Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


20 marzo 2011

L'ASSIOMA DEL GRATTACIELO

Se avevo definito noioso il mio vecchio post Grattacieli sostenibili e sostenuti, al confronto di questo potrà apparire eccitante, perché qui analizzo puntigliosamente il grattacielo con calcoli di tipo geometrico per smentire luoghi comuni diffusi in buona e cattiva fede su questo tipo edilizio, con dovizia di calcoli, per evitare l’accusa di partigianeria (che comunque c’è).
Chi non se la sentisse di seguire la “dimostrazione” e si fidasse, può andare direttamente alle conclusioni.

*****
La giustificazione tecnica prevalente di tipo assiomatico per la costruzione dei grattacieli è quella della “minore occupazione di suolo”, con il correlato e inevitabile corollario dei grandi spazi di “verde” liberato intorno.

Successivamente ne derivano anche altre di giustificazioni, ma sono prevalentemente di tipo “ideologico”, quali la loro presunta, quanto risibile sostenibilità ambientale e autonomia energetica.
Soffermiamoci però sul primo assioma che è di facile e immediato utilizzo da parte di ognuno, in specie sindaci e amministratori, ma che in effetti ha una certa presa anche a livello popolare.
Perché si tratta di assioma? La definizione che Wikipedia da di assioma è la seguente:

In epistemologia, un assioma è una proposizione o un principio che viene assunto come vero perché ritenuto evidente o perché fornisce il punto di partenza di un quadro teorico di riferimento.

In questa definizione c’è la ragione in base alla quale un sindaco-tipo che affermi la “minore occupazione di suolo” da parte del tipo grattacielo non può essere tecnicamente considerato un mentitore. Ma è un po' come affermare solennemente che un grattacielo è alto, e sarebbe folle negare questa evidenza. Ma constatare l’altezza di un edificio e fermarci lì non ci dice molto oltre alla sua….altezza.
Il sindaco-tipo non può essere accusato di menzogna ma può essere serenamente tacciato di omissione.
Vediamo perché.
La minore “occupazione di suolo” discende da una semplice considerazione geometrica svolta in via intuitiva: a parità di volume, all’aumentare dell’altezza diminuisce la superficie di base. Poiché questa affermazione è certamente vera, si immagina, probabilmente in buona fede in coloro che si fermano a questo dato, che per “consumare meno suolo” sia opportuno costruire sempre più in alto. Voglio dare per scontato, almeno per ora, che “consumare meno suolo” non richieda specificazioni sul suo significato reale, voglio cioè stare anch’io al gioco delle omissioni, e concentrarmi sul fatto se sia vero e in quale misura e in quali condizioni che un grattacielo occupi “meno spazio” di un edificio con identico volume ma con altezze inferiori, e quindi con maggiore superficie coperta, e quali siano le conseguenze di questo assioma applicato alla città.

Consideriamo un grattacielo alto 100 metri con base di 20x20 metri, posto al centro di un lotto di dimensioni 100x100 metri (Figura 1). L’edificio sviluppa un volume di 40.000 mc e l’indice fondiario è di 4 mc/mq.
Sul medesimo lotto si disegni un edificio continuo, perimetrale al bordo della profondità di 12 metri. Il lotto si trasforma in isolato (Figura 2). Perché questo edificio possa sviluppare volume pari a quello del grattacielo è necessaria un’altezza dell’edificio di 9,6 metri, cioè 3 piani.

Una prima considerazione anticipata: aumentando di un solo piano l’edificio, con caratteristiche prettamente urbane, si otterrebbe un indice fondiario di 5,5 mc/mq, analogo a quelli dei centri storici e quindi una densità maggiore che, valutata a scala urbana, comporterebbe una “minore occupazione di suolo”.

Torniamo al “verde”. Nel caso del grattacielo la superficie occupata è di soli 400 mq, ma si dà il caso che occorrano i parcheggi. Applicando i valori minimi di legge, largamente insufficienti, cioè una superficie pari ad 1/10 del volume, si ottengono in entrambe i casi 4000 mq di superficie necessaria.
Nel caso del grattacielo ipotizziamo di porli su due piani interrati posti sotto l’edificio stesso. Se ne ricava una superficie di 2.000 mq. Rimane potenzialmente destinata a verde una superficie di 8.000 mq.
Nel caso dell’isolato, poiché un piano interrato non è sufficiente, data la presenza di numerosi vani scala, ipotizziamo gli stessi due piani: se ne ricava certamente una maggiore quantità di parcheggi e una superficie libera a verde di 5.776 mq, minore dell’altra di 2.224 mq che corrisponde a 2,24 mq ad abitante.
Da questo dato risulta dunque che l’assioma del sindaco-tipo è vero ma ancora non completo e non giustificativo della scelta - che io ritengo di altro genere - del tipo grattacielo.

Continuiamo con le valutazioni “oggettive”.
Calcoliamo adesso quanti alloggi si possono collocare, a parità di superficie per alloggio, nel grattacielo e quanti nell’edificio a corte. Consideriamo solo la destinazione residenziale, per confrontare valori omogenei.

Nel grattacielo ritengo siano utilizzabili allo scopo: 29 piani totali (ottimistico) –2 piani tecnici – 1 piano al livello 0 per l’ingresso (ottimistico) e si ottengono 26 piani utili.
Considerando un corpo centrale per i collegamenti verticali con almeno due ascensori e due vani scala che ipotizziamo di 100 mq (ottimistico perché occorrono anche i disimpegni per gli appartamenti e le vie di fuga) rimangono 300 mq, cioè quattro appartamenti della superficie lorda di 75 mq. Dunque otteniamo un totale di 4x26= 104 appartamenti (Figura 3).

Nell’edificio a corte consideriamo 24 vani scala (pessimistico), ciascuno di 30 mq. Rimangono ad ogni piano mq (4.224-(24x30))x3= mq 10.512 di superficie che, divisa per mq 75 ad alloggio, restituisce 140 appartamenti, cioè 36 appartamenti in più del grattacielo (Figura 4).
Come è possibile? Semplice, basta sviluppare il volume dei “collegamenti verticali” e si troverà una differenza in più a favore del grattacielo di circa 3081 mc che comportano 41 appartamenti . La differenza con 36 è data dalle approssimazioni al taglio degli alloggi, dunque in realtà la differenza è 41 e non 36.
41 appartamenti in più significano 41 famiglie o nuclei abitativi in più da collocare e quindi una densità nettamente superiore di quasi il 40% in più dell’isolato rispetto al grattacielo.

Ho preso poi in considerazione una soluzione mista, cioè una città ad isolati con qualche grattacielo, che sarebbe la soluzione più realistica, dato che tenderei ad escludere vi sia chi auspica la soluzione estrema del tutto grattacieli (Figura 5).
Ebbene, è proprio questo il caso che mostra l’inutilità del dato di minore occupazione di suolo per optare per i grattacieli, dato che l’aumento di verde nel territorio urbanizzato è solo del 3,50%, una quantità insignificante per il verde, molto significativo invece per il peggioramento della qualità della città.

Conclusioni
Dai dati esposti, che sono un'astrazione ma significativa per quanto riguarda i valori trovati, risulta una autentica minore occupazione di suolo della città tradizionale, perché il suolo occupato non è la mera superficie coperta degli edifici bensì la superficie complessiva del territorio urbanizzato, cioè quanto una città è espansa nel piano orizzontale e una serie di grattacieli che “vogliono” mantenere quella maggiore superficie di verde di differenza rispetto all’isolato tradizionale produce una città molto più estesa: il 20% in più della città ad isolati. In verità il dato è molto superiore, perché non tiene conto del fatto che su quella superficie inferiore del 20% ci possono abitare il 40% di famiglie in più, e con edifici di soli 3 piani. Portando i piani a 4, si liberano a piano terra spazi per attività commerciali, artigianali, fondi, magazzini, garage e quant'altro; funzioni queste del tutto assenti nella soluzione con grattacieli e che, una volta inserite, come necessario, occuperebbero ulteriore spazio a detrimento del "verde".

Una città di grattacieli consuma molto più suolo, sottraendolo a quello agricolo, di una città tradizionale. O meglio, più realisticamente: la scelta di costruire grattacieli in una città, valutando la scala urbana, consuma più suolo, sottraendolo dunque al territorio agricolo.

Si dirà: d’accordo, ma in città c’è più verde! Non è vero, ed è qui che l’assioma si dimostra ancora fallace, ambiguo, vero solo se valutato sul singolo oggetto (tipico atteggiamento dell’urbanistica e del’architettura contemporanea) piuttosto che nell’insieme, perché nella soluzione ad isolati è possibile prevedere grandi parchi urbani esterni al centro abitato che non sono urbanizzati, che sono a diretto contatto con il verde agricolo e che svolgono quella funzione igienica di filtro, oltre che di limite tra città e campagna, di attività ricreativa e sportiva che il parco assolve.
In verità il verde tra un grattacielo e l’altro è un non-luogo insicuro e destinato a rapido degrado, come ci insegna l’esperienza di molte aree residenziali e come ha scritto con grande lucidità e preveggenza Jane Jacobs fin dal 1961.

Invece il verde all’interno dell’isolato, che sia condominiale, o di uso pubblico o privato, svolge una grande funzione sociale, perché i bambini possono giocarvi, gli anziani possono frequentarlo senza pericoli, chiunque ne può godere affacciandosi alla finestra di casa, ad un tiro di voce per fare sentire la propria presenza o richiamare i figli a casa piuttosto che sporgersi dal 20° piano e guardarli con il binocolo e chiamarli con il megafono. Che poi nessuna persona di buon senso lascerebbe il proprio figlio da solo in quel grande vuoto. Un esempio in questo senso è il progetto del Borgo Corviale di E.M. Mazzola che trasforma un grattacielo orizzontale in un quartiere con corti verdi.

Ma anche tutti questi calcoli dicono solo una parte della verità, che consiste nel dato essenziale, da chiunque intuibile, e cioè che una sequenza di grattacieli nel verde è la negazione, la dissipazione, l’inesistenza della città stessa, il suo esatto contrario: una vita alienante in casa, perché segregata completamente da quella degli altri condòmini e alienante fuori casa, perché segregata dentro un’automobile per poter svolgere qualsiasi elementare funzione che non sia un’abitare segregato.
E’ lo sprawl verticale, sicuramente peggiore di quello orizzontale, perché astrae completamente dalla natura, dalla percezione di vivere sulla terra, e astrae dalla società, cioè dai normali rapporti quotidiani tra persone.

13 commenti:

Salvatore D'Agostino ha detto...

Appunti parassiti | Salingarosiani,

1. Cercare su wikipedia il significato di ‘amico’;

2. Passare questo link ‘comunista’ a Pietro ---> http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2011/mese/03/articolo/4297/ ;

3. Come dire a Pietro che a New York c’è una scala umana divina?

Saluti,
Salvatore D’Agostino

Pietro Pagliardini ha detto...

Come dire a Salvatore che l'articolo sul terremoto di Tokyo è al solito fuori tema?
Come dire a Salvatore che purtroppo i morti ci sono stati anche a Tokyo causa terremoto (devastante) e si calcolano, ad oggi, in 1800?
Come dire a Salvatore che i giapponesi sono bravi, molto bravi, ma hanno anche il pregio di non prendersela sempre con il destino cinico e baro, con le mafie di turno, con la politica cattiva, ecc. come fa lui?
E come dire infine a Salvatore che New York è splendida ma i suoi abitanti passano le loro giornate dall'analista?
Ciao
Pietro

ettore maria ha detto...

caro Pietro,
innanzitutto grazie per la citazione del mio progetto come modello positivo.
Per il momento mi limito a complimentarmi con te per la pungente analisi comparativa, e soprattutto per la risposta al primo commento. Solo una correzione dovuta ad un errore di battitura. I morti del Giappone sono stimati per il momento tra i 18000 e i 20000 inclusi i dispersi e non 1800. Ovviamente questi dati non potranno mai essere definitivi, considerate anche le morti che si avranno di qui a non si sa quando a causa dell'esposizione alle radiazioni.
Rimando le considerazioni ad un prossimo commento che farò non appena mi sarò liberato un po'.
Ciao
Ettore

Pietro Pagliardini ha detto...

Caro Ettore non è un errore di battitura: 1800 sarebbero, secondo i dati giapponesi, i decessi dovuti al solo terremoto, escludendo cioè il maremoto. A dire il vero il dato diffuso è che il 10% delle vittime totali sarebbero dovuti al terremoto.
Se sia vero o falso non saprei proprio dire.
L'ho citato perché c'è l'uso da noi, e Salvatore non smentisce questa moda, di osannare gli altri al solo scopo di screditare le nostre capacità e di utilizzare tutto a fini interni. Ma in verità l'articolo del Manifesto non ne fa questo uso, da solo informazione. Ma Salvatore te lo mostra, andando fuori tema perché il mio post parla completamente d'altro (e anche l'esempio di Manhattan è fuori tema), come a dire: lo vedi che non siamo capaci nemmeno a costruire in maniera antisimsica? Cosa, tra l'altro, non vera.
Non c'è dubbio che i giapponesi siano un grande popolo ma non si tiene conto di due fattori importanti: il Pacifico è un'area geologicamente e climaticamente estrema. Non bisogna avere studiato nemmeno troppo per saperlo, basta seguire le notizie: vulcani, terremoti, maremoti, tifoni, alluvioni e quant'altro. Questa è la natura del luogo, che è immenso. E' chiaro che i popoli, non tutti in verità, si sono adeguati e i giapponesi in particolar modo.
L'altro fattore è ancora più importante ed è di carattere culturale: noi apprezziamo moltissimo la preparazione e la serietà dei giapponesi nel costruire, nell'addestramento alla calamità, nella loro lungimiranza, nel saper accettare con compostezza quanto è accaduto ma allo stesso tempo nell'adoperarsi a ricostruire e a guardare avanti. Fin qui va benissimo, ma non va più bene quando si fanno stupidi paragoni tra noi e loro. Al solito si estrae il dettaglio e non lo si inserisce nel loro contesto culturale. Secoli di storia ci sono dietro questo atteggiamento ma c'è, per noi occidentali, anche il rovescio della medaglia: a scuola i bambini piccoli vanno in divisa e sono organizzati in modo che le mamme d'Italia definirebbero militaresco; i rappresentanti del governo si presentano in tuta da lavoro alla conferenza stampa, che da noi verrebbero sberleffati; c'è chi si suicida perché in un anno i treni hanno avuto una media di ritardo di qualche secondo e così via. Io non voglio dare giudizi tranchant su questi fatti però non è possibile ed è sbagliato pretendere di poter essere un po' giapponesi restando però totalmente italiani. O tutto o niente, ma dato che tutto non si può bisogna rassegnarsi al niente e al nostro essere mediterranei. E grazie al cielo un po' di civiltà l'abbiamo esportata.
Certamente bisogna prendere gli esempi migliori dagli altri, ma in maniera critica, adattandoli ai nostri costumi.
E' sempre la medesima storia, come in architettura: gli innesti forzosi sono dannosi e non funzionano. Noi viviamo nel Mediterraneo, abbiamo il nostro tipo di edilizia, che non è di tipo puntiforme ma murario, non è di legno ma di pietra e tutto sommato se ha resistito per tanti secoli vuol dire che non è poi così male, almeno a livello statistico.
Ciao
Pietro

Anonimo ha detto...

Milioni di anni fa, un nostro lontanissimo antenato si eresse per la prima volta sulle zampe posteriori, spingendo uno sguardo affascinato su inattese lontananze e su una impensata vastità di orizzonti, inebriandosi a quello spettacolo vertiginoso, lontano dagli odori del suolo, dall’humus, dalla terra, il limo nero dove hanno radici etimologiche l’humanitas e l’humilitas, sostantivi astratti con concrete origini molto …. terra a terra.
Da allora per l’ homo erectus la dimensione verticale ha sempre più assunto significato simbolico, legandosi al senso di potenza e di sfida portata e vinta contro la forza di gravità.
Campanili, torri, menhir, piramidi, grattacieli sono tutte strutture fortemente simboliche legate all’altezza.
En passant, ci si è messo anche Freud, dopo il quale il grattacielo è diventato un simbolo fallico espressivo di una società al maschile perennemente impegnata ad erigere monumenti a sé stessa.
Riferisco un curioso aneddoto: nel 1979, intervistato dal filosionista Michel Evans, Isser Harel, fondatore dell’intelligence israeliana, direttore dello shin bet e poi del mossad, l’uomo che catturò Adolf Eichmann, dichiarò: “Secondo la teologia islamica, il simbolo fallico riveste molta importanza. Il vostro simbolo fallico più grande è New York City, ed il vostro palazzo più alto sarà il simbolo che loro colpiranno”. La previsione precede di più di vent’anni i tragici fatti dell’11 settembre 2001.
Ciò che puntualmente si verificò significa che in tutte le culture, non solo in quelle occidentali, e in tutti i tempi, per il cervello antico del pitecantropo che dorme sotto gli strati più recenti della nostra corteccia cerebrale lo sviluppo in verticale dell’architettura significa la stessa cosa.

Nel medioevo le città si distinguevano per il numero delle torri (San Gimignano, Perugia, Firenze ecc.), la famiglia più potente costruiva la torre più alta, e quando un Signore cadeva in disgrazia la sua torre veniva demolita o mozzata (Giovanni Villani riferisce nelle sue cronache che nel 1251 tutte le torri di Firenze furono ridotte alla modesta altezza di 29 metri dal nuovo potere comunale). La torre civica ed il campanile della chiesa sono ancora oggi il simbolo architettonico del potere laico e di quello religioso, mentre i grattacieli sono il simbolo del potere economico (non a caso sono nati in America). Tutto fila.
Questa lunga premessa per introdurre il mio modesto parere: la tua analisi, Pietro, con tanto di calcoli, parametri e confronti lascia del tutto inesplorato l’aspetto ideologico, i motivi sociali e culturali che spingono la nostra società del benessere a costruire grattacieli in ogni parte del mondo in cui ci sia un potere (pubblico o privato) che voglia dare segno di sé. Esasperando la procedura ed affidando i progetti a solisti dell’architettura quali le varie archistar, il grattacielo oggi è un vero e proprio logo, che non ha niente a che fare con l’architettura, ma che identifica con forte gesto iconico e simbolico la committenza. E' un’architettura-logo in perfetta sintonia con la società-logo del compro-quindi-sono.
I grattacieli sono la conseguenza, non la causa, di una società alienata che, forse, vive bene senza 'normali rapporti quotidiani'o che, comunque, forse ha della normalità un concetto diverso dal tuo.

Ciao
Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma, io ho volutamente trascurato ogni aspetto simbolico ed ideologico del grattacielo, ma mi sono soffermato sulle ragioni strumentali, e sbagliate, con cui questo tipo edilizio viene presentato e veicolato: sostenibilità (nel precedente post), minore occupazione di suolo, risparmio di terreno agricolo.
Bisognerà pur dire le cose come stanno e non essere presi in giro, in buona o cattiva fede, da amministratori pronti a tutto pur di lasciare il segno!
Se si vuole il grattacielo come simbolo di potenza (dove stia questa potenza, tra l'altro, non saprei) lo si dichiari. Certo la sfida tecnica oramai non c'è più. Mi suona tuttavia strano il fatto che una società che non accetta più rischi, che vive nel terrore della malattia, delle pandemie presunte, della vecchiaia, delle catastrofi, della propria ombra accetti il rischio dell'altezza anche nelle zone sismiche (mi riferisco all'Italia, non al Giappone).
Mi sembra strano che una società che predica la sostenibilità e l'ecologia come un mantra poi si spertichi a difendere una macchina energivora come un grattacielo e massimamente fragile sotto ogni profilo.
Quanto al potere comunale che limita le torri è, semmai, un segno di democrazia, perché il grattacielo, come dice sempre Tagliaventi è anti-democratico: o tutti o niente, dice lui, espressione sintetica per dire che il grattacielo è espressione di un potere economico prevaricatore e fortemente asimmetrico.
Oggi ho sentito Formigoni che blaterava sulla bontà del grattacielo Lombardia affermando che con questo ha potuto riunire tutti gli uffici sparsi in uno solo, quasi a dire che solo con un grattacielo lo poteva fare! Gli utenti pigiano un bottone dell'ascensore e arrivano dove devono arrivare, ha detto con orgoglio. Io, quelle rare volte che sono andato alla Regione Toscana a Firenze, ho sempre pigiato il numero 6, ma quelle tre o quattro torri di una decina di piani, mi hanno sempre creato spaesamento.
A me sembra ormai che il grattacielo abbia già dato quello che doveva dare e la sfida alla gravità sia vinta da tempo. Ci voleva Dubai per dimostrarcelo?
Sul significato psicanalitico posso dirti solo che io quando si arriva a Freud mi fermo, prendo la rincorsa e cerco di saltare oltre. Per me è come parlare di esoterismo: è vero tutto e il suo contrario.
Sul grattacielo conseguenza e non causa è probabile tu abbia ragione, ma allora dovremmo rassegnarci anche alla povertà, all'emarginazione, alle banlieus, alle baraccopoli e a tutte le situazioni di degrado che sono sempre al limite tra l'essere considerate conseguenza della nostra specifica società o effetto statistico inevitabile di qualsiasi società?
Ciao
Pietro

Anonimo ha detto...

Caro Pietro, dire che nel grattacielo occorre “sporgersi dal 20° piano e guardarli (i figli che giocano sottocasa) con il binocolo e chiamarli con il megafono” è un’immagine strepitosa e divertentissima. Quanto al sig. Salvatore che dice che “a New York c’è una scala umana divina”, credo sia opportuno fare una considerazione urbanistica (oltre al giusto riguardo sull’uso abnorme dell’analista da parte dei newyorkesi).
Gli edifici altissimi, in quella città, non sono stati fatti per liberare aree verdi alla base e occupare meno suolo. Le aree verdi sono concentrate nel Central Park e ogni grattacielo é;invece, a diretto contatto con la strada e con il marciapiede, come nella città storica europea. Niente a che vedere, quindi, con l’urbanistica di Le Corbusier e il suo celebre anatema “il faut tuer la rue corridor” perchè a New York le strade ci sono, vive e piene di attività, con la differenza che sono contornate da edifici alti 50 piani invece che 5.
La cosa buffa è che, qui in Italia, il “sindaco-tipo”, come dici tu, oltre a partire dall’assioma della “minore occupazione di suolo”, alcune volte è attratto anche dall’idea di avere una piccola “Manhattan” casareccia nella propria città, commettendo due errori al posto di uno.
Prima l’idea della “minore occupazione di suolo”, con spazi verdi alla base. Poi l’idea di “Manhattan” dove il verde alla base degli edifici è costituito solo dallo spartitraffico di ogni “Avenue”.
Saluti
Alessandro

Pietro Pagliardini ha detto...

Alessandro, diciamo che il sindaco-tipo talora utilizza ogni argomento possibile per fare passare la sua idea. Questo è comprensibile ed è proprio della politica attirare la gente alle proprie convinzioni, l'importante è che gli argomenti siano plausibili e coerenti.
Se, come dice Vilma, probabilmente a ragione, l'idea di base è quella della potenza (magari non freudiana) che si riverbera poi sulla figura dell'amministratore, che lo si dichiari apertamente, altrimenti è mezza potenza. Una potenza insinuata con il trucco si chiama astuzia.
Che si faccia outing sul grattacielo, se ne dichiari tutta la "modernità", si prenda come simbolo di progresso e di speranza per il futuro, lo si utilizzi per dare un segnale di ottimismo alla cittadinanza, come simbolo dell'affrancamento dell'uomo dai vincoli della natura! Funzionerebbe? Penso di no, perché pochi, a parte qualche architetto, potrebbero vederci oggi un segnale di progresso, perché l'effetto si esaurisce tutto nella costruzione, dopodiché resta il birillo ingombrante e basta (magari invenduto a parte gli ultimi piani).
Ciao
Piero

ettore maria ha detto...

purtroppo devo dire che non v'è alcuna origine simbolica nel grattacielo se non quella dell'arroganza del costruttore il quale, nel meccanismo perverso che vede una crescita costante del valore dei suoli, tende a far crescere in altezza gli edifici per massimizzare i profitti.
In ogni modo, quanto alle sterili polemiche sull'edilizia giapponese, non si tratta solo di discutere di simboli e di estetica, ma soprattutto dell'assurdità di certe tipologie e soluzioni tecnologiche mostruosamente energivore.
Ciao
Ettore
PS
Mi associo ad Alessandro, la storia del megafono dal 20° piano è fantastica!

lycopodium ha detto...

Non so se c'entri con i grattacieli, ma sono che c'entra col blog:
http://www.rmfonline.it/jsp-rmfonline/dettaglio.jsp?codice=20081123_10

Pietro Pagliardini ha detto...

Sì lycopodium, c'entra con il blog e molto, ma c'entra anche con i grattacieli. Che l'esistenza della città sia la prova evidente del bisogno dell'uomo di quella che Petrosino chiama alterità e cioè del rapporto con gli altri esseri umani, mi sembra del tutto chiaro.
Voglio dire che non bisogna affermare: l'uomo è sociale e quindi occorre la città, ma il suo contrario, cioè esiste la città e quindi l'uomo è sociale. E' una constatazione data dall'esperienza e non un'idea da imporre ad altri.
Che secoli di storia umana non possano essere dimenticati pensando, o forse illudendosi, che l'uomo sia cambiato radicalmente e che esista un uomo nuovo completamente diverso da quello "vecchio", mi sembra altrettanto chiaro.
L'uomo è sempre lo stesso nella sua natura e la Genesi e la Bibbia ce lo ricordano sempre perché tutto è veramente già scritto.
Ho capito molto meno nell'intervista di Petrosino il rapporto tra business e casa e quello sulla giustizia. Forse per capire meglio occorrerà cercare il libro.
Saluti
Pietro

Anonimo ha detto...

La breve pagina segnalata da lycopodium mi pare in gran parte aria fritta, certamente la sintesi penalizza di molto il testo originale.
La citazione "Il racconto di Genesi 2, della donna nata da una costola di Adamo, vuol sottolineare proprio questo" (l'alterità) è, come tutte le sacre scritture, leggibile in molte chiavi diverse: che la costola di Adamo, uomo, generi una donna potrebbe, per esempio, con più pertinenza, alludere alla sessualità: “Adamo conobbe (in senso biblico, appunto) Eva , sua moglie, la quale concepì e partorì Caino (Diafotos), e disse: "Ho acquistato un uomo, con l’aiuto dell’Eterno". Poi partorì ancora Abele (Amilabes), fratello di lui. E Abele fu pastore di pecore; e Caino, lavoratore della terra…. Caino si unì alla moglie che partorì Enoch …….a Enoch nacque Irad; Irad generò Mecuiaèl e Mecuiaèl generò Metusaèl e Metusaèl generò Lamech…..” una lunga storia di accoppiamenti dove il tema dell’alterità non c’entra niente.
Senza contare che partire dalla Genesi per spiegare il mondo mi pare una visione leggermente autoreferenziale prodotta dalla nostra cultura catto-occidentale.
Ermetica la citazione di Kafka, uno che notoriamente non ci stava con la testa, e, mi sembra, a sproposito ("È fin troppo evidente come qui la tana coincide con la tomba.".....mah!), altrettanto vago il richiamo ad una “giusta misura dell'uomo”.
Che dire poi dell’economia “indifferente a ogni richiamo della giustizia”?

Urge la lettura diretta del libro, sospendendo il giudizio su un filosofo certamente di valore, il che non si evince dalla pagina citata.

Vilma

lycopodium ha detto...

Ho quasi l'impressione che questo link non piacerà (solo) ad alcuni commentatori:
http://www.enricomariaradaelli.it/aureadomus/thesaurus/thesaurus_langone_grattacieli.html

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