Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


15 maggio 2009

UNA CLASSE DIRIGENTE SENZA MEMORIA

Pietro Pagliardini

Non so dire come possa essere accaduto, né quando, ma è un dato incontrovertibile che la grande maggioranza della nostra classe dirigente ha perduto la percezione del tempo, della storia e con essa la memoria. Per classe dirigente intendo i politici, gli amministratori, i sindaci, il mondo della cultura (almeno quella che più appare), il mondo accademico, i media, le professioni, perfino le Soprintendenze che per definizione dovrebbero essere deputate a tramandarla intatta a chi verrà dopo di noi.
Come decifrare diversamente quello che sta accadendo nelle nostre città, in quasi tutte le città, comprese le nostre grandi città d’arte, compreso il povero Abruzzo che, dopo i danni del terremoto, dovrà subire anche la devastazione degli architetti famosi (per una volta non li chiamerò archistar), degli uomini immagine e simbolo stesso della perdita della memoria?

Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, la caduta del muro di Berlino e la vittoria, senza guerra, dell’Occidente e dei suoi principi di libertà, Fukuyama parlò di fine della storia. Non ho letto i suoi scritti ma solo articoli di giornali e riviste e ricordo che il senso del suo pensiero consisteva nel fatto che la democrazia liberale sarebbe stato il punto di arrivo del lungo cammino umano dal quale non sarebbe stato possibile tornare indietro. Dunque l’obbiettivo, almeno sotto il profilo politico, era stato raggiunto e, in questo senso, la storia avrebbe potuto considerarsi chiusa. Da molto tempo non mi appassionano più le grandi visioni e previsioni sul futuro e anche allora non detti molta importanza a questa teoria. Credo di avere avuto una facile ragione (lo scetticismo, purtroppo, premia sempre).

Però, in fondo, anche Fukuyama un po’ di ragione deve averla avuta perché, se è vero che il cammino dell’uomo prosegue, e con esso la storia, secondo strade difficilmente prevedibili da chiunque, è altrettanto vero che tutto ciò che è accaduto prima di quella data sembra dimenticato, rimosso, cancellato, come accade ad uno sportivo che, dopo aver tagliato il traguardo per primo, si gode la sua vittoria senza pensare a come essa sia maturata.
Molti sono gli esempi in tal senso, e non solo nel campo della cultura, dell’architettura e dell’arte; solo per citarne alcuni e per capire quanto sembrino lontane certe prospettive, almeno per me che, pur avendo i miei bei anni, non sono ancora medicalmente considerato vecchio e nemmeno anziano: l’eugenetica, che io associo all’infame vicenda del nazismo e che invece oggi ritorna travestita da conquista umanitaria e libertaria; l’anti-semitismo, tanto deprecato a parole ed esorcizzato con le dilaganti gite scolastiche ai campi di sterminio, quanto presente in maniera strisciante nella società e macabramente conclamato in alcune situazioni; le guerre di religione, che sembravano appartenere a secoli bui e lontanissimi da noi e che invece sono drammaticamente presenti in ogni parte del mondo. E molte altre.
Non sono questi, segni evidenti di perdita reale e pericolosa di memoria?

Lo stesso fenomeno si presenta, in maniera drammatica, nelle nostre città, nella percezione che la classe dirigente, appunto, ha dell’immenso e incommensurabile patrimonio culturale e architettonico che ci è stato consegnato e che essa sta distruggendo in nome di una generica e indistinta modernità.

Accade che la mancanza di pensiero riesce a far convivere gli opposti senza alcun ritegno o rigore logico; si prenda la parola magica che ricorre ormai più frequentemente parlando di architettura e urbanistica: “sostenibilità”.

Io non ho capito veramente cosa intendano dire quando la citano (spesso dubito che lo sappiano anche coloro che ne abusano) perché ormai viene appiccicata dappertutto, anche per vendere un Hammer, ma suppongo che vogliano significare la convinzione della esauribilità delle risorse del pianeta e dunque della necessità di farne un uso accorto e parsimonioso. A prescindere dal fatto se sia ragionevole o meno immaginare la fine delle risorse del pianeta in tempi rapportabili alla vita umana e non piuttosto a quelli dell’universo o almeno del sistema solare, mi verrebbe da pensare che ad un tale atteggiamento, giusto o sbagliato che sia scientificamente, dovrebbe corrispondere, come logica conseguenza, un’idea di “conservazione”, di rispetto per l’ambiente nella sua interezza, comprendendo in essa sia la poca natura incontaminata e selvaggia rimasta che la molta natura antropizzata esistente.
Mi parrebbe un modo di pensare e di comportarsi coerente con il concetto stesso di sostenibilità e, poiché l’Italia è praticamente tutta antropizzata, vale a dire che non esiste quasi area del paese che non sia stata modificata e adattata dall’uomo alle proprie esigenze (economiche, estetiche, sociali, psicologiche ) e dato che, di questa opera dell’uomo, la città è la massima espressione, proprio per questo essa dovrebbe essere oggetto di grande attenzione e tutela, specialmente in quelle parti che sono riconosciute come le più belle, le più ammirate dal mondo intero, le più irriproducibili perché nate in periodi storici completamente diversi dal nostro e che perciò meritano rispetto più di ogni altra cosa, per essere tramandate alle generazioni future.

Non vorrei tirare in ballo l’entropia in maniera impropria e non strettamente scientifica ma se una città presenta una forma ordinata e armonica e ha una sua struttura urbana forte e leggibile e in essa si introducono elementi esterni diversi e incongrui che la rendono illeggibile e ne indeboliscono e diluiscono la struttura originaria, si passa da uno stato di ordine ad uno stato di disordine ed è un processo che, almeno letterariamente e intuitivamente, aumenta l’entropia perché si perde informazione e perché quel processo è irreversibile.

Eppure processi di questo genere sono generalizzati tra amministratori e sindaci, i mandanti, con il silenzio colpevole delle Soprintendenze e con gli architetti come esecutori materiali. Gli esempi sono numerosi e noti.
L’Ara Pacis su cui a me sembra persino paradossale dover discutere: un progetto modesto in sé del quale Camillo Langone si domandava, appropriatamente, perché aver chiamato un americano famoso per ottenere un progetto che avrebbe potuto fare un geometra qualsiasi.

La pensilina di Isozaki, la seggiola come la chiama qualcuno, il gazebo come lo chiamo io: roba da bocciare a Composizione 1.

I parcheggi a ridosso della Fortezza da Basso, come dicevo nel post precedente, non opera di archistar, ma gravissima per il fatto stesso che una simile offesa alla città abbia potuto ottenere tutte le autorizzazioni del caso, compresa la Soprintendenza, senza che nessuno si accorgesse di quello che sarebbe accaduto (ma ci dobbiamo proprio credere a questa disattenzione?). Un caso emblematico di mancanza di classe dirigente nel suo complesso. Se son si fosse mobilitata l’opinione pubblica, che ha bloccato in corso d’opera la costruzione dell’ultimo piano, adesso saremmo addirittura al ridicolo internazionale!

La tramvia, sempre a Firenze, che chiude completamente la vista dell’ingresso e del viale del Parco delle Cascine!

E’ questa la sostenibilità, è questa la modernità sostenibile?

E non c’è differenza politica che tenga, in questo campo: Milano, Torino, Roma, Firenze, tutte rigorosamente schierate in quest’ottica modernista di ricerca dell’effetto spettacolare.
Ma se la memoria l’ha perduta il sindaco de L’Aquila allora vuol dire che la malattia è all’ultimo stadio.

Come è potuto accadere tutto questo?
La domanda non me la pongo per gli architetti, che sono stati i mandanti culturali della tabula-rasa, e che ritengo, nella grande maggioranza, ormai persi ad ogni ragionamento serio sulla città ma direi, semplicemente, a volere e sapere prestare attenzione alle caratteristiche e al sapore di un luogo rispetto ad un altro. Non me la pongo perché è una battaglia persa ma so anche che, se cambiasse la committenza pubblica ed istituzionale, se almeno questa avesse conservato una percezione minima del carattere della propria città e ne chiedesse con autorevolezza il suo fermo rispetto, gli architetti si adatterebbero, eccome, e rientrerebbero nei ranghi velocemente, anche se con difficoltà per la mancanza di attitudine mentale ad una interpretazione del progetto che non sia puramente “creativa”, cioè infischiandosene del contesto e del luogo e pensando all’architettura come se fosse design.

Mi pongo la domanda per le Soprintendenze, in cui enorme è il divario tra il trattamento che riservano al cittadino che vuole rifare il tetto rispetto all’Amministrazione che vuole “riqualificare” una piazza e a cui tutto viene consentito; e più contemporaneo è il progetto più esse si sentono interpreti del tempo e in linea con la modernità perché non sia mai che possano essere tacciate dell’accusa di essere “conservatori”.

Mi pongo la domanda per la classe politica che, cadute le ideologie del ‘900, sembra ritrovarsi smarrita e senza valori di riferimento, senza saper discernere ciò che è effimero da ciò che è permanente e si comporta come il nativo americano davanti a Cristoforo Colombo, scambiando inutili oggetti luccicanti con l’oro.
La vera tabula-rasa è nella testa di molti sindaci che aspirano al grattacielo, al grande nome, a lasciare un segno forte che li porti all’attenzione delle cronache come innovatori, invece che dedicarsi ad interventi di manutenzione e restauro piuttosto che squalificante “riqualificazione”; invece che acquistare gadgets costosissimi dissolvendo un patrimonio culturale non riproducibile e fare operazioni altamente “insostenibili”.


P.S. Leggo ora sul Corriere della Sera dello strano caso di un uomo che ha perso completamente la memoria ma cita a raffica particolari minimi e dettagliatissimi di tutta la sua vita che però sono frutto della sua fantasia. I medici hanno dato un nome a questa forma di amnesia: "iperamnesia confabulatoria".
Mi sembra un termine che ben si adatta al sindaco di L'Aquila che dice di ricordare benissimo, e di rimpiangere anche, il suo centro storico distrutto e poi dichiara di voler chiamare le Archistar per ricostruirla!

29 commenti:

Biz ha detto...

Anticamente, la questione della memoria storica non si presentava.
La questione comincia a porsi, in realtà, in epoca moderna.
C'è una certa affinità fra tale questione e quella della protezione della natura: la azione umana in epoca moderna è piuttosto potente ed insieme può essere troppo avida ed incosciente.
Detto questo ritengo dunque che il punto non sia "la memoria", piuttosto "la coscienza": ossia, la coscienza della salvaguardia dei beni storici, oltre che ambientali, insieme con la coscienza del valore architettonico sia dei nuovi interventi, che di quelli che fanno parte del patrimonio esistente.

Salvatore D'Agostino ha detto...

Pietro,
«Fare di tutta l’erba un fascio» ---> http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20070328081408AApM10m
Saluti,
Salvatore D’Agostino

Pietro Pagliardini ha detto...

biz, non sono d'accordo. Come fai ad avere "coscienza" della salvaguardia se non ne hai conservata la memoria!
Avere la memoria significa riconoscere che l'uomo ha una storia e la memoria è dunque la prima condizione per la coscienza.
Non diversamente dalla politica: se non ho la memoria di ciò che è accaduto difficilmente mi accorgerò quando un fatto si ripete in tutta la sua gravità.
Non a caso le avanguardie storiche si sono basate sul concetto della tabula-rasa, cioè azzeramento della memoria, annullamento della storia per ricominciare tutto d'accapo e costringerci ad accettare il loro "nuovo".
Poi serve la coscienza critica per saper discernere il valore dei singoli episodi o accadimenti, questo sì, perché non tutto ciò che è antico ha lo stesso valore. Ma mi sembra che questo processo sia inutile in mancanza della memoria, senza la quale non si può pretendere di ricostruire millenni di storia. E' come con il computer: se perdi i dati puoi ricominciare daccapo a inserirli, ma se non hai un supporto, magari cartaceo, come base d'appoggio, difficilmente riuscirai a ricostruire la struttura dei dati.
Ciao
Pietro

biz ha detto...

Non è che volessi sminuire il valore della memoria.
Mi pare che Stirling, fra l'altro, dicesse che un architetto è la propria memoria e nient'altro. Che può anche essere vero.

Quello che volevo dire è che il riferimento alla "memoria storica" rischia d'essere vuoto o finto perfino quanto quello alla "sostenibilità ambientale", se diventa (come spesso diventa) un fatto meramente burocratico e di idolatria di ogni cosa che sia vecchia più di 30 anni.

Ogni epoca, questo è un fatto naturale, come è vero che ogni anno c'è un inverno e una primavera, ha necessità di interpretare, di vivere e realizzare qualcosa. Non può solo conservare, o fare cose "alla maniera di un'altra epoca".
E' un fatto naturale.

Allora, oggi che la nostra tecnica è troppo potente in rapporto alla nostra insensibilità, alla nostra avidità, ecc. è necessario, a mio avviso, fare più appello alla coscienza e conoscenza, che alla memoria in senso astratto.

ciao grazie, buona domenica.

Pietro Pagliardini ha detto...

Capisco cosa vuoi dire biz. Passami una battuta: a certe teste vuote se fa difetto la memoria fa difetto anche la coscienza.
A Firenze ti posso assicurare che hanno perso entrambe, hanno perso non dico la percezione dei valori ma proprio la gerarchia dei valori.
Firenze non è una città qualsiasi e questi l'hanno trattata come un corpo inerte su cui fare esperimenti, inutili peraltro. Sappi che a Lucca, dove hanno quella intatta e splendida cinta muraria circondata dal prato, non hanno voluto, a suo tempo, fare parcheggi "totalmente" interrati in quegli ampi spazi verdi. Allora mi sembrò una scelta esagerata, visto che davvero non si sarebbe visto nulla; oggi comincio a pensare che abbiano fatto la scelta giusta, perché se cominci, arriva la testa vuota di turno che "rinsoprella", si dice dalle mie parti. E a Firenze l'hanno progettato, approvato e realizzato addirittura fuori terra!!!!
Non parlo mai della mia città, ma questa la voglio dire: è arrivato il solito scienziato di professore universitario, il cui nome mi è ignoto, esperto di "restauro", per "restaurare" la Fortezza Medicea e cosa ti ha inventato, tanto che c'era? Un ascensore di vetro esterno alle mura stesse!!!!!!
Si potrà essere più arroganti, ignoranti, incapaci di così? Con tanto posto dentro (e il progetto c'era già fatto dal Prof. Di Pietro) anche questo ha voluto marcare la sua presenza. Mi auguro che non vada avanti una ignominia del genere. Se passasse mi inchioderò alla tastiera e scriverò a tutte le associazioni, organizzazioni, i blog, ONG, Croce Rossa, Amnesty International possibili. Anche a Obama mando una mail....
Quando parlo di memoria non voglio dire che tutto deve essere conservato; considero la memoria una base necessaria per ogni altra azione, non un principio assoluto progettuale, ma di fronte a certe cose è un principio progettuale.
Buona domenica
Pietro

Anonimo ha detto...

Il terremoto dell’Abruzzo e la prossima ricostruzione hanno rinfocolato la polemica tra due schieramenti storici dell’architettura soprattutto italiana, i conservatori e gli innovatori, come ben si evince scorrendo le pagine del tuo blog.
L’Aquila com’era dov’era o palcoscenico di effetti speciali prodotti da una schiera di archistar, new town o borgo in stile classico-agreste, falsa-antica grazie ad un abile lifting che la riporta ai bei tempi andati o insulsa-giovane con poco passato e molta vanità?
Se la seconda ipotesi che apre pericolosi spiragli alle archistar si presenta da subito delicata e rischiosa (ma sta a noi gestirla, poiché è ancora tutta da inventare), a me pare che nella prima ci sia una intrinseca contraddizione: si è verificata una catastrofe epocale, la natura ha disinvoltamente cancellato la paziente opera dell’uomo mettendo in ridicolo tutte le nostre presuntuose certezze, si è operata una frattura insanabile che lascerà segni profondi sull’orografia del territorio e sui suoi abitanti , e si vuole rimettere tutte le cose a posto, com’erano e dov’erano, come se niente fosse successo?
Paradossalmente, ma non assurdamente, direi che proprio questa pretesa di ripristino tale e quale della ‘memoria’ dei luoghi sia invece l’esatto contrario, una cancellazione della memoria, la rimozione di un ricordo traumatizzante che non va sepolto nel profondo delle coscienze, ma elaborato, come un lutto. Com’era dov’era è una pietosa bugia, qualcosa è irrimediabilmente cambiato, fuori e dentro l’animo di quella comunità, d’ora in avanti ci sarà un prima e un dopo, e poi, come in ogni percorso psicologico, verrà la presa di coscienza della necessità e dell'inevitabilità del cambiamento, l’accettazione di un nuovo stato delle cose ed il conseguente adattamento alla varietà delle situazioni della vita individuale e della storia collettiva. La freccia del tempo va verso il futuro, le nuove generazioni devono conoscere il loro passato, se prevarrà il ‘dov’era, com’era’ fra cent’anni, passando di lì, nessuno saprà che qualcosa di grande è accaduto, perché non glielo dirà l’architettura, che da sempre racconta all’uomo la storia dell’uomo.
Specie in Italia, dove nelle nostre belle città domina un tempo a-storico, che accosta in miracoloso equilibrio ruderi millenari e strutture del nuovo millennio, pensa se i nostri antenati avessero sempre ripristinato, restaurato, conservato nello status quo ante, uguale a sé stesso, che terribile noia sarebbe passeggiare per le vie di Roma, o Firenze .......
Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma, abbiamo già dibattuto questo tema su Antithesi e le posizioni sono ormai chiare.
Io direi che la differenza consiste nel giudizio che ognuno di noi dà dell'esperienza architettonica ed urbanistica degli ultimi cento anni. In base a questo giudizio c'è più o meno fiducia nel potere salvifico dell'architettura.
Io ne do' un giudizio globalmente (salvo molte eccezioni) negativo, perchè lo strappo che è stato imposto da una elitè culturale e politica rispetto a ciò che c'era prima è stato troppo grande, fino ad annullare il minimo elemento del passato. Mai nella storia è avvenuto un evento del genere. Inutile paragonare le modificazioni anche profonde avvenute da un secolo all'altro fino al novecento. Non c'è stata "evoluzione" nell'architettura e nell'urbanistica, e neanche "rivoluzione" ma un ribaltamento completo e in realtà ciò che ci viene consegnato è terribilmente sbagliato e insostenibile.
Tu dirai, ma se è avvenuto è segno che doveva avvenire perché la città è lo specchio della società. In gran parte è vero ma vorrei osservare due cose:
1) quelle ideologie di modernità sono cresciute di pari passo alle ideologie politiche che sono state sconfitte dalla storia; e quello che ci resta oggi è il niente assoluto;
2) sono fresco di una "lezione" di due uomini politici di livello nazionale, e dico subito che sono del PdL, che mi hanno fatto riflettere su una cosa fondamentale: non è sempre vero che è la struttura a cambiare la società ma, come ci ha insegnato la storia politica italiana, e grazie a Gramsci, è la sovrastruttura che può cambiare la società. In effetti cos'altro è stata l'egemonia culturale della sinistra se non il mondo per guidare la società senza maggioranza elettorale e senza armi ma occupando il suo cervello?

Detto questo, non avere alcuna fiducia nella qualità di un'architettura moderna che vanta quei padri, non è un atto di rinuncia nel futuro, non è paura del futuro ma è esattamente l'opposto: è paura motivata, perchè lo conosciamo, del passato prossimo e del presente, e fiducia in un futuro diverso.
Ciao
Piero

linea der senso ha detto...

commento stile archiwatch:

...l'estate avanza...
er cardo pure...
la data delle elezioni è lì checce varda...
mentre la gabina elettorale ce aspetta...
gli ormoni se surriscardano...
a da passà a nuttata...
speremo...

robert

Pietro Pagliardini ha detto...

risposta in stile imitazione archiwatch da linea di senso:
a nuttata è passata e a'jurnata sarà lunga assai!!
'n sarà mejo pensà a quarcosa de'bbono invece che rimestà sempre nei soliti ferri vecchi?
Saluti qualunquisti
Pietro

Lineadiqualunquismo? ha detto...

perchè quei saluti "qualunquisti"?

rob

Pietro Pagliardini ha detto...

Niente, solo un saluto omogeneo con il linguaggio stravaccato simil-napoletano-romanesco che mi dà sempre il senso del "chissenefrega", "sono tutti uguali", "le stagioni non sono più quelle di una volta", ecc.
Per cui, questa volta
Saluti (senza aggettivi)
Pietro

LineadiMezzo ha detto...

strano, a me che sembra si sia preso un andazzo un po' troppo qualunquista qui dentro: meier paragonato ai geometri, la solita litania dei comunisti cattivi che dominano l'italia (anche il nordest per caso? anche gli USA per caso???); la solita modernità brutta e sporca (facile ragionare col senno di poi, quando la tecnica e il mercato si son sedimentati e dire: cavolo, io avrei fatto diverso!); le solite langonate che assurgono a parametro di confronto (ma non si usavano gli Antichi una volta?) e, alla fine, il solito sgarbi formalista e anti-eolico...

ah, mica solo qui eh? pure da archiwatch nei commenti si nota l'andazzo. c'è un post di salingeros in difesa di purini e che succede? che si presenta un bel gruppone di geni architettonici che si mettono a sparare commenti da bar sport.

francamente, pietro, il commento stile archiwatch m'è uscito da tutto 'sto andazzo che, più che sbagliato, mi par davvero sempre più semplicistico e assai banalotto.

robert

ps: "quelle ideologie di modernità sono cresciute di pari passo alle ideologie politiche che sono state sconfitte dalla storia"
dato che la butti sempre sulla campagna elettorale ti dico che... hai ragione... quasi quasi era meglio che vincessero i nazisti così un avremmo casette tutte in stile Paul Schmitthenner-Paul Schultze-Naumburg e non 'sta sporca e brutta città-diffusa-ipercomunista (e vai a spiegarlo te ai piccoli imprenditori veneti che son comunisti)

Pietro Pagliardini ha detto...

Risposta in tempo reale, visto che il mio tempo lo sta pagando Berlusconi e quindi non ho problemi.
La campagna elettorale c'entra come il cavolo a merenda, dato che non me ne sono neanche accorto che c'è la campagna elettorale, dato che per me, qualunquista, le uniche elezioni che mi interessano sono le politiche e le comunali. E ad Arezzo non ho né l'una né l'altra.
Quella sui nazisti non la voglio considerare un'offesa ma una scemenza sì, perché si dà il caso che LC abbia provato anche con loro. Gli è andata male o meglio, gli è andata bene, perché delle due ideologie mortifere una è durata molto meno, l'altra molto di più.
Qui non ci sono elezioni che tengano: dev'essere chiaro che non faccio distinzioni di valore tra le due, a meno che non si voglia fare la macabra conta dei morti, nel qual caso dovresti conoscere i numeri approssimativi.
Tu pensi forse che la politica sia un mondo separato e architettura ed urbanistica siano fatte da anime belle, da maestri assoluti, poeti, critici disinteressati? Ma basta leggere il vecchio Benevolo, su cui tutti abbiamo studiato, per capire che non è così: quel libro è intriso di politica.
Non voglio negare, e ci mancherebbe altro, che l'urbanistica abbia una sua autonomia disciplinare, anzi, in genere vengo rimproverato proprio perché io auspico un ritorno a forme e canoni che prescindano, per quanto possibile, dalla forma economica e politica vigente e mi si dice, con qualche ragione, che l'urbanistica è lo specchio della società (quindi della politica), ma gli occhi vanno tenuti ben aperti e cercare di capire cosa c'è dietro ogni storia, anche di quelle che sembrano più limpide e mielose.
Non sarà mica un segreto che i comuni in Italia sono stati retti, fino a qualche anno fa, da amministrazioni di sinistra e che la stragrande maggioranza degli architetti sono stati e sono di sinistra!
Me compreso fino al '90 (ma non faccio PRG). Non sarà mica un segreto che i PEEP sono nella stragrande maggioranza dei casi in specie nelle grandi città luoghi orribili in cui non vivere!
E non sarà mica casuale se sono state preferite tipologie edilizie che assomigliano moltissimo a quelle dei paesi dell'ex URSS! Perchè deve essere normale e anche apprezzato criticare, come è stato fatto per anni, l'architettura fascista e non lo si può fare per quella comunista?
Vorrei proprio sapere perchè e ti chiederei di spiegarmelo.
Non mi dire che sono problemi superati per carità! Se fossero superati davvero avremmo un partito d'opposizione forte e autorevole e sarebbe meglio per tutti.
Quando si parla di queste cose si scoprono dei nervi molto sensibili, me ne rendo conto, ma forse è il caso di liberarsi un po' da questo pregiudizio e accettare serenamente il giudizio della storia e anche della cronaca.
Saluti
Pietro

arching ha detto...

L'ultimo commento mi sembra un pò "fuori dalle righe".

Le tipologie da "paesi ex-URSS" (ovviamente nelle migliori realizzazioni) vanno lette come esperimenti notevoli di rifondare la comune convivenza su basi totalmente diverse da quelle tutt'ora comuni nei paesi "capitalisti". Da qui la volontà di creare spazi "comuni" di convivenza, l'abolizione delle cucine dagli appartamenti, ecc..
Condannare queste tipologie sarebbe equivalente a condannare i conventi medievali per la loro logica costitutiva.

Ovviamente in maniera totalmente diversa va valutata la volontà di inserire queste tipologie in un contesto totalmente diverso; ma questo vale per tanti altri casi di "inserimento" forzato, dai vari grattacieli nei centri storici alla metropolitana rialzata di Bologna.

Probabilmente la critica sul fascismo risulta più facile per le evidenti connotazioni formali che l'hanno contraddistinta e, per quanto affermato sopra, in quanto "autoctona" in un certo senso (mentre le tipologie "ex-URSS" risultano unicamente "importate" alla bell'e meglio).

Vorrei poi ricordare che l'urbanistica nazista prevedeva sì costruzioni monumentali per la capitale, ma per l'urbanistica venivano proposte casette a schiera monofamiliari, rigorosamente con tetto a falde. Non credo quindi che si discosti troppo dai vari PEEP delle periferie...

A presto

Matteo

arching ha detto...

Ah, dimenticavo..
Vorrei rispondere al commento di Vilma Torselli: è vero che la freccia corre sempre verso il futuro e pare abbastanza inutile ed anacronistico ricostruire identicamente tutto come se nulla fosse successo.
Ma questo non vuol dire che occorre lasciare all'arbitrio di pochi architetti (che spesso pensano solo a fornire prodotti "commerciali" piuttosto che di qualità) la ricostruzione di un tessuto storico e stratificato.

E' giusto lasciare traccia di ciò che è successo ma pare anche doveroso opporsi a "violenze" più o meno efferate su un territorio già offeso.

Quindi faccio la mia proposta stupida: perchè invece non preparare prima uno studio preliminare sulla stratificazione storica/tipologica/topologica del territorio, che definisca i giusti criteri di inserimento dei singoli interventi? Le tesi di Caniggia-Maffei non sono del tutto insensate e penso che potrebbero essere aggiornate ed utilizzate in maniera costruttiva per interventi come questi.

Ma io sono solo un povero sfigato che non conta nulla...

A presto

Matteo

Pietro Pagliardini ha detto...

Matteo, sono in totale e assoluto disaccordo. Come fai a confrontare i conventi che sono comunità i cui membri "scelgono" una vita comunitaria a cittadini cui è stato "imposto" con la violenza un modello di vita collettivo. Questo è un problema semplicissimo ed elementare che si chiama LIBERTA'. Costringere la gente a vivere insieme vuol dire distruggere l'individuo in nome dello stato, senza altri attributi.
Quale comune convivenza? Questa si chiama dittatura, punto e basta. Guarda che il giudizio storico su questo punto è già dato e non ci sono revisionismi che tengano.
Quanto al fascismo italiano vi sono ormai opere di architettura che sono riconosciute di grande valore, quelle stesse che nei libri del mio tempo (ma vedo che non sono cambiati molto) venivano denigrate o trattate con sufficienza. Del nazismo preferirei proprio non dire niente perché non ne conosco lo stile architettonico, a parte quello di Speer, e per il giudizio su quella mostruosità mi sono più che sufficienti i campi di sterminio.
Constato, senza offesa, che le facoltà di architettura riescono a condizionare non poco il giudizio sull'architettura, facendo finta di non parlare di politica, se vi è anche il dubbio che le case collettive senza cucine siano un esempio virtuoso di superiorità rispetto al capitalismo.
In realtà in questo campo "tutto si tiene" ed è impossibile e sbagliato separare la politica, ovviamente non parlo della politica dei partiti.
Politica e urbanistica sono la stessa cosa, anche per motivi di origine della parola.
Saluti
Pietro

arching ha detto...

...mi sa che si è perso per strada un mio commento...

In quello affermavo che con la Rivoluzione d'Ottobre la popolazione russa decide di ri-fondare il proprio stato su presupposti di matrice "comunista". Il rifiuto della proprietà privata porta necessariamente a nuove forme di organizzazione sociale e quindi alla scelta di nuovi standard urbanistici ed architettonici.
La scelta di vita "comune" non viene "imposta", ma è alla base stessa dello stato.

Dittatura è invece quando ai cittadini viene negata la possibilità di opporsi e contestare le scelte di chi è al potere: ed in questo il governo di Stalin è stato a tutti gli effetti una dittatura.

Comunque non esistono solo i paesi dell'ex Unione Sovietica, ma ci sono tante alte comunità in cui non esiste il concetto di proprietà privata e queste vivono senza problemi.
Per farti un altro esempio, in Giappone ancora oggi ci si lava in "bagni pubblici", in cui si gira completamente nudi in mezzo a tanti sconosciuti (anche perchè molti appartamenti sono così piccoli che non potrebbero ospitare nemmenu una doccia): dimmi, anche questa è dittatura?

Infine, riguardo le facoltà di architettura, non so cosa dirti, visto che ho frequentato ingegneria.

A presto

Matteo

P.S. rinnovo anche il mio precedente sollecito: Pietro, camomillati! :)

Pietro Pagliardini ha detto...

Matteo, mi spiace, ma su questo non ho da camomillarmi affatto. Avere imposto, e sottolineo imposto, in URSS le case senza cucine è violenza ai cittadini, e non portarmi paragoni che non c'entrano niente, tipo Giappone (di cui non so) o Israele (kibbutz) o i monasteri: le scelte individuali e collettive sono libere e quindi, pur criticabili, non possono essere inquadrate nel campo della violenza sul cittadino. Le imposizioni di modi di vivere e abitare perpetrate con la violenza hanno un solo nome, qualunque sia il colore del regime, ed è dittatura.
Domanda: ti risulta che, dalla caduta del muro, la gente incavolata nera abbia chiesto a gran voce case con servizi collettivi?
Mi stupisco che tu ti stupisca, in tutta sincerità, dato che qui siamo ai "fondamentali" del concetto di libertà, che davvero prescinde dal modello politico in esame e di cui, è ovvio, non si occupa specificatamente questo blog, se non riferito all'urbanistica. Cioè dò per scontata una base comune e condivisa del concetto di libertà.
Per l'appunto questo fenomeno di è più evidente, a livello di massa, nell'ex URSS!
Qual'è il problema?
saluti tranquilli
Pietro

Master ha detto...

Anche Berlino, dopo la devastazione dell'ultima guerra mondiale e di tanti anni di DDR, è stata ricostruita anche (ma non solo) da Archistars e il risultato è meraviglioso, non detto da me ma dai cittadini entusiasti e soprattutto dai turisti (negli ultimi anni è stata la capitale più visitata d'Europa).

Queste Archistar devono essere davvero brave a convincere la gente (perfino il Governo tedesco) della validità delle proprie opere!!!
Nell'antichità il governo (re, principe o duca che fosse) quando voleva fare qualcosa di grandioso chiamava i migliori architetti in circolazione (e venivano contesi dai vari stati) per creare il meglio ... oggi invece ...

arching ha detto...

Il problema degli stati ex-URSS e della Russia stessa è un problema veramente vasto per parlarne qui, come dici tu (e non è così semplice come pensi; conosco tante persone venute dalla Russia o dai paesi del blocco sovietico e le problematiche sono così vaste che alle volte mi vergogno io stesso della disinformazione che abbiamo qua in Italia e la conseguente semplificazione e distorsione della situazione reale).

Non vorrei che tu pensassi che, per quanto detto nei commenti precedenti, io sia filo-comunista o cose del genere.
Il fatto è che (non so se è un bene o un male) ho acquistato negli anni un certo senso di distanza e per questo forse ti sorprendi delle mie affermazioni.
A mio parere la comunità di cannibali che vive nella foresta amazzonica ha pari dignità della monarchia costituzionale inglese: mutano i sistemi di gestione della comunità e di rapporti fra gli individui (con tutto quello che comporta), ma non considero una meglio dell'altra.
Questo ovviamente non mi esime dall'affermare che preferirei comunque vivere in Inghilterra, piuttosto che nella foresta amazzonica con dei cannibali: ma questo è un giudizio soggettivo, che parte dal presupposto che io sia cresciuto e maturato in un certo tipo di civiltà.
A livello oggettivo, si tratta unicamente di diverse modalità di organizzazione sociale.

Ritornando al discorso di prima, penso quindi che gli alloggi comuni siano una conseguenza logica delle premesse del comunismo e pertanto espressione congrua alla cultura cui appartengono.
Certo che anch'io non abiterei mai in un alloggio con le cucine in comune!

Infine, sperando che ora tu abbia capito la mia impostazione di pensiero, ritorno al mio commento incriminato: - Le tipologie da "paesi ex-URSS" (ovviamente nelle migliori realizzazioni) vanno lette come esperimenti notevoli di rifondare la comune convivenza su basi totalmente diverse da quelle tutt'ora comuni nei paesi "capitalisti" - significa che queste tipologie potevano essere congrue all'interno del sistema comunista, ma non certamente in Italia.

La valutazione soggettiva del viverci bene o meno dentro non credo fosse determinante ai fini del discorso.

Spero di aver fatto chiarezza sul mio pensiero.

A presto!

Matteo

Pietro Pagliardini ha detto...

Master, che cosa c'entra questo discorso? Forse mi sfugge qualcosa, dal sovrapporsi di commenti, ma nella ricostruzione di Berlino la logica mi sembra alquanto di mercato e non credo siano state imposte case senza cucine.
Hai aperto, mi sembra, un fronte diverso, cioè perchè quelle case fatte da architetti famosi, di cui alcune di notevole pregio e costruite sulla logica dell'isolato (tenere presente questo punto essenziale) piacciano alla gente (non so piacciono davvero ma, avendole costruite per il mercato suppongo di sì).
Io sono certo che verrà venduto anche CityLife e la Bovisa (crisi a parte) perché l'edilizia è investimento, perchè c'è il nome che da prestigio, ecc. Questo non credo mi esima dal criticare quei progetti. Proprio in questa logica democratica, che credo tu condivida, io dico: concorsi con doppio giudizio, esperti e cittadini. Perchè sono tutti contrari?
Saluti
Pietro

LineadelleIdeologie ha detto...

mi piace però 'sta cosa:

nella dittatura stalinista si imponevano case senza cucina...
nella germania nazista si costruivano case coi tetti a falde (e con la cucina) ma intanto qualcuno provvedeva a gasare qualche suo simile...
in america si inventava la città diffusa...

robert

LineadelleIdeologie 2 ha detto...

ah, dimenticavo...

intanto nella potente civiltà fascista si fondavano nuove città (nient'affatto brutte) secondo i canoni del razionalismo-classicista italiano. peccato che molti contadini (tra cui molti veneti) venivano invitati non sempre spontaneamente a dare una mano a bonificare e fondare... con tutti gli effetti collaterali (fisici=malaria e psicologici=sradicamento) del caso.

come disse qualcuno: le ideologie son dei "rizomi"

robert

ps: il programma per fare i commenti mi chiede di verifcare la parola che vedo... DUCES :-) eheh

Pietro Pagliardini ha detto...

robert, non saprei cosa risponderti perché tu citi esempi incongrui, non fosse altro per il fatto che l'urbanistica sovietica è stata applicata in maniera massiccia, anche se più soft, nei nostri piani PEEP (fatti un giro a Milano, Bologna, ecc), contrariamente appunto alle belle città di fondazione della bonifica.
Non è che spostando il discorso risolvi il problema.
Per le case operaie con i tetti a falde ti consiglio la lettura di un bel libro di Francesco Finotto, La città aperta, Saggi Marsilio, in cui potrai scoprire che le città operaie legate alle fabbriche sono una tradizione tedesca fin dall'ottocento.
saluti
Pietro

Linead'Intorciagliamento ha detto...

sì, in effetti ho degli amici che abitano nelle peep che hai citato... per andare in bagno e cucina devono scendere in cortile :-)
pietro, a parte gli scherzi, mica mi devi rispondere. constatavo solo che le ideologie e le forme si mescolano e si attorcigliano tra loro.

robert

PS: però, a ben pensarci... quasi quasi... si potrebbe dare la colpa... per la città-cacca-diffusa... al genio di lloyd wright :-)

arching ha detto...

..non riesco a capire se i miei commenti non arrivano oppure vengano cassati..
Così ne scrivo un altro.

Charles Leslie Stevenson, in "Etica e linguaggio", afferma che generalmente il linguaggio morale ha funzione pragmatica, in quanto rivolto a cambiare gli atteggiamenti altrui attraverso la forza di suggestione di cui sono carichi i termini etici; quando tu parli di idee di "libertà condivisa" stai semplicemente cercando di accattivare il lettore accostando un tema "positivo" come la libertà alle tue concezioni architettoniche.
Come ti dicevo nel post (non pubblicato) le case "senza cucina" erano la diretta derivazione di un diritto fondato su presupposti diversi da quelli della società capitalistica occidentale; non sono filo-comunista come mi dipingi tu (anzi), ma credo che parlare di "libertà negata" solo perchè un paese non segue la struttura capitalistica "classica" mi sembra esagerato.
Non capisco d'altronde come l'unitè d'habitation possa essere presa come grande architettura, mentre i palazzi del comunismo no..
il problema in Italia è stato quello di voler applicare un modello del tutto estraneo in una situazione già problematica come quella italiana.

Per quanto riguarda il concetto di libertà, vorrei segnalarti due pensatori del Novecento, Weber e Kelsen, che si sono scontrati ferocemente contro le presupposte leggi naturali (che tu citi) anteriori ad ogni diritto positivo: il cosiddetto giusnaturalismo presuppone un ordine naturale che costituisce un valore assoluto in base al quale il diritto positivo viene giustificato. Secondo Kelsen invece il diritto può essere sancito unicamente da un atto di volontà dell'autorità giuridica, indipendente dalla volontà: il fondamento di ogni norma non è un fatto naturale, ma solo un'altra norma (le norme da cui derivano tutte le altre sono dette norme fondamentali).
La libertà sociale si basa sul diritto e quindi sulle norme imposte dall'autorità giuridica: se queste non prevedono la proprietà privata, la libertà resta comunque garantita dal rispetto del complesso giuridico di tutte le norme.

Se parli di "stato di natura", sono poi convinto che questo corridponderebbe bene o male da quello esposto a suo tempo da Hobbes: senza leggi positive gli uomini si coalizzerebbero in clan e si ucciderebbero a vicenda per accaparrarsi il più altro numero di beni (in fondo questo si riscontra anche nelle organizzazioni mafiose); non credo che sia una grande libertà questa.

A presto

Matteo

Pietro Pagliardini ha detto...

arching, scusami ma mi era sfuggito un commento. ti assicuro che non casso nessuno e quando lo faccio, per eccessi verbali, lo dichiaro.
Io non ti dipingo come "comunista", io dico che la cultura di sinistra che ha scientificamente egemonizzato la cultura e le istituzioni italiane, è talmente pervasiva da essere assolutamente indipendente dai comportamenti elettorali di ognuno di noi.
Sull'ex URSS non sono affatto d'accordo e lo dimostra il crollo disastroso di un sistema fallimentare e oppressivo e le condizioni in cui quel regime ha lasciato milioni di persone dell'est Europa. Il fatto che si applicassero principi di uno stao collettivista non vedo come possa essere una giustificazione.
Interessante è invece il tema diritto naturale-diritto positivo.
Io, senza essere un filosofo del diritto, penso che il diritto positivo debba affondare le sue radici sul diritto naturale, e provo a spiegare il perché.
Il diritto positivo è in continua evoluzione, si muove con la società. Ciò che ieri era ritenuto non adatto alla società oggi invece può essere considerato giusto, utile e opportuno. Dunque è la società che, in un determinato momento, si rende conto che è necessario introdurre determinati diritti, prima ritenuti non opportuni o addirittura dannosi.
E' chiaro che debba essere così perché cambiano i costumi. Ma come avviene questo passaggio, questo salto di scala? Sul principio della maggioranza, non solo nel senso del voto ma soprattutto nel senso del comune sentire. Il diritto positivo non ha, perciò, limiti, se non relativi al tipo di società in quel momento storico. Qualunque diritto, anche quelli contro la persona umana possono essere accettati, se la maggioranza "sente" che sia venuto il momento.
Una società di questo tipo rischia, come sta già accadendo in Olanda, di riconoscere ogni tipo di diritto, anche i più turpi. A parte il fatto che questo sistema è auto-distruttivo perché gli olandesi sono adesso vittime di se stessi, in realtà si mette in discussione lo stesso principio dei diritti universali che sono riconosciuti alla persona umana. In assenza di questi vale solo il principio di maggioranza ma, si dà il caso, che la maggioranza non abbia sempre ragione.
Saluti
Pietro

arching ha detto...

Sono felice di capire le tue posizioni (anche se completamente opposte alle mie) e ciò mi solleva da un certo punto di vista.
Anzi, mi fa sorridere il fatto che tu citi l'Olanda (dove ho soggiornato per un certo periodo), in quanto l'avrei voluta citare io stesso (in maniera però opposta a come la dipingi tu).
Ora possiamo ritornare all'architettura...

A presto

Matteo

Pietro Pagliardini ha detto...

Benissimo Matteo: felicemente e serenamente agli antipodi.
La diversità è un valore da tutelare con grande cura. In ogni campo.
Saluti
Pietro

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