Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


10 marzo 2012

A MILANO STOP ALLO ZONING!

Scrive Marco Romano sul Corriere della Sera del 9 marzo 2012:
Tra le modifiche alle norme edilizie proposte nella nuova stesura del Pgt (Milano), spicca per il suo carattere virtualmente radicale la liberalizzazione delle destinazioni d’uso dei fabbricati: d’ora in avanti tutti potranno costruire quanto loro consentito senza dover rispettare alcun vincolo di destinazione. La norma constata quanto da tempo tutti sanno per esperienza diretta, che cioè la destinazione d’uso dei fabbricati cambia nel tempo mentre la forma della città, il suo aspetto visibile nelle strade e nelle piazze, resta il medesimo per secoli, e dunque non possiamo progettare un piano regolatore con la destinazione d’uso delle varie zone delle città legate poi insieme da una rete di strade e di trasporti, proprio come una circolazione sanguigna lega i diversi organi del corpo umano”.
Poi fa un richiamo al PRG di Milano del 1884, un piano disegnato evidentemente, di cui descrive alcuni esiti positivi.
Quindi conclude:


E’ il momento – se portiamo alla sua conclusione il processo iniziato dalle abolizioni delle destinazioni d’uso – di riprendere il disegno di quel piano e di estenderlo a quei quartieri che ancora restano da costruire, ridisegnando con i medesimi criteri le loro sequenze di strade e di piazze. Tutti sembrano concordare che la cultura è sviluppo, e che la bellezza delle città è la radice della nostra cultura: se vogliamo passare dalle parole ai fatti, è il momento di fare di Milano una bella città. Le regole di quel piano – fatto di disegni e di una breve relazione di dodici pagine – consentivano a quanti disponevano di un lotto affacciato su una strada di costruire liberamente – senza che fosse necessario come oggi l’intermediazione di un imprenditore immobiliare – un fabbricato alto in proporzione esteticamente armonica con la sua larghezza, sicchè la densità edilizia era l’esito di un progetto estetico che poteva venire anche concordemente migliorato con, per esempio, i grattacieli del Centro svizzero e della Velasca.
Vogliamo tornare a fare di Milano una città bella?


Finalmente qualcuno che ha ricominciato a ragionare e ad osservare la realtà: non è a Marco Romano che mi riferisco, lui non ha mai smesso, ma al Comune di Milano che ha fatto una scelta di grande coraggio e intelligenza a dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, che un Piano regolatore si fa avendo alle spalle cultura e idee non solo una somma di leggi e informazioni il più delle volte inutili e fuorvianti.

Non tragga in inganno il termine liberalizzazione, il cui significato, così come usato nel'articolo, non ha molto a che vedere con quello di gran moda oggi relativo esclusivamente alla concorrenza e ai problemi della finanza. La liberalizzazione delle destinazioni d’uso attiene strettamente alla storia della città ed è semmai un ritorno all’antico dopo la lunghissima parentesi della selvaggia zonizzazione orizzontale, di cui Le Corbusier è stato, se non l’inventore, il grande teorizzatore e divulgatore, il cui pensiero ha contribuito a cristallizzare nella cultura urbanistica e nella mente di architetti, politici e perfino dei cittadini la divisione in zone funzionali classificate con lettere nella legge urbanistica del 1942.

Poi, certo, esiste anche una componente dirigistica di tipo più strettamente politico che si è sovrapposta, aggravandola, a quella strettamente urbanistica, e in questo senso, ma solo in questo, liberalizzazione acquista un significato più vicino alla cronaca. Ma il significato autentico resta quello di orientarsi verso una città vera, densa, viva, vitale e realmente sostenibile, grazie al mix di funzioni, alla zonizzazione verticale, come la chiama Gabriele Tagliaventi, a significare che nello stesso edificio possono (è una libera scelta, non un obbligo) coesistere attività diverse, con le attività commerciali e artigianali al piano terra, a contatto diretto della strada.

La liberalizzazione delle funzioni è solo un primo passo, ma importantissimo, che permette di porsi in un’ottica realmente urbana che sarà del tutto raggiunta solo con il ritorno della strada tradizionale. Una volta rotto il tabù delle aree funzionali, sarà inevitabile ripensare alla forma della città.
Frantumato lo schema a blocchi (in senso grafico e mentale) che è stato ed è ancora l’ideogramma della città moderna, caratterizzato dalle sue connessioni semplici e inefficaci, non si potrà non porsi il problema della rete di connessioni complesse che caratterizzano la vera città e che sono il principio della vita, esattamente come la circolazione corporea.

Se la città torna ad essere un insieme unico, un unico organismo in cui tutte le funzioni urbane sono presenti, il problema della costruzione della rete - fatta di arterie principali ma anche di molti capillari - e del disegno della città risalterà in tutta la sua imprescindibilità.

Sarà come passare da poche tessere sparse sul tavolo, che necessitano solo di connessioni costituite da semplici aste, ad un’unica, grande tessera e, a quel punto, sarà impossibile non cominciare a scavarvi dentro alla ricerca di connessioni interne. Di qui al disegno il passo è, solo concettualmente, breve.

Spero che questa metaforica prefigurazione di come si potrebbe evolvere il processo negli anni a venire, se la scelta di Milano farà scuola, sia imprecisa o fantasiosa solo nella descrizione del modo in esso avverrà ma non nel risultato finale.



Concludo con una selezione ristretta di link pertinenti all'argomento, tra cui un mio commento su Antithesi in risposta a Vilma Torselli, partito da un argomento diverso ma arrivato, chissà come, a questi argomenti:

Commento su Anthitesi
Gabriele Tagliaventi: La città che vorrei
De Architectura: Strade, piazze, funzioni, eventi
De Architectura: Società liquida, città solida


5 commenti:

memmo54 ha detto...

Dal link di Anthitesi e dai post preoccupati che l’hanno seguito più che il default del PRG di Milano ho potuto constatare con preoccupazione che uno spettro s’aggira per le città: Il pericoloso Mazzola. Un belzebù che minaccia i radiosi risultati e le conquiste di 80 anni di modernità ed osa, perdipiù, discutere, udite!... udite!..., il tabù del moderno.
Ovviamente la mia solidarietà va al “grintoso Mazzola” come ebbe a definirlo qualcuno ma la perplessità maggiore riguarda il rapporto che i moderni intrattengono con la logica : tra la tante, forse infinite possibilità che la mentalità scientifica,giustamente senza pregiudizi, esamina , tra i tanti sentieri che si biforcano l’unico non ammesso è quello che riporta alla casa avita.
Potrebbe anche essere una delle scelte; in fondo come le altre .
Invece no.
Non importa se questa casa è comoda efficace durevole ecc., non importa se l’impresa , proprio a causa di ciò, manca di oggettiva necessità.
Non c’è evidenza che tenga : bisogna tagliarsi i ponti alle spalle e tentare l’impresa. E’ nel destino dell’uomo armare la prora e salpare verso il mondo. Senza aver riflettuto abbastanza se si sia all’altezza del compito, se sia in grado di riscrivere l’universo, se si rischi di peggiorare l’esistente invece di migliorarlo, costruendo un tugurio con l’ambizione di attendere al tanto atteso capolavoro.
Una notevole mancanza di umiltà e di ob-audientia che evidenzia oltre ogni ragionevole dubbio l’immoralità nascosta dietro questi atteggiamenti.
E poi c’è sempre qualcuno che con gli occhi iniettati di sangue grida “ indietro non si torna !”…
Si torna !… si torna !… Si è tornati e si tornerà ancora..e non c’è nemmeno bisogno di consultare tanti maestri di pensiero… basta il sussidiario !
Saluto

Pietro Pagliardini ha detto...

Si torna, si torna memmo54. Ne sono convinto anch'io. Si tratta di aspettare. E' il quanto che mi preoccupa perchè io sono piero50 e ho, almeno statisticamente, 4 anni di tempo di attesa meno di te.
In questo momento il ciclone Mazzola è in mezzo al ciclone metereologico siciliano a fare il Gran Tour con i suoi studenti che disegnano, disegnano, disegnano.
Ciao
Pietro

Max Lusetti ha detto...

Mah, secondo me bisognerebbe anche andare oltre. Il futuro vero sta nella "non città" e nella connessione informatizzata. Nel presidio del territorio, nel lavoro a casa, nel coltivare le strette cerchie di amici vicini e lontani che la nuova tecnologia dell'informazione permette. Quindi chiunque oggi parta dal teorizzare un ritorno al passato sbaglia. semplicemente perchè non considera che quel passato non essite più. Non servono più i negozietti di vicinato chi mai ci andrebbe? Non servono più le grandi strade congestionate per spostarsi quando è ciò che è inteorno a te a spostarsi in modo molto più economico ed ecologico. Serve invece il poter vivere in armonia con la natura di tutti i giorni. La magia dei piccoli comuni a misura d'uomo dove non si costruisce ma si ristruttura o si demolisce e si fa qualcosa di adatto ai tempi odierni per produrre energia mantenere il verde avere prodotti biologici... Le merci poi viaggieranno sempre più anch'esse sulle strade digitali ( le stampanti 3d che si stanno prefigurando costituiranno il nuovo artigianato... Piccolo è bello basta con espansioni inutili di vita alienante... lo so, potrei essere fuori dal coro, ma me ne vanto. Un progetto visionario dovrebbe rendere merito alla nuova urbanistica non autoreferente a se stessa ma alle reali potenzialità e necessità che avremo domani. L'urbanistica peraltro si è dimostrata inadeguata proprio perchè non ha saputo prevedere in mdoo adeguato le reali esigenze e tendenze che si sarebbero succedute. Ora che abbiamo ben preciso in mente penso tutti che la crescita a dismisura non è sostenibile. impariamo a riorganizzare le vere esigenze umane che con cosa assai diversa da quella del capitale che sta ancora governando ( ma ormai per poco c'è da augurasi per il benedle pianeta) i rapporti umani.

Stefano ha detto...

non condivido affatto la sua opinione Max Lussetti. gli spostamenti non si possono eliminare ma anche fosse possibile sarebbe questo il mondo dove vorrebbe vivere? l'uomo è un animale sociale, non può vivere rintanato in casa davanti a un computer. che c'è di più bello di attraversare la città in primavera e sentirne i rumori, gli odori, le ragazze... la città è vita, come i centri storici delle grandi città italiane e del resto d'Europa, con le case a 4-5 piani, esercizi al piano terra, scuole, servizi, parchi, facilità di spostamento a piedi, in bicicletta e con i mezzi pubblici. le strade tenderei a lasciarle soprattutto esterne al centro, così da poter utilizzare l'auto per gli inevitabili spostamenti extraurbani

Pietro Pagliardini ha detto...

Max, a dire il vero, pur tra le mille contraddizioni di questo mondo complicato e instabile, sembra che il mondo stia andando in un'altra direzione da quella che tu auspichi e che nemmeno io, come Stefano, condivido. Se si prende il caso di New York, la metropoli-simbolo dell'occidente, ci sono chiari segnali di un ritorno ad una "urbanità" molto accentuata, all'insegna della pedonalizzazione e del verde: Times Square con i tavolini, la ferrovia sopraelevata trasformata in una strada verde. E poi c'è il New Urbanism che si espande, chiaro segno di un ritorno ad una città più densa e tradizionale. E poi ancora, sempre negli USA, la trasformazione dei mall in veri e propri villaggi con tutte le funzioni. Insomma, la città pare proprio che vinca sull'idea di sprawl, di cui le case in campagna di cui te parli sono la versione ridotta alle nostre latitutidini.
Io non credo affatto al lavoro "on line", se non per particolari e privilegiate situazioni. Ogni attività umana richiede scambio tra persone, sia perchè l'uomo è un essere sociale, sia perchè non esiste l'autoproduzione, se non per hobby o in settori di nicchia. Se vuoi produrre lo devi fare insieme ad altri, se vuoi vendere devi prendere contatti con altri. La stampante 3d è...una stampante 3d, come facebook è un ottimo strumento per fare girare le idee e per sensibilizzare le persone ma poi, se vuoi fare la rivoluzione araba, devi scendere in piazza, dove sparano cartucce non virtuali e i morti sono veri, non giochi elettronici, altrimenti con facebook discuti di rivoluzione, non fai la rivoluzione.
Se vuoi cambiare il mercato del lavoro non basta comunicarlo ai giornali, bisogna trattare, riunirsi e prendere decisioni con o contro gli altri, ma sempre gli "altri" ci sono.
Non esiste alternativa alla città, che è il luogo della politica, se non quella già dispersa e disintegrata di oggi, che non è appunto città. Ma dato che questa non funziona, consuma energia e consuma anche i nervi delle persone, tornerà una città più densa, più vivibile, più risparmiosa, più viva di quella di oggi.
Ciao
Pietro

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