Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


10 agosto 2009

ZAHA HADID SECONDO GREGOTTI

Pietro Pagliardini

Non sono un appassionato di Vittorio Gregotti, soprattutto non lo sono del Gregotti simbolo di una stagione dell’architettura legata intimamente alla politica; mi suona sempre stucchevole il suo rimpianto dei bei tempi (per lui) che furono, del suo snobistico atteggiamento di superiorità antropologica nei confronti di coloro che sono condannati a vivere nel suo Zen. Non può piacere a nessuno il Gregotti dell’ormai famosa intervista delle Iene e anche se quell’atteggiamento è largamente condiviso, nella quotidianità, da molti architetti questo non costituisce attenuante, a maggior ragione in un architetto di successo in ogni campo, anche se, a differenza di altri, il Gregotti progettista ha indubbiamente qualità e meriti.
Ma Gregotti ha molte sfaccettature e questa volta è riuscito a sintetizzare la condizione dell’architettura contemporanea con pochi tratti di penna, contrariamente alla sua abituale, tortuosa prosa che gira intorno ai problemi senza stringerli. E’ di qualche giorno fa sul Corriere della Sera un articolo su Zaha Hadid che è esemplare nel tratteggiare il carattere non solo dell’archistar irachena quanto di quel mondo della “architettura” globale, in ogni senso, che ha in Rem Koolhaas il suo geniale e disinvolto vate.
Dice Gregotti, con uno stile insolitamente efficace:

La nostra fortuna ……..è che (l' architetto?) Zaha Hadid ha costruito poche cose, in rapporto alla sua rutilante attività di illustratrice ed al minaccioso numero dei suoi progetti. Perché i suoi disegni, in uno stile che ricorda la fascinazione dell'idea di aerodinamica che ha travolto molti grafici e mobilieri, specie americani, negli anni post art déco (e che non ha niente a che vedere con i grandi artisti russi suprematisti e costruttivisti e con i loro ideali utopici), non possono che definirsi illustrazioni; né pittura, né scultura, né tanto meno architettura”.

E continua:
In quanto aderente alla tesi della «liquefazione» delle arti all' interno della multimedialità ed alla loro «coincidenza» con l'immagine intesa come comunicazione riproducibile, le sue illustrazioni hanno la pretesa di fondare un gusto figurativo la cui bizzarria è tutt' altro che gratuita. Ma che, invece, rappresenta bene le necessità di singolarità di forma indispensabile al commercio di ogni oggetto di consumo e la sua coincidenza con il conveniente successo del soggetto «creativo», come oggi si definiscono quasi tutte le attività. Peraltro, poiché le merci sono anche immateriali, esse comprendono anche la loro configurazione immaginaria come merce. Quindi, quando tutto è immagine e obbligatoriamente «estetico», niente è più distinguibile, né giudicabile. Abitabilità, ordine, costruzione, relazione con il contesto, senso della storia in generale e di quella dell' architettura in particolare, responsabilità civili e di disegno urbano sono i principali nemici delle illustrazioni progettuali di Zaha Hadid. Piuttosto che il nuovo fondato sulla differenza, esse sono il ritratto della sua definitiva dissoluzione per far posto ai mondi stellari di Flash Gordon. Tutto deve essere curvo e sghimbescio: aerodinamico, appunto. Non si tratta solo di oblio della tradizione classica, gotica del progetto europeo, ma anche di quella islamica o indiana, cinese o persiana. Futuro assoluto, sospeso al di sopra del suolo e di qualsiasi miseria umana?”.

Viene qui colta la caratteristica di indifferenza alla realizzabilità dei progetti di Zaha Hadid, il loro non appartenere al campo dell’architettura ma appunto dell’illustrazione e della pura immagine, capaci di avere influenza sui più disparati prodotti e perciò stesso indifferenti ad ogni contesto e totalmente svincolati dal luogo. I “progetti” di Zaha Hadid sono in fondo manifesti che si riproducono sempre simili a se stessi e che svolgono, nella loro ossessiva ripetitività, la funzione di creare un’immagine adatta ad ogni tipo di merce. Contrariamente a Koolhaas però, che è pura griffe vivente di se stesso e delle aziende che avvicina e i cui progetti contano poco ai fini della ripetizione da parte di seguaci ed emuli, quelli della Hadid esercitano una fascinazione sugli architetti e producono ricadute reali sul territorio, come osserva anche Gregotti nel suo articolo. Koolhaas è il teorico, Hadid è l’esecutrice. Koolhaas crea eventi chiusi in sé ma che contribuiscono a fare marketing pubblicitario per l’azienda e per se stesso, in un rapporto sinergico di straordinaria amplificazione del messaggio difficilmente spiegabile in maniera razionale, Hadid “illustra” forme, crea modelli riproducibili poi nelle scarpe, negli orologi, nei mobili, negli arredi dei negozi, negli accessori, nel design.

In questa capacità di stare sul mercato delle merci e di influenzarlo in maniera così pervasiva io ci vedo genialità e spregiudicatezza e non solo non ne sono scandalizzato ma piuttosto ammirato, invece quello che mi sconcerta è la creduloneria di architetti e critici vari nel discorrerci sopra, quasi fosse architettura, e nel coglierci “nuove spazialità”. Questo fatto dà il senso della crisi dell’architettura, confusa ed assimilata in maniera grossolana ad una merce qualsiasi, mentre l’architettura e la città hanno carattere di permanenza (che non vuol dire immobilità) e non di provvisorietà ed è una contraddizione che la nostra laicissima e secolarizzata società si perda in maniera fideistica, idolatrica ed irrazionale nel culto di personalità cui viene attribuita un’aura magica capace di trasformare, si suppone in meglio, il nostro ambiente e le nostre città.
Non si tratta di magia ma di illusione e Gregotti ha contribuito a svelarne il trucco.

38 commenti:

Salvatore D'Agostino ha detto...

Pietro,
continuo a non capire il tuo processo di semplificazione (quasi banalizzazione)de i temi dell’architettura più prossima.
Da qualche giorno circola nei commenti di questo blog una citazione di Le Corbusier (chiesa) ma nessuno si è preoccupato a citare la fonte, non voglio essere puntiglioso, ma conosco la rete e i suoi difetti.
Ho appena finito di scrivere un post con il suo commento per l’inchiesta sul mio blog, ti pubblico l’inedito commento che farò domani.
Parla dell’articolo da te citato:

Emiliano,
in un recente articolo sul Corriere della Sera Vittorio Gregotti contesta i lavori di Zaha Hadid sminuendone il lavoro concettuale e la capacità costruttiva: «(è che (l’architetto?) Zaha Hadid ha costruito poche cose, in rapporto alla sua rutilante attività di illustratrice ed al minaccioso numero dei suoi progetti.)»
Gregotti, Vittorio 'L' ARCHITETTURA SI È LIQUEFATTA' Corriere della Sera, 5 agosto 2009 ---> http://archiviostorico.corriere.it/2009/agosto/05/ARCHITETTURA_LIQUEFATTA_co_9_090805027.shtml

Utilizzando anche un arrogante punto interrogativo sulla definizione di architetto, ottusità d’accademici, sempre pronti a correggere gli errori altrui senza mai rimettere in discussione il proprio operato, definisce l’architettura di Zaha Hadid ‘architettura liquida’ a mio parere un ossimoro senza profondità critica, mette in relazione le speculazioni di Zygmunt Bauman con le opere dell’angloirachena, creando un corto circuito linguistico che sminuisce il lavoro innovativo dell’architetto.
Si vuole ripercorre la stessa strada dell’errore semantico fatto a suo tempo con Derrida/Eisenman per sminuire l’innovazione concettuale portata dall’architetto statunitense.
Zaha Hadid si contrappone al post-moderno (soprattutto quello di maniera di Vittorio Gregotti) e si emancipa dai suoi insegnanti Rem Koolhaas ed Elia Zenghelis, cioè da un approccio diagrammatico del processo architettonico.
La sua prima laurea di matematica gli consente di elaborare le sue opere transnazionali e ‘fuori contesto’ (‘fanculo il contesto’ come disse Rem Koolhaas) immergendosi in elaborazioni CAD non da default.
Zaha Hadid, più che altri, è il primo architetto esclusivamente transnazionale/globale, la sua architettura è fisica e sensuale, non c’è niente di liquido.
Io non sono un sostenitore tout court della globalizzazione ma non riesco a pensare a città come New York, Pechino, Londra, Parigi, Tokyo, Berlino, senza lo spirito transnazionale, bloccate in un una fantasiosa quando irreale idea 'dell’identità locale'.
Sono invece molto scettico sull’uso mediatico di alcun sindaci, che per uscire fuori dal proprio provincialismo, usano l’architettura iconica per emanciparsi, vedi ciò che viene chiamato effetto Bilbao o Zaha Hadid a Reggio Calabria.
L’Italia deve ripartire da architetti come Werner Tscholl che tu hai giustamente indicato.
Dare fiato agli architetti bravi senza più discettare sui massimi sistemi dell’architettura.
In Italia manca un quarantennio concreto di storia fisica.
Un quarantennio che possiamo leggere nei mille tomi di parole di architetti che hanno scritto seduti nella loro comoda poltrona. Perdendo tempo a litigare e indignarsi, lasciando indisturbati i cementificatori, i veri artefici dell’architettura italiana degli ultimi anni.
Una generazione preoccupata più ad accreditare le proprie idee che a osservare lo sprawl che ha cambiato il volto dell’Italia.
Sarebbero tutti da denunciare per omissione di soccorso.
Saluti,
Salvatore D’Agostino

Nikos ha detto...

Estratto della mia intervista con Pierpaolo Conti del Terzo Occhio: "Archistar: tutti a casa!", No. 10, aprile/giugno 2009, pagine 58-59.

PC. Alla domanda «Lei vivrebbe allo Zen?», Vittorio Gregotti ha risposto: «Io non faccio il proletario o l’operaio, faccio un'altro mestiere».

NAS. «Il bravo Gregotti ha fatto nello Zen uno sbaglio di dimensioni monumentali. Adesso prova a nascondere il suo peccato, ma non ci riesce perché è come tentare di nascondere un elefante nel salotto! Non voglio criticare un signore che ha un nome rilevante nell’architettura italiana. Gregotti oggi è in prima fila nella battaglia contro l’architettura inumana e per questo lo stimo molto.»

Saluti a tutti,
Nikos

Pietro Pagliardini ha detto...

Salvatore, abbiamo punti di vista diversi: pazienza. Gregotti non è offensivo ma dice semplicemente quello che molti pensano e cioè che l'archiettura di Hadid è scarsamente pensata per essere costruita, è globale, è finalizzata a creare immagine e non architettura. Tu pensi non sia così, io penso abbia perfettamente ragione. Io credo non si renda giustizia nè a Koolhaas nè a alla Hadid a farli passare per quello che non sono, perchè sono molto di più: sono motori del mercato globale, il marchio Koolhaas è legato al marchio Prada e insieme si fanno marketing a vicenda e questo è merito di Koolhaas. Non vorrai farmi credere che quel giocattolo scenografico in Corea sia architettura? E' un grande happening, un evento mediatico che fa pubblicità a Prada e Prada fa pubblictà a Koolhaas. Se poi c'è chi la prende per architettura, ancora pazienza. Il primo a saperlo credo proprio sia Koolhaas stesso e immagino anche...se la rida alquanto.
Saluti
Pietro

ettore maria ha detto...

Il giorno dell'inaugurazione del museo dell'Ara Pacis, l'ex sindaco e il sig. Meier si erano premurati affinché fossero presenti tutti i sostenitori del UFO atterrato a due passi dal Mausoleo di Augusto. A rompergli le scatole ci fu una massa enorme di persone che manifestavano contro. In particolare un uomo anziano inveiva contro tutto e tutti. In quel mentre passava Zaha Hadid che chiese se qualcuno conoscesse l'inglese per poterle tradurre ciò che quell'uomo e quella gente stessero dicendo; una volta ascoltato di che si trattava si allontanò urlando che coloro che non condividevano il progetto erano dei "fucking ignorants" ... Se permettete una persona del genere non merita commenti, né spazi di discussione sulla sua opera, semmai meriterebbe la "condanna del silenzio" cui molti di noi sono abituati a causa di personaggi come Gregotti che su Casabella ha sempre e soltanto dato spazio ad architetture care al mondo modernista (in tutte le sue sfaccettature) cui Zaha e Rem appartengono, e mai si è degnato di dare un trafiletto a chi fa architettura tradizionale!

Biz ha detto...

Faccio ora, come mi piace ultimamente, l'avvocato del diavolo.

In fin dei conti trovo sterile l'approccio di chi dice "questo non è architettura, è illustrazione, design, ecc. ecc.".
Perchè resta il fatto che la signora in questione sta costruendo parecchio, sta vincendo un mucchio di concorsi in giro, insomma, anche se in molti (a volte anch'io) stiamo aspettando che passi il suo cadavere lungo il fiume (le cause per edifici che non funzionano, che vanno a pezzi ecc. ecc.), sta di fatto che è un architetto contemporaneo, su questo non ci sono dubbi: sta costruendo e vincendo incarichi alla grande.

In fondo, la Hadid continua un ramo - un po' irrazionale - di una certa architettura "liberty - art nouveau": queste linee fluenti, un po' irrazionali ecc.
Ma con una differenza: che le sue cose sono possibili soltanto per alcune condizioni produttive al contorno:
1) lo sviluppo dei modellatori tridimensionali
2) lo sviluppo delle tecniche di controllo alfanumerico in stabilimento.
3) il dilagare della costruzione "a secco" contro quella "a fresco" : nel filone della produzione industriale vs quella artigianale.
Montaggio, non costruzione.

In più, altre condizioni nettamente contemporanee di varia natura:
a) l'esigenza pubblicitaria delle città del mondo
b) il culto del nuovo, dello straordinario e del "mai visto"
c) un certo decadimento generalizzato della cultura media "alta"

ecc. ecc.

Ecco, ora questo può anche non piacere, certamente.
Ma resta il fatto che sono condizioni contemporanee.
E sono condizioni con cui qualsiasi architetto contemporaneo deve, volente o nolente, fare i conti.

Anonimo ha detto...

Salvatore, stranamente non citi Marcos Novak, padre spirituale della trans-architettura ........

ps: secondo me un pò bari quando dici "...... la sua architettura è fisica e sensuale, non c’è niente di liquido. ", la liquidità non c'entra niente con la fisicità e sensualità, lo sai meglio di me.

ciao
Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Ettore, non è del tutto vero che Gregotti ha ignorato l'architettura tradizionale, infatti, scorrendo vari numeri di Casabella vecchi, Gregotti direttore, ne ho ritrovato uno in cui liquidava Krier per la sua deriva antichista. Sullo stesso numero c'era un articolo di Demetri Porphyrios, molto colto. Dopo quel numero è scomparso.
L'uomo non è umanamente una specialità ma l'architetto è stato migliore di altri, Zen a parte ovviamente.
Biz, la Hadid vince molto ma costruisce molto poco rispetto a quanto vince.
Gregotti ha secondo me ragione a escluderla dal novero dell'architettura per collocarla in un mondo diverso (e tutto sommato migliore) come quello del marketing. Dire che un architetto contemporaneo deve fare i conti con la Zaha Hadid significa accettare l'idea che sta dietro a quell'architettura e, francamente, oltre che non piacermi affatto, è argomento che può interessare 20 architetti nel mondo e poche centinaia di committenti. E' esattamente l'idea di architettura che rifiuto e che però, alimentata da discorsi critici, riviste, media ecc. crea imitazione, cioè, a mio avviso, danni.
La gente e le città possono fare a meno alla grande dell'architettura di Hadid, e forse inquadrarla nel puro marketing, nell'illustrazione, significa darle la sua giusta collocazione, che a mio avviso non è affatto negativa, dato che le merci comunque devono essere disegnata, prodotte e vendute.
Credo che inquadrando bene Rem Koolhaas si possa meglio capire il meccanismo e capire la Hadid. Davvero lo dico senza ombra di dileggio o ironia: i due, soprattutto Koolhas, sono geniali nel loro campo.
Pensare che Krier e Koolhas agli inizi erano insieme!!!!
Saluti
Pietro

ettore maria ha detto...

Caro Pietro, il numero di Casabella che mi citi mi è sfuggito, forse perchè ad un certo punto ho iniziato a non sopportare più quella rivista e non ho più rinnovato l'abbonamento che, da bravo studente "inquadrato", avevo fatto (per altro anche a Domus). Penso comunque che un solo numero, in cui si "liquidava" Krier e si parlava di Porphyrios, non possa bilanciare lo strapotere dato agli architetti "non tradizionali".
Per quanto riguarda Koolhas e la Hadid, e ci aggiungo Ghery, Himmelbau, Eisenmann, Liebskind e tanti altri, voglio però lasciare un dubbio già prospettato, da qualcuno: stiamo parlando di architettura, di scultura o di "installazioni" che vanno tanto di moda? Il Museo della Hadid a Roma è davvero una mostruosità informe, con pareti e spazi difficilmente utilizzabili per la funzione cui sarebbero stati realizzati, praticamente il museo è una sorta di museo di sè stesso e del pensiero della Hadid e compagni. E questo è probabilmente il motivo per cui ella vince ma non costruisce, poiché chi promuove un progetto vorrebbe anche utilizzarlo! C'è chi vuole trovare della poetica in queste opere, c'è chi vuole distinguere tra la "maniera" Koolhasiana e quella Hadidiana, a me pare che non ci siano grandi differenze, tutti si assomigliano (in bruttezza) e, sinceramente, penso che questo più che far emergere una "personalità" la fonda in un mondo spersonalizzato. Inoltre ci sarebbe da aprire un lunghissimo capitolo sulla assoluta "insostenibilità" di queste architetture, ma mi sembra alquanto inutile continuare a disquisire di pura edilizia, su di un blog interessato all'architettura con la "A" maiuscola.
Sono cosciente del fatto che qualcuno mi vorrà fucilare in piazza dopo queste affermazioni, ma almeno mi sento più leggero!
Cordialmente
Ettore

Pietro Pagliardini ha detto...

Ettore, la mia battuta su Casabella voleva essere sarcastica proprio per dire che una volta e poi mai più!
Quello di Casabella era uno dei primi numeri dell'era Gregotti. Pensa, c'era in uno successivo, anche un articolo di Paolo Marconi!!!!
Ma ti dirò di più: ho un Lotus dedicato in buona parte a Krier! Adesso non ricordo chi fosse il direttore, ma più o meno la linea editoriale era la stessa. Cosa sia accaduto dopo non saprei dire e ti dirò anche che non mi interessa molto. Spesso si tratta di capricci da star e Gregotti a quel tempo era una vera star che ha imperversato con le sue riviste, ha dato successo e ha messo in ombra. C'è stato un periodo in cui i concorsi li vincevano tutti progetti "gregottiani". Apri un numero di Casabella e trovi i soliti nomi e i soliti progetti.
Anche per questo forse rimpiange il tempo che fu. Riconosco però a Gregotti, a parte una certa ripetitività, una qualità di architetto largamente superiore a molti di coloro che sponsorizzava.
Quanto ai vari nomi che hai fatto io non ti metto certo al muro dato che sono assolutamente convinto che abbia poco senso stare a disquisire tra l'uno e l'altro essendo l'uno l'amplificatore, dell'altro.
Saluti
Pietro

ettore maria ha detto...

Caro Pietro,
avevo percepito il tuo sarcasmo, e mi fa piacere che come al solito ci troviamo sulla stessa lunghezza d'onda.
A presto
Ettore

Paolo ha detto...

Spettabili architetti tutti, concedetemi un commento da vostro parente povero (un bieco ingegnere). Ho letto anch'io l'intervento di Gregotti sul Corriere.
V.G. non mi piace punto, ma quelle poche parole su Hadid sono state per me una liberazione simile a quella del povero Fantozzi in tema di Corazzata Kotiomkin. Se Gregotti riuscirà a posare il cippo funebre del processo di beatificazione di Hadid avrà il mio plauso incondizionato.
Paolo Landoni.

Pietro Pagliardini ha detto...

Paolo, il paragone con la corazzata Potiomkin è geniale ma temo ci vorrà ben altro che un articolo di Gregotti per affondare una vera corazzata come la Hadid & Co.
Bisognerebbe che Gregotti avesse lo stesso potere editoriale di un tempo ma allora dovremmo cercare di liberarci di lui invece che della Hadid e saremmo da capo.
Insomma, le cose sono un pò più complicate di come le rappresento io, ma vale la pena provarci.
Comunque resta il gesto liberatorio di Gregotti che forse gli farà meritare il...Purgatorio. Nella storia della critica, intendo.
Saluti
Pietro

biz ha detto...

Lotus era allora diretta da Pierluigi Nicolin, che ha sempre avuto un debole per Leon Krier. (era poi sempre lui che scriveva i pezzi nel Domus di Bellini di presentazione ai suoi progetti, ad esempio Atlantis).
In realtà, Casabella, che allora leggevo abbastanza assiduamente da bravo studente, non di rado pubblicava qua e là cose dei fratelli Krier (soprattutto Rob invero).
I concorsi li vedevano spesso protagonisti; e tutta l'operazione IBA a Berlino non fu ignorata da Gregotti, perntanto nemmeno il "krierismo", che al tempo era abbastanza forte e di moda anche presso gli studenti, magari in mescola con elementi più "rats", o Siza, o i barcellonesi allora emergenti come popolarità in Italia.

Ricordo certamente la pubblicazione su Casabella dell'isolato berlinese realizzato da Rob Krier; me lo studiai ben bene :-)

A proposito Pietro ... anche Leon Krier, come la "Zazzà", ha costruito pochissimo in rapporto alla mole di progetti ... dunque?

biz ha detto...

Ancora Pietro: guarda che la Zazzà ha un casino di fans, è una diva.
Sarà quel che sarà: architettura, fuffa, moda, design, minchiate ... però in questo momento è come il prezzemolo ... non resta che attendere qualche dissesto statico, qualche perdita d'acqua, qualche manutenzione impossibile ...
"form follows fiasco", come diceva il titolo del saggista Peter Blake di tanto tempo fa. Da ripescare, è meglio di Tom Wolfe.

Pietro Pagliardini ha detto...

Krier ha costruito pochissimo, molto meno della Hadid ma....non ha nemmeno vinto i concorsi.
Invece costruisce moltissimo Rob Krier che però non fa i concorsi ma sta molto sul mercato.
Sul mercato ma non nelle riviste, guarda caso, e sì che fa villaggi interi di dimensioni consistenti.
Comunque la forza di Lèon Krier sta nella sua capacità di essere leader indiscusso di un movimento per l'architettura tradizionale.
Come ha detto a Firenze recentemente lui è felicissimo della sua vita attuale, gira il mondo, tiene conferenze, fa consulenze, guadagna, suona il pianoforte, è anche ringiovanito rispetto a qualche anno fa. Tieni conto che lui non fa uso di nessuno strumento elettronico o informatico, il suo massimo mezzo di comunicazione con il mondo è il fax. Non ha studio, non ha organizzazione, non è un'azienda e non è neanche lontanamente paragonabile alla Hadid.
In nessun senso.
Tanto che ci sono: vai a vedere il concorso che pubblicizzo nell'instant post di stasera, perchè è spettacolare.
Ciao
Pietro

Biz ha detto...

Si Pietro, però comunque non funziona lo schema interpretativo secondo cui ci sono i bravi architetti tradizionalisti che purtroppo sono osteggiati e poco pubblicizzati anche se alla gente piace quello che fanno, e invece i modernisti brutti e cattivi che sono spinti dai media anche se fanno schifo a tutti.

Non funziona nel senso che la realtà è più complicata, molto più complicata.
I modernisti, anche estremi, hanno i loro fans, il loro pubblico; e lo stesso i tradizionalisti (assai più pubbblicati di quanto non si dica, e persino molto di moda nei primi anni '80).
Esiste una lotta fra due tendenze, due approcci : che a fasi alterne, in modi diversi, va avanti a partire dagli albori della "architettura moderna", e sicuramente a partire dall'800.

A partire dalla fine degli anni '50, fino alla fine degli anni '80 il "movimento moderno" ha preso scoppole bestiali.
Reagendo, certo.
Una nuova fase si aprì dalla fine degli anni '80, quando un approccio "neomodernista" riprese il sopravvento.

Ma io credo che non possa oggi essere riproposto come antidoto quella architettura e urbanistica antimodernista che fu in auge nei primi anni '80, e di cui Krier fu fra i protagonisti.

Sono troppi i temi nuovi che sono emersi in questi anni.
Se una reazione "antimoderna" ha da esserci, non potrà essere fatta con i criteri e i modi dei protagonisti degli anni '80. Nè di Krier, nè tantomeno di Gregotti (assai meno credibile in questo, dati i suoi risultati, non proprio entusiasmanti).


p.s. ma come cacchi si fa a votare per Galina? Si è brava, non ha fatto fuffa come tanti altri.

Anonimo ha detto...

«E così, mentre altri si sono avventurati nell’esplorazione di quel che si può dire quando non si danno più fondamenti e verità assolute, accettando la molteplicità delle interpretazioni, Leon Krier continua, imperterrito, a proporci il Vero, il Bello, il Giusto. (...) Ma alla fine di questa sfuriata mi viene un dubbio, mi viene da chiedermi se non abbia finito con l’invertire le parti. Dovrei forse temere, dopo essermi presentato come difensore della “doxa”, della molteplicità delle interpretazioni e delle versioni del mondo, di fare poi invece la parte del fanatico difensore dell’ “episteme”, dell’essere in quanto essere, della vera Verità, e Bellezza, e Giustizia».
(PIERLUIGI NICOLIN, Leon Krier: Atlantis, Tenerife, in Domus n. 694, maggio 1988, pag. 46).

LineadiSenso ha detto...

biz, in poche righe mi pare tu abbia condensato quello che è successo negli ultimi 60 anni, anche se io sposteri il ritorno del "modernismo" verso gli anni 90, ma è un semplice dettaglio, niente di più.

una cosa invece mi interessa del tuo discorso: il fatto che, notando una continua oscillazione (io la chiamo moda) tra i due poli, forse sarebbe il caso di sorvolare totalmente sui problemi di linguaggio in quanto irrisolvibili: nelle architetture di entrambi le parti si noterebbero modernità inaspettate (e certe volte ben poco intelligenti) e tradizioni che nessuno nota (e anche quelle certe volte ben poco intelligenti).

robert

ettore maria ha detto...

Messaggio per Biz,

quello di cui parli, e che è avvenuto all'inizio degli anni '80, fa parte del postmodernismo, che poco ha a che fare con chi si interessa di architettura e urbanistica tradizionale. Senz'altro i postmoderni ebbero il merito di ricercare un senso nell'architettura ma, a causa della loro formazione parziale, si limitarono a fare del citazionismo gratuito di segni del passato che fece sì che il movimento perdesse di incisività. E' verissimo che i lavori postmoderni venivano pubblicati, e questo è un segno del fatto che si fosse stufi dell'international style. Purtroppo la debolezza delle idee (non di tutti i rappresentanti) fece sì che invece del salto di qualità ci fosse il crollo delle fondamenta del loro pensiero. Alcuni di quei pionieri sono andati avanti per la loro strada, con maggiore o minor successo ma, da allora, ben poche pagine sono state pubblicate a favore di progetti rigorosi di architettura tradizionale. Magari ci sono state delle riviste apertamente schierate in nome della tradizione (A&C International), ma non hanno avuto una giusta distribuzione, oppure sono state mal gestite. Le riviste dominanti non hanno dato però alcun segno di pluralismo.

PS
per votare per Galina o chicchessia devi cliccare sulla freccia rossa che riporta il numero di voti (hai una sola possibilità)

Biz ha detto...

Robert: è vero, sono d'accordo. Mi pare che vi sia una potenza sia dello "zeitgeist", sia dei dati essenziali, direi strutturali e archetipici dei modi della ideazione architettonica, tale da non consentire, nei fatti, una distinzione così netta fra "modernisti" e "tradizionalisti".

Ettore: grazie, a volte a cliccare sono un po' gnugnu.
Per quanto riguarda il tuo discorso, a me pare che esista comunque un fattore tecnico che rende comunque difficile, a prescindere dal dato "mediatico" una egemonia culturale del tradizionalismo architettonico rigoroso nella nostra epoca.
In qualche modo, un vero tradizionalismo forse dovrebbe utilizzare in modo spregiudicato, quanto accorto compositivamente però, le tecniche contemporanee.
E quindi, potrebbe venir letto, superficialmente, un "non tradizionalismo".

LineedeiCattiviGusti ha detto...

ettore, la questione è assai più difficile e assai più semplice di come la dipingi tu. il "più difficile" lo tralascio perchè mi ci vorrebbe un libro e non basterebbe un commento. il "più facile" è semplicemente legato a questioni di gusto: così come ci si è stufati di certe forme moderne così poi ci si è stufati di certe forme tradizionali... c'entra ben poco la debolezza delle idee che non erano affatto deboli, portate avanti da personaggi la cui "formazione" era ben piantata e non era per nulla parziale come affermi tu. sì, insomma, una questione di cattivi gusti che si contendono il predominio. lo so che è difficile da accettare ma putroppo è la nostra condizione attuale. se non la si accetta e non la si comprende non si va da nessuna parte.

robert

Pietro Pagliardini ha detto...

biz, adesso esaspero quello che hai detto, ma solo per farmi capire meglio: così abbiamo scoperto che la tradizione è stata vincente dagli anni 50 fino agli 80 e poi c'è stato un ulteriore revival (che è vero, c'è stato, ma con le notazioni di Ettore)!
Vado sui ricordi personali: entrato all'università nel 1970: Archigram, le megastrutture, Sorgane di Ricci, Gallaratese, il Corviale (1970), Daneri, le new town inglesi, in particolare Runcorn New Towns, Cumbernald (ecco cosa ne dice Wikipedia: During its construction, under the designer's eye of Geoffrey Copcutt, Cumbernauld town centre's daring megastructure architecture was highly praised. Architects, designers, town planners and students of many disciplines visited Cumbernauld from around the globe to marvel at the town, for many years heralded as a utopian construction). Quando mi sono laureato era in costruzione, o appena finito, il Centro Pompidou di Piano e Rogers. I numeri di Casabella di quel tempo sono in cantina e non ho voglia di andarli a prendere.
Legge sulla casa (865), PEEP come piovesse, tutti uguali, scatole fatte con il sistema tunnel. Eccezioni? certo che c'erano, ma eccezioni: primo numero (al piano di sopra di Casabella), n° 478/82, in copertina e dentro, Gino Valle, case alla Giudecca, a New york la Banca Commerciale. Ma l'editoriale del direttore Gregotti ha questo titolo: L'ossessione della storia. Il contenuto è involuto e sfuggente, la storia c'è, è giusto che ci sia, ma senza esagerare. Poi Bernardo Secchi, fumo allo stato puro (personalmente è squisito). Articolo di Sergio Crotti. a Torino il Centro direzionale "Akropolis 9"; tradizione? Centro direzionale di Quaroni, Passarelli e FIAT engeneering; tradizione? Un Alvaro Siza a Malagueria con richiami alla tradizione (ma interpretata).
Globalmente non saprei dove sia questa tradizione, in specie urbanistica.
saluti
Pietro

Linea dei propri Papi... ha detto...

che dire... pietro... sei stato semplicemente sfigato :-)))
entrato troppo presto in università e, soprattutto, nell'università più "trasgressiva" d'italia :-)))

se penso che la prima rivista a cui mi sono abbonato era "materia" di paolo portoghesi. sì, insomma, un mondo ci separa...

robert

Pietro Pagliardini ha detto...

Caro robert, non sono stato io sfigato, ma le nostre città, dato che i piani sono tutti uguali, al nord, al centro e al sud, con le solite ovvie eccezioni, che però confermano solo la regola.
Il buon Secchi, a proposito, è dello IUAV, o sbaglio?
Saluti
Pietro

Biz ha detto...

Certo Pietro, ci sono stati gli archigram, i metabolisti i megastrutturisti, l'architettura radicale ecc. ecc.

Ma la tendenza generale, almeno in Italia (l'Italia in questo ha avuto un percorso originale, e perciò vincente), ha avuto una impronta decisamente di recupero delle tradizioni, magari soltanto locali, "regionali".

Tutto un filo rosso: dal "tribruttino" e dal lavoro di Ridolfi ai giovani anni '50 (Portoghesi casa baldi, Gabetti e Isola la bottega d'erasmo, che Reyner Banham tuonava sulla "ritirata italiana dal movimento moderno").
Muratori et alumni (Caniggia ecc.)
E poi, il testo di Aldo Rossi, e poi Grassi, ecc. Le prime cose dei vari Krier, Culot, ecc.

Questo insieme s'illuminò di "fashon" post modern, culmine la Biennale su "La presenza del passato".
La scoperta del lavoro di Hassan Fathy.
In fondo, anche riscoprire i decorated shed contro le papere dei Rudolph aveva un senso di ripiegamento, in questo senso.

Certo, Ettore ha ragione, c'era tanta tendenza (appunto, "la tendenza"), parecchia mistificazione e anche porcate (il post modern americano alla Graves e alla Moore, il Bofill post modern, per citare le migliori porcate).

Ma nel complesso, si può dire che l'attenzione per i temi dello specifico locale, storico, tradizionale fosse "culturalmente egemone", in linea di massima.

Oggi no, non mi sentirei di dirlo.
Anche se probabilmente, i "tradizionalisti" in campo sono più seri e rigorosi.
Ma di nicchia.

Salvatore D'Agostino ha detto...

---> Pietro,
nel rinascimento (e non solo) gli stessi architetti che osanniamo per le bellissime opere architettoniche si cimentavano anche in architetture temporanee che celebravano eventi occasionali atti a esaltare il potente di turno laico/cristiano.
C’è sempre stata l’architettura temporanea il 'Transformer' di Koolhaas per Prada nasce da questa visione.
Non possiamo confondere la tipologia edilizia per definire l’architettura tout court.
Apprezzo molto il 'Center for Contemporary Art' di Zaha Hadidi a Cincinnati nell'Ohio negli USA e la 'Central library' di Rem Koolhaas a Seattle sempre negli USA, io trovo questi due lavori di ottima fattura e non credo che siano stati concepiti da un non architetto.

---> Saligaros,
che cos’è l’architettura inumana?
In Italia per non aver affrontato con maturità la questione delle parti antiche delle città con le nuove esigenze della contemporaneità, molti abitanti hanno considerato i ‘condomini’ abitazioni umane rispetto alle inumane case a schiera dei vicoli.

---> Ettore,
chi pensa che l’ara Pacis sia un «UFO atterrato a due passi dal Mausoleo di Augusto» è un ignorante.
Almeno non conosce i termini della critica architettonica ma quelli da semplici invettive da bar.
Quindi condivido con Zaha Hadid l’ignorante ma non il fucking.

--->Biz,
condivido la tua provocazione (meno le idee su Zaha Hadid), vorrei aggiungere alla tua lista la mostra alla X Biennale di Venezia del 2006 ‘Città di pietra’ e un numero sconsiderato di riviste che parlano di architettura tradizionale: Ville & Casali, AD, Cose di casa, Brava casa, Casaviva, Ville Giardini e molte altre che non mi sovvengono.
Non so se succede anche a te, ma sono le prime che i clienti mi portano, credo che anche su questo accorra fare una riflessione.

---> Vilma,
credo che diciamo la stessa cosa. Gregotti da furbo giornalista/architetto introduce un ossimoro per facili inciampi semantici ‘Architettura liquida’. Zaha Hadid non costruisce niente di liquido, anzi la sua architettura è molto materica.
Ciò che mi stupisce di Marcos Novak è il suo essere accademico, le sue teorie che hanno offerto un notevole contributo alla recente architettura nascono all’interno dell’Università.
Immagina un Marcos Novak nelle nostre università, spesso parlo con gli studenti che lamentano un preparazione compositiva/tradizionale quasi anacronistica da parte dei docenti.

---> Ettore, Pietro, Nikos,
un invito, smettetela di parlare di architettura contemporanea, che spesso criticate con termini non adatti perché a mio avviso sconoscete i processi concettuali che la determinano.
Cominciate a proporci le vostre architetture, emancipatevi dalla critica adolescenziale del 'contro' e avviate una nuova fase più matura.
Parlate concretamente dell’architettura ‘tradizionale’.
Prendente esempio da Enrico Bardellini e il suo blog ‘La capanna in paradiso’.
Vi faccio una domanda:
se dovessi costruire un museo a Venezia o Alberobello o Matera o Filicudi come mi dovrei comportare da buon architetto tradizionalista?

Saluti,
Salvatore D’Agostino

Pietro Pagliardini ha detto...

Salvatore, risposta all'ultima tua domanda:
ti dovresti comportare da "buon architetto tradizionalista".
A domande sciocca, risposta sciocca.
Saluti
Pietro

ettore maria ha detto...

Per Salvatore D'Agostino.
fermo restando il fatto che condivido le parole di Pietro nella sua breve risposta, aggiungo una sola cosa.
Io, come tutti gli altri, ho una formazione accademica modernista, quindi conosco molto bene i presunti "processi concettuali che la determinano", quindi eventualmente l'ignorante sei tu, che ti esprimi in maniera così violenta e irriverente nei confronti nostri, anche perché non conosci (nè penso ti interessi conoscere) il senso del rispetto che c'è dietro l'architettura tradizionale moderna. Tu, come Zaha, pensate che chiunque non apprezzi il significato nascosto dell'architettura modernista sia un ignorante, fatto sta che la gente di Roma, di qualsiasi estrazione politica e culturale, ha manifestato per ben 6 anni nella speranza di evitare lo scempio di Meier. Prima di ripensare al modo di insegnare l'architettura penso si debba ricominciare ad insegnare l'educazione civica che, a molti presuntuosi, manca totalmente.
Un indignato ignorante

Pietro Pagliardini ha detto...

Caro Ettore, a questo punto credo sarebbe cosa buona e giusta ignorare Salvatore. E' circa un anno che mi sforzo di fargli capire non l'architettura tradizionale ma l'educazione: un fallimento.
Non sono amante della psicologia e della psicanalisi, anzi le detesto sinceramente, ma in questo caso penso davvero vi sia una sorta di mancanza di una cattedra da cui torturare giovani studenti come rivalsa non so di che cosa.
Come spiegare diversamente quel tono di superiorità e supponenza, oltre che di maleducazione, che ci impone ogni volta, non giustificato da contenuti che non siano rubacchiati quà e là da citazioni varie! Come spiegare diversamente l'accanimento, quasi da denuncia per stalking, verso coloro che esprimono qualche pensiero individuale frutto di un ragionamento, magari sbagliato, ma che almeno si sforza di essere frutto di una riflessione autonoma? Come spiegare diversamente questo periodico tornare ogni volta più violento nella sostanza e nella forma quanto privo di alcun contenuto che non sia prosopopea?
Qui non ci troviamo di fronte al confronto, anche violento, allo scontro direi, di un'idea contro un'altra, perché io di idee non ne ho colte una che una, ma siamo di fronte agli insondabili recessi dell'animo umano, di fronte ai quali sono incapace di dare risposte.
La dimostrazione di un aspetto conflittuale e non fisiologico sta nel fatto che, nonostante la, da lui dichiarata, nostra immaturità, ignoranza, mancanza dei fondamentali, ecc. Salvatore sente il bisogno ricorrente di venire a trovarmi. Io, personalmente, visito e lascio commenti in tutti quei blog in cui trovo qualcosa di interessante, anche se non ne condivido le idee; devo trovarci qualcosa, altrimenti, click e via, non sono masochista! Io visito e lascio commenti molto critici e dissonanti, ad esempio, su Antithesi, di cui non condivido quasi niente, eppure c'è un rapporto di rispetto reciproco con quel gruppo. Lo stesso avviene con Architetti Catania e altri. Cito questi solo a titolo di esempio.
Certo, non mi presento salendo in cattedra, non dico siete immaturi (che vuol dire un po' stupidi); spesso faccio provocazioni, sì, ma cercando di argomentare ciò che dico, non dispensando sentenze e pagelle e, soprattutto, sapendo che sono a casa d'altri e quindi mi presento nelle dovute forme.
Insomma, Ettore, mi rivolgo a te che sei abbastanza giovane di questo blog, per dirti che è una battaglia persa in cui anch'io non so mai come comportarmi, combattuto tra la voglia di non pubblicare, di non commentare, di mandare un vaffa liberatorio, di cercare di spiegare, di essere educato, di essere comprensivo, conscio dei problemi altrui. In questo sono ondivago perché faccio sempre affidamento, sbagliando, sull'altrui intelligenza. Non commettere anche te questo errore. Dopo non dire che non ti avevo avvisato.
Ciao
Pietro

Salvatore D'Agostino ha detto...

----> Ettore e Pietro,
mi dispiace, non credo di aver offeso nessuno.
Per me ignorante è una persona che ignora alcune cose specifiche, nel caso in questione qualcuno potrebbe prendere in seria considerazione una frase del genere: «UFO atterrato a due passi dal Mausoleo di Augusto.» dov’è il senso critico?
Grazie per lo sciocco, il violento, maleducato, supponente, fissato da denunciare per stalking, commentatore senza contenuti copia incolla, poco intelligente cioè scemo.
Rileggendo il mio commento non so chi ha esagerato, ma va bene non sono un permaloso del Web.
Ettore sbagli nel dire «anche perché non conosci (nè penso ti interessi conoscere) il senso del rispetto che c'è dietro l'architettura tradizionale moderna.» vorrei conoscerla ma dai vostri scritti leggo solo ciò che non gradite, spererei in un approccio più propositivo da parte dei promotori di quest’idea.
Trovo inutile dare dell’incapace a Fuksas, Le Corbusier, Hadid, Meier senza esporre la propria architettura.
La mia critica, forse un po’ aspra, cerca un confronto concreto e non quello che il filosofo Mario Perniola chiama degli “incazzati in pigiama”.
Mi rincresce del vostro risentimento.
Sinceri saluti,
Salvatore D’Agostino

P.S.: Pietro hai uno strano concetto del senso della citazione.

lycopodium ha detto...

Il riferimento chiesto dal prof. S. D'Agostino è questo: Lettera di LC a Madame de Salle (1929). Confessione privata, indegna di manuali teorici, magari smentita dai fatti e con i limiti di cui accennevo qui
http://www.de-architectura.com/2009/08/la-chiesa-di-fuksas-foligno.html
ma cmq significativa.

Pietro Pagliardini ha detto...

Grazie lycopodium per la precisazione, ma leggendo ogni tanto qualcosa di te io non dubitavo fosse un'invenzione.
Saluti
Pietro

arching ha detto...

Mi inserisco nella discussione un pò in ritardo (sapete, le vacanze...): pur non apprezzando Hadid e Koolhaas mi sembra azzardata l'affermazione di Pietro quando dice "mi sconcerta è la creduloneria di architetti e critici vari nel discorrerci sopra, quasi fosse architettura".
Insomma, lo stesso si potrebbe dire ad esempio delle opere di Boullée, che forse è stato il primo "architetto virtuale" riconosciuto della storia: quasi nessuna sua opera è stata realizzata, però ce lo ritroviamo in tutti i libri di storia dell'architettura...
Ma poi ce ne sono stati tanti altri, che giustamente ho visto citato nei vari commenti: lo sappiamo tutti che la storia dell'architettura si fonda in realtà su volute accentuazioni di particolari avvenimenti; se la storia dell'architettura fosse tratta alla stregua della storia (intesa come sucessione di avvenimenti umani significativi)probabilmente molti architetti che vediamo comparire nei manuali nemmeno sarebbero citati nelle note e avremmo libri composti dall'evoluzione della capanna in casa a corte, poi lotto gotico, ecc.. e forse le ultime paginette dedicate alle esperienze contemporanee (non vedo case attorno a me nè "liquide" nè "sensuali").
...
Rileggendo quello che ho scritto, sto pensando che un libro così non sarebbe niente male...
Non so.
A presto
Matteo

Pietro Pagliardini ha detto...

Coraggio arching, mettiti nell'impresa libraria.
Però l'originalità starebbe nel fare la storia dell'architettura e non la storia degli architetti.
Quanto alla storia vedo che te ci hai già inserito la Hadid a ieno titolo, ma dubito tu possa prevedere chi sarà ricordato nella storia e soprattutto come sarà ricordato.
Anche Barbablù è passato alla storia, in fondo.
Leggevo ieri che J.J. Rousseau al suo tempo era famosissmo come compositore musicale e sconosciuto come filosofo; oggi quanti sanno che Rousseau era compositore?
Ti consiglio prudenza a maneggiare la storia specie.... quella futura.
Saluti
Pietro

Matteo ha detto...

Si, hai ragione.
Anche se non volevo annoverare la Hadid come possibile "icona" di una futura storia dell'architettura (io personalmente non ce la vedrei, ma stavo semplicemente considerando il fatto che la storia dell'architettura, o degli architetti, come dici giustamente tu, viene fatta dai critici, quegli stessi critici che oggi, volenti o nolenti, parlano delle opere della Hadid).
Mi piacerebbe scrivere di architettura, il problema è che poi a nessuno interesserebbe :)
Ciao
Matteo

Salvatore D'Agostino ha detto...

---> lycopodium,
perché mi dai del prof? Io non ho chiesto niente, facevo notare una frase citata scorrettamente. Avevo visto il percorso Web della citazione e credo ancora che sia fallace, manca la fonte.

---> Matteo,
ripeto e condivido nessuna architettura liquida.

---> De Architettura,
una nota conclusiva, io non amo la polemica e vorrei chiarire alcuni punti.
Rileggendo i miei interventi non credo che sia ossessionato da questo blog, me ne guarderei bene, ma da due semplici ridondati aspetti:

1) Il parlare dell’architettura contemporanea per analogie visive senza approfondire la parte concettuale (definisco questa critica ignorante poiché sembra ignorare i codici contemporanei). Faccio un esempio io non potrei criticare un’architettura tradizionale parlando di ‘pilotis dorici’, mi prendereste - a ragione -per ignorante, la stessa cosa non si può parlare di architettura contemporanea parlando di falli, cose storte, Ufo e via dicendo;

2) Il parlare solo dell’architettura moderna che non piace. La contrapposizione a oltranza senza la maturità del compromesso (nel suo senso più positivo) è un’azione infantile. Per chiarire questo punto vi cito un articolo di Andrea Pacciani ‘Elogio della tradizione’: «Per questo ritengo soltanto più facile e più sicura nell’ottenimento del risultato, dopo gli errori del recente passato, la strada tradizionalista; lasciamo alle poche e geniali star pionieristiche dell’architettura sperimentale la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo che col tempo contaminerà inevitabilmente e positivamente anche l’architettura tradizionale. Chi non si sente di tal genio abbia il coraggio di ammetterlo, guardi ai migliori risultati degli architetti del passato e cominci a copiare, sì copiare, chi ha fatto in precedenza meglio di lui; magari guardando all’interno della propria realtà locale dove sicuramente giacciono impolverati esempi che hanno superato la prova della storia, che hanno rinunciato per il bene collettivo all’imposizione della propria presenza: “siate regionali e sarete universali” diceva Federico Fellini in tutt’altro contesto ma a grande ragione. [..]Il concetto quantitativo, come è sempre stato nella storia, prevale nei fatti su quello qualitativo; si sostiene con disprezzo che maggior parte dell’edilizia venga progettata da professionalità tecniche più sensibili alle richieste del mondo dell’economia della produzione edilizia, lasciando agli architetti, “quelli bravi”, le briciole.»
Link: http://www.andreapacciani.com/public/index.php?option=com_content&task=view&id=93&Itemid=52

Come Pacciani, sono convinto che la sfida in Italia sia sconfiggere le banalità false tradizionali o moderniste.
Reputo coraggioso la proposta di un’idea concreta che non si contrappone in maniera bieca a tutta la modernità, che come dice lo stesso Pacciani, aiuterà in futuro l’architettura tradizionale.
Io credo che ci sia bisogno di una visione tradizionale ma che non si possa sostituire tout court (attraverso le invettive) alla naturale evoluzione dell’architettura.

Forse vi sarò sembrato supponente o maleducato ma odio l’ignoranza pregiudiziale e l’opinionismo sterile.

Rinnovo come sempre i miei migliori saluti,
Salvatore D’Agostino

Giovanni Pivetta ha detto...

Vorrei lasciare traccia recente del pensiero dell'Architetto Vittorio Gregotti. Riporto un frammento dell'intervista rilasciata al web magazine HOUSE, LIVING AND BUSINESS, per cui lavoro. Io mi chiamo Daniela Paola Aglione (posto dall'account di Giovanni Pivetta, il direttore del magazine) e l'intervista è di Greta La Rocca. Le nostre domande sono piuttosto provocatorie, le risposte sono in linea.

Gregotti «Le opere architettoniche
delle archistar, oggetti di marketing»

Lo spazio urbano e l’architettura non sono opere d’arte ingrandite.

Lei si ritiene un archistar?
Per me archistar è un termine negativo. Rappresenta la categoria di chi non si approccia a un progetto in modo razionale e non assume un atteggiamento critico. Le opere architettoniche diventano oggetti di marketing, espressioni bizzarre e singolari dell’artista. Alle archistar non interessa il contesto urbano. Loro vanno contro l’identità di un luogo.

Qual è allora il giusto modo di rapportarsi al contesto urbano?
Al primo posto dobbiamo mettere il bisogno urbano. Noi architetti abbiamo il compito di dare un ordine morfologico, di creare degli spazi collettivi, in modo che ci sia armonia tra le forme. Gli architetti bravi sono tanti, ma alcuni non applicano il talento nel mondo corretto. Non sono grandi artisti quelli che realizzano altro rispetto al tessuto urbano. Le loro non sono grandi opere.

Chi butta giù dalla torre fra i suoi colleghi?
Fuksas è esibitorio, cioè esibisce se stesso con le sue opere. Di Michelangelo ce n’era uno solo. Non è il tempo delle scoperte, delle innovazioni, delle sperimentazioni. La decorazione non funziona, l’ornato non va. Le opere “stortignate”, cioè deformi, non possono essere capite. Botta, invece, è un ottimo architetto, mi piace e lo ammiro. Ma infatti è svizzero, non è italiano. La Svizzera è un paese più civile dell’Italia e rispetta la civiltà urbana. Non bisogna occuparsi dello spazio urbano e dell’architettura come se fossero opere d’arte ingrandite. I progetti devono essere semplici e funzionali. Il rapporto tra gli edifici è importante quanto le opere stesse.

Quali opere architettoniche non le piacciono?
Ad esempio il nuovo palazzo della Regione - Architettura Studio Pei Cobb Freed Partners New York : è collocato in una posizione assurda, è in evidente contrasto rispetto al contesto e non è nemmeno funzionale visto che i due edifici sono staccati e distanti tra loro, c’è quindi anche un problema di accessibilità. O la nuova Fiera - Architettura Massimiliano Fuksas: edifici ridicoli, realizzati per esibire se stessi e mettersi in mostra. Il progetto di Renzo Piano, invece, era molto più bello, ma è stato bocciato, evidentemente perché ha ricevuto offerte più basse. Quindi l’origine della scelta è peccaminosa e anche questo è un problema.

L’architetto Fuksas critica il quartiere Zen di Palermo, propone di abbatterlo. Cosa risponde?


Continua a leggere qui Gregotti «Le opere architettoniche
delle archistar, oggetti di marketing»
Grazie, Daniela Paola Aglione

am architecture ha detto...

Ogni volta che si crea uno spazio fruibile e con una qualche funzione quella secondo me è architettura.
Quando invece la funzione svanisce e rimane lo spazio si passa alla scultura. Se invece lo spazio svanisce e rimane la funzione si va più verso il design.
Detto questo Zaha Hadid è un architetto, in quanto realizza spazi in cui si svolgono determinate funzioni, in questo Gregotti sbaglia a dire che non fa architettura.
Quello che manca a Zaha Hadid secondo me, così come a Gehry e ad altri che loro partono con l'approccio dello scultore...non dell'architetto. Cioè io faccio quello che esce liberamente dalla mia anima con qualsiasi forma mi passi per la testa e poi dovunque l'oggetto lo mettano, se è funzionante o meno, se è economico o meno a noi non interessa.
Sono dei miracolati questi, perché chi commissiona loro le opere è sempre disposto a spendere qualsiasi cifra pur di vederle realizzati.
E quindi ci propongono tante belle opere d'arte fruibili ma non ci insegnano un metodo che si applicabile ovunque. Perché se Zaha Hadid mi propone una cosa dove ogni pilastro è una cassaforma fatta su misura può questo sistema applicarsi a una casa popolare?
Sono dei miracolati come ho detto...però il mercato chiede le loro cose in molti casi dove serve eccentricità, musei biblioteche grattacieli etc. e quindi ecco che zaha hadid ormai è 100 volte più quotata di gregotti.

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