Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


4 agosto 2009

LA CHIESA DI FUKSAS A FOLIGNO

Giulio Rupi

Strani tempi i nostri, in cui il concetto di natura viene stiracchiato dal Politica-mente Corretto verso direzioni opposte e contraddittorie, a seconda delle convenienze del momento.
Da una parte, se ci si dispone a discutere di bioetica e di diritti civili, guai a tirare in ballo la natura e il diritto naturale: nell’uomo tutto è cultura e artificio, fin nelle differenze di genere tra maschio e femmina.
In questo campo il richiamo al diritto naturale come unico baluardo della libertà della persona nei confronti delle leggi della città viene considerato un argomento reazionario volto a bloccare qualsiasi evoluzione e autonomia dell’uomo.


Sull’altro versante, secondo i fondamenti dell’ecologismo, qualsiasi intervento artificiale, cioè eseguito dall’uomo (l’uomo: “il cancro del pianeta”) a modifica della natura aumenta il degrado entropico ed è un atto profanatore della divinità pagana di Gaia, un’entità in sé perfetta in cui la venuta dell’homo sapiens ha sconvolto ogni equilibrio, oltrepassando il punto di non ritorno verso la propria autodistruzione.

In Architettura le cosiddette Archistar, che producono oggetti di design anziché edifici, che progettano torri storte e sbilenche son certo da ascriversi al primo atteggiamento, quello del rifiuto di ogni riferimento alla natura.
Ed è questo il discrimine tra la tradizione architettonica di sempre e questa mo-dernità: la perdita del riferimento alle forme della natura, forgiate dalla forza di gravità e secondo le forme della crescita dettate dalla necessità dell’adattamento.
La primordiale capanna, al pari di una pianta secolare, si costruiva su solide fondamenta (come le radici della pianta), si erigeva sulla verticale a contrastare la gravità (come il tronco) e si concludeva in alto con un tetto a punta o a cupola a dialogare con il cielo (come la cupola trasparente di una querce o la punta svettante di un cipresso). Così un bambino disegna una casa: un segmento orizzontale, due segmenti verticali, due segmenti inclinati e convergenti.

Così per millenni, fino a quando Le Corbusier disse che odiava la confusione dei tetti dei centri antichi e che si dovevano demolire per sostituirli con delle coperture piane praticabili e che gli edifici dovevano alzarsi da terra per poggiarsi su pilotis, lasciando libero il suolo. Alla capanna poggiata sul terreno si sostituì il cubo librato nell’aria e l’edificio perse la sua funzione di mediatore tra la terra e il cielo.

Ma non fu solo questa la discontinuità del Moderno. Nella tradizione quel “pog-giarsi, levarsi, concludersi” non si limitava all’intero edificio ma si ripeteva ad ogni scala, in ogni finestra ben riquadrata, nel portale di ogni chiesa, così come nella pianta la forma totale si ritrova nella forma dei rami, fino alle venature delle foglie. E anche nell’edificio questo ripetersi ad ogni scala partiva dalla scala più minuta, perche le superfici non erano lisce e disadorne, ma articolate nella tessitura minuta del materiale e arricchite dalla decorazione.

Fino a quando Le Corbusier proclamò la sua devozione per le superfici di liscio cemento e per la somma di partizioni tutte uguali anziché per l’articolazione dell’autosomiglianza a tutte le scale.
Invece, comunque la pensi Le Corbusier, il disagio istintivo che ogni persona sensibile prova di fronte alla parola cementificazione non deriva dall’idea dell’aggregazione di nuovi volumi a una città compatta, ma dalla repulsione per le superfici di questi volumi, superfici vergognosamente lisce, opache, amorfe, non decorate che questo materiale evoca, con il richiamo ovvio e giustificato alla recinzione dei lager.

E veniamo infine alla “Casa di Dio”, dove la figura del levarsi lungo la verticale conta più che in ogni altro luogo perché assume per ogni religione un valore simbolico di evocazione della possibile ascesa dell’uomo a stati superiori dell’essere.
Così, ad esempio, nella chiesa romanica, le navate e il transetto individuano uno schema a croce che rappresenta il percorso terreno, definito dai quattro punti cardinali. Ma questo percorso converge sul punto centrale, su cui sta l’altare, cioè il punto focale del piano terrestre da cui si erge la verticale, quella verticale che attraversa la cupola nel suo punto più alto e raggiunge la cupola del cielo, dal microcosmo al macrocosmo.

Il significato di questa ascensione è rappresentato dalla dialettica tra le colonne (la terra) e le soprastanti volte o cupole (il cielo) e una Casa di Dio che non esprima, sia all’esterno che all’interno, questo valore ascensionale, è l’espressione di una religiosità che ha dimenticato la possibilità, per l’uomo, di salire su questo asse verticale. Ma questi concetti figurali valgono non solo per le chiese cristiane, valgono per la pagoda buddista, per i minareti delle moschee e per i templi di ogni religione.

Vediamo adesso, da tutte queste premesse, di progettare una Casa di Dio che realizzi l’esatto contrario di ognuno di questi principi, i principi attraverso i quali, da sempre e in ogni religione, si è tentato di raffigurare il rapporto tra l’umano e il divino.
Per eliminare ogni accenno alla verticalità ascensionale togliamo del tutto quella parte dell’edificio che simboleggiava il rapporto tra terra e cielo, la copertura a cupola, a tetto, a pagoda o che altro e chiudiamo il dialogo con una copertura piana.
Per eliminare anche dalle pareti dell’edificio questo rapporto, realizziamo pareti che sia all’esterno che all’interno, siano lisce, senza alcuna tessitura, con portali di ingresso e feritoie casuali, dettati dal design e senza accenni di verticalità, appunto pareti cementificate.
Avremo così una immagine esterna e uno spazio interno in cui viene esclusa qualsiasi possibilità di percepire, di intuire quel cammino ascensionale per via simbolica, cioè attraverso delle mediazioni materiali, umane, quali sono gli edifici, le immagini, i rituali, i simboli.

Questo è la Chiesa di Fuksas a Foligno, e la Religione che l’ha prodotta ha evidentemente perso ogni capacità di proporre ai suoi fedeli quel cammino verticale di salita verso il cielo.


27 commenti:

Roberto Alabiso ha detto...

Vorrei intervenire in maniera altrettanto articolata e con più riferimenti, come sarebbe opportuno. Per essere sintetico voglio solo sottolineare che la modernità (o il contemporaneo anche nelle altre arti, non solo in architettura dove questo ad occhi liberi è anche più evidente )è frequentemente caratterizzata da forme che esprimono la perdita del buon senso o della ragionevolezza, cose normali ma che talvolta sembra siano scomparse del tutto. Questo nella più ingenua delle ipotesi.Cordiali saluti

Pietro Pagliardini ha detto...

Salvatore D'Agostino, ho ricevuto il tuo comemnto esageratamente sgarbato, arrogante, offensivo, rancoroso e anche parecchio invidioso che non intendo pubblicare, soprattutto nel tuo interesse.
Scrivi con maggiore educazione e sarai pubblicato, come sempre.
Ogni limite ha una pazienza, diceva Totò.
Pietro Pagliardini

Salvatore D'Agostino ha detto...

Pietro,
la scorrettezza è la tua che pubblichi un commento ad un commento censurato.
Per correttezza di tutti, questa tua frase andava scritta tramite mail privata.
Invidioso di chi?
Rancoroso?
Manchi semplicemente d’ironia.
Buona estate reazionaria,
Salvatore D’Agostino

Anonimo ha detto...

“ ….. e la Religione che l’ha prodotta ha evidentemente perso ogni capacità di proporre ai suoi fedeli quel cammino verticale di salita verso il cielo”.
La chiusura del tuo testo, Pietro, sintetizza il senso di tutto il resto e, in un certo senso, lo rende superfluo.
A parte il fatto che mons. Gualtiero Sigismondi, vescovo di Foligno, dichiara:”Siamo rapiti dalla luce all'interno della chiesa e quando uno entra, è portato a guardare verso l'alto", dimostrando che almeno una delle tue preoccupazioni è infondata, bisogna tener presente che la Conferenza Episcopale Italiana premia il progetto di Fuksas con la motivazione: “si propone come segno deciso e innovativo, che risponde alle ricerche internazionali più avanzate….”
Quindi più che perdere la capacità, credo che la ‘Religione che produce’ abbia perso l’intenzione di produrre in quei termini, causa le potenti istanze se non verso un rinnovamento, certamente verso un cambiamento che renda compatibile l’esistenza della Religione stessa, in particolare cristiano-cattolica, con il sistema sociale attuale.
Voglio dire (tu hai anche pubblicato un mio scritto sul tema), in questa chiesa Fuksas ci ha messo molto del suo, della sua personale visione del mondo, ma ciò che importa, secondo me, non è tanto quello che vuole dirci lui, quanto quello che vuole dirci questa scelta da parte della committenza.
Che vuol dire? Che dopo duemila anni hanno deciso di darsi la zappa sui piedi e produrre un edificio che, appunto, “ha evidentemente perso ogni capacità di proporre ai suoi fedeli quel cammino verticale di salita verso il cielo”, infischiandosene del simbolismo? Che stanno cercando di risolvere i problemi interni tra un papa ultraconservatore che in un recente viaggio in Africa vanifica con un breve discorso campagne mondiali dell’OMS ed enti vari per il controllo delle nascite e dell’aids predicando la castità invece del preservativo ed una nouvelle vague di evoluti prelati che si affidano a Fuksas?
In questa chiesa, personalmente, vedo un ribaltamento sia delle simbologie che dei dogmi, una chiesa non tanto di un Dio che sta in alto (infatti manca di “verticalità ascensionale”), quanto del Cristo, l’Unto del Signore, chiamato in basso per la seconda volta, agnello sacrificale di cui il mondo ha di nuovo bisogno, visto come siamo messi.
Credo che neanche Fuksas in persona la spiegherebbe così ……….

Ti risparmio il mio parere sul tuo giudizio sulle “superfici vergognosamente lisce, opache, amorfe, non decorate” del cemento, oggi sono molto buona.

Ciao
Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma, solo una precisazione: il post non è mio ma di Giulio Rupi.
Ciao
Pietro

Anonimo ha detto...

mi scuso con Rupi, sono talmente abituata a dialogare con Pietro che ormai vado in automatico.

Vilma

ettore maria ha detto...

Prossimamente verrà pubblicato sul Covile il mio parere su questa "chiesa", per cui qui mi limito a riconoscere che stiamo parlando di un cubo di 26 metri di lato che sembra disegnato per resistere a qualche attacco missilistico piuttosto che essere un inno alla religiosità e una preghiera a Dio.
Anni fa, all’epoca del concorso per le Chiese di Roma, si era già assistito alle contestazioni della gente circa i progetti presentati e premiati. L’allora Papa Giovanni Paolo II ebbe di che ridire circa il modo astruso utilizzato dagli architetti per erigere templi al Signore e disse:
«faccio appello specialmente a voi, artisti cristiani: a ciascuno vorrei ricordare che l’alleanza stretta da sempre tra Vangelo ed Arte, al di là delle esigenze funzionali, implica l’invito a penetrare con intuizione creativa nel mistero di Dio incarnato e, al contempo, nel mistero dell’uomo.»
Come è dunque possibile immaginare che sia stata consentita una assurdità del genere?
Sicuramente i coniugi Fuksas l’hanno fatta grossa, ma ora non riesco a prendermela con loro, poiché le loro idee – anni luce lontane dal senso comune e dai concetti di decorum e concinnitas – sono ben note a tutti, quindi non posso non restare sgomento per la decisione assurda, ridicola, patetica e retorica della Conferenza Episcopale Italiana la quale, mentre anacronisticamente spesso si mostra conservatrice nei confronti della ricerca scientifica e della contraccezione, nonostante l’evidente pericolo A.I.D.S., vuole mostrarsi moderna utilizzando il “mezzo” architettonico, contravvenendo al principio del rispetto della società e dei fedeli. La giuria, si legge, ha motivato la scelta «come segno deciso e innovativo, che risponde alle ricerche internazionali più avanzate, divenendo il simbolo della rinascita della città dopo il sisma!»

Anonimo ha detto...

Caro Ettore,
permettimi di dissentire dalla parte finale del tuo commento.
Trovo infatti che il paradosso nelle posizioni della Conferenza Episcopale Italiana sia di segno diametralmente opposto.
Da un lato la CEI è ispirata, tanto quanto Benedetto XVI, nel valutare la necessità di salvare gli uomini dall'autodistruzione che verrebbe provocata dall'attuale pansessualismo e dalla sperimentazione tecnologica indiscriminata e contro natura.
Dall'altro ha deciso di dialogare (leggi: sottomettersi) con architetti e artisti contemporanei per realizzare nuove chiese, proprio nel momento in cui la crisi della modernità rende auspicabile apporti esterni per fondare una rinascita dell'arte.
Per questa ragione è molto interessante l’incipit del post di Giulio Rupi sul concetto di natura.
Ciro

ettore maria ha detto...

Cara Vilma,

non voglio sconfinare nell'argomento, ma ci sono molti dubbi sulle presunte aperture della CEI e del mondo cattolico (cui appartengo) che mi lasciano molto perplesso, mi sembra che rispetto al precedente Papa ci siano stati alcuni passi indietro. Nel commento ho limitato al discorso AIDS la polemica, ma ci sarebbero molte cose su cui dibattere ma, non essendo il mio campo prediletto non mi permetto di aggiungere altro. Quanto al post, anch'io ritengo interessante l'incipit di Rupi, ma non posso condividere l'idea di dover cercare in apporti esterni (leggasi sperimentazione) una rinascita dell'arte. Anche i più grandi movimenti artistici ottocenteschi avevano fatto ricorso al primitivismo (in arte) e al vernacolare (in architettura). Sono d'accordo nel cercare una via d'uscita alla cirsi della modernità, ma continuare a cercarla secondo gli schemi e i principi della sua visione distorta non credo possa essere la giusta via .. mi spiego meglio, personalmente penso che la crisi non sia del moderno, ma del modernISMO, che è una forzatura di quello.
Cordialmente
Ettore

Pietro Pagliardini ha detto...

Prima Vilma che scambia Giulio Rupi per me, poi Ettore che scambia Ciro per Vilma: questo post è la commedia degli equivoci!!!!
Colgo comunque l'occasione per salutare l'amico Ciro.
Saluti
Pietro

Anonimo ha detto...

Caro Ettore,
mi piace il paragone di Pietro (di cui ricambio i saluti) sulla commedia. Non basterà una sola agnizione finale!
Per quanto riguarda gli apporti esterni, chiarisco meglio. Intendevo dire che, per superare le ideologie e, soprattutto, per favorire la rinascita delle arti, c'è bisogno della metafisica (o filosofia perenne o come la si voglia chiamare).
L'affermarsi del principio di immanenza e la conseguente messa da parte del principio di non contraddizione sono alla base delle derive della modernità.
Che c'entra la Chiesa con la rinascita delle arti? In un mondo impazzito è rimasto questo l'ultimo baluardo in difesa dell'uomo e della natura. Si pensi al valore della "Fides et ratio" di Giovanni Paolo II (e la sua "Lettera agli artisti"), nonché allo splendido lavoro, incompreso grazie anche al fuoco di copertura dei media, di Benedetto XVI (il discorso di Ratisbona, e non solo quello, andrebbe riletto senza pregiudizi).
Un saluto generale.
Ciro

Anonimo ha detto...

Ora mi rivolgo a Giulio Rupi.
Il sistema costruttivo più antico, quello della Grecia classica, è il sistema trilitico costituito, appunto, da tre elementi lapidei, due verticali, i piedritti, e uno orizzontale, l’ architrave. La distanza tra i piedritti dipendeva dalla possibilità di disporre di un’architrave più o meno lunga in grado di resistere alla flessione. Nessun tetto svettante.
Finché gli Etruschi inventano l’arco in muratura (e i Romani si appropriano del ‘brevetto’) che permette di realizzare luci superiori a qualsiasi architrave: nasce la volta a botte, la cupola a tutto sesto, che molto svettante non è. Poi la capriata lignea, nelle basiliche cristiane e negli edifici del rinascimento, coniuga l’esigenza di grandi luci con quella di coperture piane, non necessariamente in orizzontale, meno complesse da realizzare rispetto a quelle curve. Quando poi, alla fine dell’ottocento, la tecnologia si sviluppa fino a poter utilizzare il ferro e l’acciaio in architettura, grazie a travi portanti di lunghezza prima impensabile le luci di campate e finestre si fanno enormi, con pochi elementi portanti verticali puntiformi. La struttura diventa necessariamente modulare, a griglia, niente svettamento.
Le coperture piane praticabili esistevano ben prima di Le Corbusier, basta andare nel sud, nelle isole del mediterraneo, dove piuttosto che svettare (inutilmente) verso un simbolico cielo, il tetto è uno spazio piano agibile e climaticamente godibile in certe ore del giorno ed in certe stagioni. Indubbiamente, chi vive in montagna svetta più volentieri, il peso della neve metterebbe a qualche rischio di crollo parecchie strutture piane.

Voglio brevemente dire che c’è una interpretazione ‘utilitaristica’ dell’evoluzione della forma in architettura, che basta da sé, senza invocare simbolismi indotti da una interpretazione psico-culturale. a spiegare come le esigenze dell’uomo si siano conformate alle necessità più banali e mutevoli (il clima, la tecnica, i materiali reperibili ecc.), e come sia quindi arbitrario fissare dei parametri intoccabili (più o meno frattalici).
Non c’è coerenza tra il concetto di ‘casa dell’uomo’, con i suoi non necessari svettamenti, e ‘casa di Dio’, nella quale invece lo svettamento non è una necessità , ma una scelta culturale di significato simbolico.

Vilma

f.agnello ha detto...

Pur non essendo un esperto, nè un operatore del settore, questo articolo mi ha colpito molto e mi sento di condividere appieno il suo contenuto. Lascio questo messaggio semplicemente per incoraaggiare tutti voi a proseguire in questa battaglia e consentire alla gente comune - come me - di riappropriarsi dell'arte, degli spazi in cui vive, del bello... cose tutte che ci sono state sottratte da pochi e nell'interesse di pochi.
Grazie

Francesco

Anonimo ha detto...

Un caro anzi carissimo saluto a tutti. Sono Rodolfo!
Sono d'accordo che per progettare una chiesa si debba necessariamente andare oltre il senso tecnologico (come dice Vilma), oltre la visione funzionale; c'è necessità di una vera e profonda visione metafisica come ha ricordato Ciro (ma questa non viene fornita nella formazione universitaria né agli architetti né agli altri, scienziati, poeti, legislatori, ecc. ecc.). Ma oltre ciò c'è necessità di vivere profondamente la fede cristiana, che non è fatta di opinioni, ma di fatti; da qui dopo aver necessariamente riflettuto con i mezzi opportuni (metafisica in testa) si deve superare un limite posto dal mondo contemporaneo, che è quello immanentista e prendere il largo nelle questioni d'arte verso un approdo che è mistico, come hanno fatto tutti i grandi artisti "cattolici" di tutti i tempi. O le arti (e quindi gli artisti) ritornano nell'edificio della Sapienza oppure, rimanendone fuori (come di fatto sono state collocate da qualche tempo in qua) si limiteranno alla "schiavitù" delle mode formalistiche che girando su se stesse (senza svilupparsi mai) produrranno vuote ed inutili "sperimentazioni".
C'è necessità di studio del vero linguaggio simbolico! Ma chi sa di noi veramente da dove esso è pervenuto all'arte? Chi sa di noi che la simbologia che a volte comprendiamo e spesso ignoriamo è stata prodotta dalla quadruplice interpretazione dei testi sacri operata dai Padri della Chiesa? Chi sa di noi che quel che scrive Origene dell'architettura? Chi sa di noi le precise indicazioni che offre sant'Agostino sulla bellezza nel "De Vera Religione"? Chi ha compreso il senso mistico ed escatologico dell'arte delle cattedrali, o dei dipinti del XV e XVI sec.? Quanto abbiamo compreso il senso che la nascita della teologia moderna con Abelardo e Tommaso hanno posto le basi per la realizzazione dei grandi capolavori del tardo Medioevo e del Rinascimento? E in fine, ma non meno importante, quanto comprendiamo che l'arte sacra, tutta l'arte sacra (pittura, scultura e architettura) dipende principalmente dal riposare le nostre affermazioni, opinioni e comportamenti in Cristo e per ciò stesso nella Chiesa? Dunque c'è un errore grande nello scegliere Archistar, ma anche c'è il nostro errore nel non voler aderire profondamente a Cristo e alla Chiesa. È vero, l'arte è per sua natura "il modo corretto di fare le cose" e per questo ci formiamo nelle scuole e nelle università, ma proprio perché è il giusto modo di fare le cose, è necessario fondare le nostre opere nella Giustizia che è la Verità. Se mai l'arte riprenderà a vivere, lo farà non a partire da disamine stilistiche, ma da una vera adesione a tutta la tradizione filosofica, teologica, dottrinale e mistica della Chiesa.
(continua...)

Anonimo ha detto...

Quindi chi critica la Chiesa per quel che dice su questioni morali, pensando che poco hanno a che fare con l'arte o con l'architettura, commette un ingenuo errore formale che però si ripercuoterà nella sua produzione artistica.
Origene (come molti altri) ha scritto che il più grande trattato di architettura sono le lettere di san Paolo, luogo nel quale intere generazioni di architetti si sono formate per realizzare capolavori assoluti perchè vera espressione della fede cristiana: dal paleocristiano al romanico, al gotico al barocco. tutti i grandi artisti del passato non facevano questioni di stile, ma di arte, perché avevano compreso il senso dell'insegnamento della Chiesa attraverso i Padri, i mistici e i santi.

Noterella finale per la precisione.
In Europa si è fatto un gran baccano sul discorso del Papa in Africa sulle questioni morali, mentre in Africa non solo questo discorso è stato apprezzato, ma anche difeso dai governanti i quali avendo sperimentato la validità dei piani proposti dalla Chiesa in alcuni paesi del Centro Africa hanno visto ridursi del 50%, nell'applicazione di semplici regole morali, il contagio dell'AIDS. Che poi questa notizia sia stata censurata dalla nostra "liberissima" stampa occidentale è un'altra questione.
Peraltro studi scientifici dimostrano che i contraccettivi non solo non garantiscono al 100% la contraccezione (fatto che tutti sanno, ma che pochi dicono) ma non tutelano neanche completamente da alcune malattie sessualmente trasmesse. In Inghilterra con questa confusione di dati sui contraccettivi si è diffusa una epidemia di verruche genitali che è molto grave, e che non si può risolvere con i contraccettivi, che per questo tipo di malattia sono inutili.
Un caro saluto a tutti e a tutte.
Rodolfo

ettore maria ha detto...

Chiedo scusa al caro Ciro se l'ho confuso con Vilma, ma usando ambedue il nickname "anonimo" mi hanno tratto in inganno.
In ogni modo saluto Ciro e sono felice di leggere dei commenti interessanti!
Cordialmente
Ettore

Anonimo ha detto...

Rodolfo, mi sentirei di fare un distinguo tra ciò che lei chiama indiscriminatamente ‘arte’, discriminerei, cioè, tra arte visiva e architettura, che sono due cose diverse (è un discorso già fatto, anche in questo blog).
Quanto all’arte dice: “Se mai l'arte riprenderà a vivere, lo farà non a partire da disamine stilistiche, ma da una vera adesione a tutta la tradizione filosofica, teologica, dottrinale e mistica della Chiesa.”
Ci mancherebbe altro! Ci sono sommi artisti atei, analfabeti, ignoranti, pazzi ….. ma non voglio addentarmi in un dibattito che prevedo inutile e sterile.

A risposta condenserei il mio parere in una frase che già nel lontano ‘800 Mario Rapisardi, curiosa figura di intellettuale fuori dal coro, scriveva con moderna lungimiranza: “l'arte ha da esser se stessa: l'arte si può fare e rifare in tutti i modi, purchè riesca a una cosa sola: cioè, ad esser arte.”, non importa se morale o no, bella o no, logica o no, utile o no, nulla sappiamo del perché qualcosa sia arte e qualcos’altro non lo sia, né è necessario saperlo.

Quanto alla 'notrella finale', che rivela tutta la sua indole fortemente ottimista, sarei curiosa di dare un’occhiata alle statistiche che dimostrano i vantaggi ottenuti nella lotta all’aids con “semplici regole morali”. Per inciso, forse ricorda che pochi mesi fa è stata messa in atto attraverso i media una campagna di sensibilizzazione a favore dell’iscrizione all’anagrafe dei neonati dei paesi africani, lo so perché ho scritto la presentazione di una grande mostra fotografica allestita per contribuire alla diffusione della campagna, a Roma, a Palazzo Venezia, con i ritratti fotografici di Gianmarco Chieregato (il titolo significativo era “Fuori dall’ombra”). Bene, gli ‘uomini ombra’, sono in Africa centinaia di migliaia, invisibili perché non registrati, che seppure ufficialmente inesistenti fanno sesso, si riproducono, diffondono l’aids e ne muoiono. Bastano per rendere fasulla ogni statistica, per di più redatta da governi tra i più corrotti del pianeta, che per interessi disparati credo siano in grado di certificare di tutto e il contrario di tutto.

L’osservazione finale sull’inefficacia della contraccezione (immagino intenda l’uso del preservativo), lascia il tempo che trova, penso che le sia strumentale per ribadire la sua fiducia nelle regole morali (presumo astinenza e castità), una via tanto nobile ed ascetica quanto utopistica applicata a quelle popolazioni.

Un saluto
Vilma

Anonimo ha detto...

Carissima Vilma,
prendo atto della sua profonda cultura laica e me ne compiaccio (dissentendo ovviamante da i postulati) ma le chiedo con molta umiltà: perchè disquisire sulle questioni di arte e architettura sacra? è roba per credenti e quindi a parte, fuori da discorsi generici sull'arte?!?
con grande rispetto delle sue opinioni
con stima
Rodolfo

Pietro Pagliardini ha detto...

Rodolfo, io credo che chiunque possa e debba discutere di architettura sacra, anche i laici e i non credenti. Credo che questo fatto sia fuori discussione. L'architettura, anche quella sacra, direi quasi a maggior ragione quella sacra, data l'importanza che ha rivestito e ancora riveste nella storia delle nostre città italiane ed europee, ha un valore "civile" nel senso che appartiene a tutta la città, cioè a tutti i cittadini, non solo ai fedeli.
E' il motivo, ad esempio, per cui quando si parla di costruire una moschea in qualche nostra città vi è chi si esprime a favore e chi si esprime contro. Non possono essere solo i fedeli musulmani a decidere (con questo non voglio discutere del diritto di ogni religione ad essere rappresentata). Certamente la comunità di credenti ha ragioni in più per discuterne dal di dentro e motivazioni più forti per chiedere determinate caratteristiche.
Semmai il punto è che l'architettura sacra, cioè la Chiesa, ha una sua peculiarità dovuta proprio alla funzione cui essa assolve e chiunque, a maggior ragione se architetto, dovrebbe giudicarla sulla base di questa "funzione" e non genericamente come puro oggetto architettonico avulso sia dal contesto che dallo scopo.
Insomma il tipo edilizio chiesa di Foligno se lo è inventato Fuksas ma poco o niente ha a che vedere con un luogo di culto cattolico, essendo più simile, a mio parere, ad un inceneritore, ad una discoteca, a Cape Canaveral (ve lo ricordate?), cioè a tipi edilizi nuovi perché del tutto nuove e specialistiche sono le funzioni che vi si svolgono. Sarebbe in effetti ben strano e poco funzionale un capannone per missili a forma di Chiesa. Anche l'inverso però non..... convince.
Saluti
Pietro

Anonimo ha detto...

Così Rodolfo (di cui colgo tutta l'ironia):" .....è roba per credenti e quindi a parte ..."
Ora, io ho fieri dubbi che l'architettura sacra sia 'roba per credenti', nel momento in cui, come ben chiarisce Pietro nel precedente commento, si inserisce nella realtà di una città che appartiene a tutti, credenti e no. Ma non ho dubbi, invece, sul fatto che l'arte non sia nè per credenti nè per laici, nè specifica nè generica, è arte e basta, non diventa 'arte' sacra solo perchè ricorre alla rappresentazione di un episodio biblico o evangelico, il fatto che rispetti "la tradizione filosofica, teologica, dottrinale e mistica della Chiesa" può farne un episodio di valore storico o documentaristico, non necessariamente espressione artistica.
L'argomento mi sembrerebbe interessante e degno di sviluppo.
Vilma

Anonimo ha detto...

Caro Pietro,
sono pienamente d'accordo su quanto tu affermi a proposito di tipi edilizi e di funzioni, e credo che tu sia riuscito a spiegarlo molto meglio di me: grazie. Mi rendo conto che la mia stanchezza di un'estata passata a lavorare ottenebra un po' la mia capacità di esprimermi. Però vorrei aggiungere ancora una cosa, o almeno ci proverò. La specificità dell'arte e dell'architettura sacra esigono delle precise competenze e anche dei precisi punti di vista; tutti, è chiaro, ne possono parlare, ma occorre anche conoscere bene la funzione e l'identità degli edifici sacri; non si può pretendere che siano edifici "qualsiasi". Inoltre, occorrerebbe saper prendere dalla storia un dato importante; fino all'800, era il Cristianesimo l'humus in cui la cultura classica era conservata e fecondata, e in cui ogni cultura artistica nuova nasceva e viveva. Noi non riusciamo neanche più ad immaginare una situazione simile. Non era la Chiesa ad andare a incontrare la cultura, ma la cultura nasceva dalla Chiesa. Non è pensabile il Rinascimento o il Barocco al di fuori del Cristianesimo. Offro questo spunto di riflessione. Passo e chiudo. Potrei dare ulteriori chiarimenti in altri eventuali interventi. Saluti a tutti. Rodolfo

Pietro Pagliardini ha detto...

E' proprio per il fatto che tutta la cultura occidentale, in particolare l'arte e l'architettura sacra, che è parte preminente dell'architettura specialistica, affonda le sue radici nel cristianesimo che il progetto-Chiesa riguarda tutti e dovrebbe riguardare tutti. Direi anzi che l'architettura sacra contemporanea è proprio la cartina al tornasole della "crisi" dell'architettura moderna e contemporanea in genere.
Dopo esiste il tema specifico di carattere liturgico su cui, è chiaro, è la comunità cattolica a dover decidere.
Negli ultimi anni sembra che tali scelte siano state demandate direttamente agli architetti anche questo aspetto, quasi che anche le gerarchie abbiano abdicato al loro ruolo a vantaggio di un'architettura-spettacolo e modaiola o, come dice correttamente Gregotti nel suo ultimo articolo sul Corriere, ad un'architettura liquefatta, che è pura immagine, "illustrazione" la chiama, che è funzionale al marketing di prodotti.
Ma su questo articolo di Gregotti, che generalmente io capisco poco o non condivido, torneremo a parlare.
E' proprio per questo che io credo fermamente che i progettisti di chiese è largamente preferibile siano credenti o almeno abbiano una profonda conoscenza e consuetudine con la dottrina, dato che la Chiesa non è un edificio qualsiasi in cui sbizzarrirsi con le proprie teorie.
Un esempio in contro tendenza è, a mio avviso, Paolo Portoghesi con la Moschea di Roma: non credo sia musulmano ma, probabilmente appoggiato da una architetto di quella fede, ha saputo interpretare in maniera esemplare il tema.
Saluti
Pietro

Anonimo ha detto...

Esattamente!
L'architettura, la pittura e la scultura sacre devono essere elaborate da artisti credenti e appartenenti alla Chiesa. Questo è il punto sul quale rifletto da molto tempo all'interno del mio lavoro accademico. Il Magistero della Chiesa su queste questioni è chiarissimo; sia su cosa sia arte e su come si debbano formare artisti e sacerdoti (ma su questo argomento si potrà trattare con calma più in là). L'edificio chiesa è il centro di un crocevia infinito di questioni che per riassumerle in pochi punti si potrebbero concentrare nella questione ecclesiologica (ovvero cosa intendiamo per comunità orante),nella questione liturgica (dove sia Paolo VI, che Giovanni Paolo II e ultimamente Benedetto XVI hanno detto cose memorabili, tutti nella medesima direzione)e nella questione cristologica (ovvero la somma delle due precedenti, o meglio la fonte delle due precedenti). Da qui ne deriva che il progetto di una chiesa è necessariamente espressione di questi punti, oltre che di tutta la simbologia (di cui ho parlato nel mio primo intervento)che deve rendere quel luogo un luogo "straordinario" e non ordinario. Ma, come dicevo anche nel mio primo intervento, come si può progettare una chiesa se non si hanno competenze teologiche, filosofiche, ecclesiologiche, liturgiche e, per appartenenza viva alla Chiesa, uno slancio di tipo mistico che sia in grado di superare ogni questione formale (o stilistica per parlare un linguaggio contemporaneo)e approdare ad una mirabile sintesi artistica? L'arte ha bisogno (almeno nella cose sacre) di una precisa formazione ed adesione al Magistero oltre che a tutta la tradizione che è espressione del magistero perenne della Chiesa (come ultimamente ha ricordato Benedetto XVI). Dunque l'argomento non è esclusivo, ma inclusivo, a patto che si voglia entrare correttamente nelle questioni magisteriali.
Ancora grazie per la bella discussione. Un caro saluto a tutti. Rodolfo.

enrico ha detto...

Mi allaccio al problema della multiculturalità, sfiorato da qualcuno, là dove si accenna alle moschee da inserire nelle nostre città.
Mi corre alla mente un paragone con l'insegnamento della religione cattolica, alla luce del concordato degli anni '80 firmato da Craxi. La lettera, e lo spirito, del documento, partivano constatando che la religione cristiana, e cattolica in particolare, sono patrimonio culturale indispensabile per conoscere studiare e apprezzare secoli di cultura italiana. Arti figurative, letteratura, modi, usanza, proverbi... in Italia si vive (volenti o nolenti) immersi in un brodo cattolico.
Chi firmò il concordato, riconoscendo ciò, decise di garantire a tutti gli alunni dall'asilo alla maturità un insegnamento qualificato. (non importa qui stabilire se alle parole seguirono i fatti). Certo, non essendoci in Italia facoltà universitarie di teologia, fu necessario appoggiarsi alle scuole dei preti.... Penso, comunque, che si trattò di una decisione, politica e culturale, ineccepibile ed estremamente laica.
Pochi però, all'epoca e anche dopo, misero in risalto questo aspetto, per me determinante: una famiglia cattolica "all'antica", che manda i figli all'oratorio, a catechismo, a fare il chierichetto; in cui i genitori e i nonni sanno riconoscere e spiegare una madonna piangente ai piedi della croce, che decifrano una cacciata di Adamo & Eva dall'Eden, che sanno, più o meno che cosa sono Fede-Speranza e Carità.... costoro potrebbero benissimo fare a meno dell'insegnamento scolastico della religione cattolica. Sono i nuovi immigrati, o gli "analfabeti religiosi di ritorno" che ne hanno bisogno. Se voglioni poter leggere Dante, Manzoni, Levi, per ascoltare Scarlatti, Verdi, DeAndrè, per visitare una quyalunque chiesa o museo....qualcuno dovrà spiegare a chi, legittimamente frequenta una moschea o una pagoda buddhista, che cosa è un presepe, che cosa sono quelle strane costruzioni a punta con un campanile e con una croce di ferro in cima....
Ecco, la chiesa di Fuksas... come la inseriamo ? Forse non è facilissimo spiegare ad un ragazzo "vergine" in materia religiosa che cosa unisce in una stessa categoria la Basilica di Superga, il duomo di Modena, San marco a venezia, la cattedrale di Noto, il duomo di Orvieto.... Ma è certo più difficile dare una spiegazione che comprenda anche la chiesa di Fuksas e la basilica di Piano a San Giovanni Rotondo !
Tutto ciò premesso, credo personalmente che sia pericoloso "proibire " certe espressioni (chi poi dovrebbe avere lo scettro ?), e che convenga sperare nel tempo e nelle catastrofi naturali---
L'importante è che chiunque voglia entrare in un edificio religioso possa con facilità:
-identificare l'ingresso
-capire a grandi linee l'orientamento logico dell'ambiente
-indovinare verso dove deve rivolgersi per pregare
-subire un senso di bellezza e di sacro
-sentirsi a suo agio anche in mezzo ad oggetti preziosi, sia dal punto di vista venale che in senso morale
(mi sembra il minimo sindacale per una chiesa)
Enrico

Anonimo ha detto...

Rodolfo: "Il Magistero della Chiesa su queste questioni è chiarissimo; sia su cosa sia arte e su come si debbano formare artisti e sacerdoti"

Mi incuriosisce molto l'idea 'chiarissima' che la chiesa ha dell'arte e che io, da laica ignorante, appunto, ignoro. Perché sul concetto di arte, sui modi di produrla da parte dell'artista e di fruirla da parte dell'osservatore si sono versati fiumi di inchiostro e la questione pare ai più (evidentemente laici) ancora irrisolta (ancorché irrisolvibile).

Anche se lo (strano) abbinamento che propone, artisti/sacerdoti, qualche indicazione la dà, le sarei grata di qualche notizia in più.
Vilma

lycopodium ha detto...

Scusate, credo che il commento finito su Langone, meglio andava qua. Lo ripresento.
In http://sivanart.altervista.org/agosto09/architetti_di_dio.htm
ho trovato questo sintomatico pensiero di Le Corbusier:
«Le nostre riflessioni ci hanno portato ad ammettere in tutta sincerità, in tutta coscienza, che non possiamo costruire una chiesa cattolica: ciò per due ragioni. La prima è che, se vogliamo rispettare il culto cattolico e le sue tradizioni, possiamo solo “modernizzare” con il cemento una concezione preesistente. La seconda è che, se seguiamo la via che ci è cara, pensiamo di creare un luogo di meditazione. Ora, in tale quadro, gli oggetti del culto cattolico appaiono paradossali».
Effettivamente, quando poi la chiesa l’ha realizzata, il “paradosso” l’ha confermato (rimando alle critiche dell’arch. Sandro Benedetti, in merito).

magicpolaroid ha detto...

credo che in italia non si possa fare nulla di diverso di ciò che si ha e si vede, storia ed architettura che cadono a pezzi, ostilità verso il nuovo causata da un provincialismo del settore ed ignonaranza comune!

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