possesso di foto e disegni antecedenti il bombardamento) abbiamo optato per una soluzione che, com’è stata definita dalla Commissione d’esperti del Ministero della Cultura, “denunciasse garbatamente l’avvenuta ricostruzione mediante un consapevole intervento moderno, dove l’identificazione con il passato resta essenzialmente legata alla volumetria, all’articolazione dei prospetti e al modo di trattare le superfici …”
e poi, ancora: “non abbiamo però voluto aggiungere al nostro centro storico un ulteriore falso architettonico come successo ampiamente nei primi decenni del ‘900 su buona parte di esso tant’è che oggi d’autentico medioevale ha ben poco”.
Lei crede davvero che a qualcuno – architetti adepti della Carta di Venezia e storicisti a parte – interessi davvero se un monumento sia integralmente quello originario o meno? Crede davvero che un monumento, se potesse parlare, si beerebbe di essere ricostruito “più o meno” com’era??
Poniamo il caso di un danno fisico al volto di una persona cara. Pensa che questa persona, e i suoi cari, possano essere davvero contenti di vedere la faccia ricostruita con un colore della pelle “simile ma non uguale” a quello originario? E se le saltasse un incisivo, preferirebbe un dente in oro, o uno identico a quello che saltato?
Purtroppo il lavaggio del cervello operato da Brandi (ma se vogliamo già da Boito) ad oggi fa sì che anche dei tecnici bravi, come mi sembra lei sia, credano in tutta buona fede di essere nel giusto proponendo certe cose. Io penso invece che dovremmo imparare da altre realtà (o semplicemente guardando più rispettosamente al nostro passato pre-modernista) e renderci conto che la ricostruzione com’era e dov’era non è un crimine contro l’umanità. In India si usano le stesse cave e le stesse tecniche per riparare, o ricostruire del tutto, i monumenti. La gente ha interesse per l’integrità del monumento e il suo significato assoluto, e non per la data delle fasi costruttive (o di restauro), queste sono sciocchezze che abbiamo codificato per ragioni che ben poco hanno a che fare con il bene dei monumenti e della storia, ragioni che il professor Marconi, in maniera molto dettagliata, e senza peli sulla lingua, ha più volte raccontato nelle sue più recenti pubblicazioni inclusa la splendida introduzione che ha scritto per il mio libro “La Città Sostenibile è Possibile” (Gangemi Edizioni 2010). Siccome l’argomento è lunghissimo ed interessantissimo per poter essere concluso in un commento a questo post, le segnalo alcuni miei scritti sull’argomento disponibili nella rete:
Riflessioni sul Falso Storico:
http://www.de-architectura.com/2009/07/riflessioni-sul-falso-storico.html
“L’Unesco contro le Città Storiche. Vero o falso, a chi importa?”: http://www.ilcovile.it/news/archivio/00000499.html
“Sui Danni Al Patrimonio Artistico Derivanti Da Una Cultura Monodirezionale”: http://www.ilcovile.it/scritti/COVILE_616.pdf

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