Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


5 maggio 2009

OGNI SANA RIVOLUZIONE URBANISTICA DEV’ESSERE ORIZZONTALE

Questo articolo, scritto da Paolo Masciocchi, da Pietro Pagliardini e da Nikos Salìngaros, è stato pubblicato da Il Foglio il 30 aprile 2009.
Il Vice Direttore Esecutivo de Il Foglio, Daniele Bellasio, ci ha autorizzato a postarlo.


LA NUOVA CITTÀ PER ESSERE DAVVERO MODERNA DEVE RIDIVENTARE MEDIEVALE


Il dibattito di questa stagione politica, teso tra città da ricostruire e incentivi a rideterminare periferie e aree urbane sterili, mostra che l’Italia si sta preparando ad un’importante revisione del pensiero urbanistico delle città. Per meglio contribuire a questo cambiamento radicale, desideriamo esporre la nostra proposta.


La ragione per la quale si realizza una città è la costruzione e la crescita della comunità dei cittadini che la abitano. E la comunità urbana non riesce a svilupparsi al di fuori di proprietà geometriche molto precise dell’abitato.
“Città” significa una rete di spazi pubblici definiti dal tessuto edilizio urbano, da realizzare con dimensioni in scala umana, secondo proporzioni e rapporti matematici che possono risultare facilmente sensibili all’intervento umano. Su questa struttura geometrica, che richiede l’attività degli esperti e non può essere demandata alla politica, va a sovrapporsi lo sviluppo di una maglia connettiva che permette l’interazione di singole reti molto diverse tra loro, come quella pedonale, del trasporto pubblico, la rete automobilistica e la rete industriale degli autotrasporti e delle ferrovie. In forza di questa visione, è possibile creare una città compatta nella dimensione orizzontale, che costituisce il punto di partenza per uno sviluppo corretto dello spazio civico. È uno sbaglio credere di ottenere la densità giusta attraverso una crescita verticale della città, perché tale dimensione alimenta un processo di scollegamento tra gli elementi urbani e tra le persone. La nostra soluzione vuole spazzare via la debolezza delle posizioni circolanti con alcune indicazioni precise.

Riteniamo occorra una progettazione delle piazze pubbliche in situ, senza preconfezionate geometrie standard (tipiche quelle a semicerchio), perché ogni luogo genera la propria geometria urbana come conseguenza naturale dell’applicazione di codici generativi.

La nuova città va concepita come una rete di connessioni a cui case ed edifici si devono adattare. [Il tessuto urbano vive di questa simbiosi, e i manufatti architettonici devono trovare collocazione nella sfera della geometria connettiva degli spazi della città. E ancora, desideriamo allontanarci dai prodotti abitativi mirati e dedicati ad una specifica funzione: i quartieri solo residenziali, le aree solo commerciali, o industriali, o di servizi, nonché le soluzioni urbanistiche rivolte ad un target determinato]. La nuova città costruita secondo il nostro modello assomiglia più al tessuto urbano medioevale che a quello tipico della pianificazione di stampo moderno.

La natura è inclusa in modo intimo, su piccola scala, e strettamente collegata alle strutture artificiali, con la stessa logica dei frattali. Se dunque la matrice centrale è l’individuo, tutto ciò che straborda dalle dimensioni umane è da eliminare alla radice.

Lo studio della biofilia urbanistica ha dimostrato che l’uomo ha bisogno d’uno stretto contatto con la natura, cioè la città umana deve mescolarsi con piante e verde alla scala più intima dell’ambito cittadino, quella del diretto contatto. Tuttavia non basta unire edifici e verde senza criterio, specie se la natura diviene un elemento addolcente e giustificativo di orrori architettonici.

Operare secondo il gusto compositivo individuale dell’urbanista, può condurre facilmente a far smarrire alla natura la sua stessa funzione integrante l’abitato, come è accaduto nelle città intrise del modernismo di Le Corbusier, dei palazzi fluttuanti tra prati sterili e non vissuti.
Gli esempi migliori di aggregazione di edificato e natura sono da ricercare in ciò che rimane dei piccoli giardini della città tradizionale ottocentesca, e ancora nei centri storici delle città europee che sono gli unici a favorire lo scambio sociale. È invece fuori da ogni logica scientifica di vivibilità il miscuglio delle tipologie urbane verticaliste con il verde a corollario, anche inserito a dosi massicce. Tutte le soluzioni così prospettate sono dei non-luoghi utopici, validi solo a suscitare le attenzioni del marketing e un fracasso sensoriale. Infatti, queste tipologie artificiali di abitato non definiscono comunità di esseri umani a causa della loro geometria, che risulta ostativa per sua natura a tale sviluppo.

Dunque, occorre capire cosa si nasconda dietro l’espressione “città-giardino”, perché il nome in sé esercita fascino su molti, inducendo una visione semplice e immediata fatta di un sentimento di ritorno alla natura e di una reazione al caos e al disordine della città contemporanea. Il movimento d’opinione e l’eco mediatico indirizzato a proporre nuovi orizzonti di urbanità ci spinge a consigliare ai politici di non seguire modelli già risultati fallimentari. Tra gli slogan della sinistra pseudo-ambientalista e la visione decisionista della destra, che nelle amministrazioni locali fanno il gioco delle archistar e degli immobiliaristi, occorre che si faccia largo un’opzione innovativa e culturalmente valida, da cui chi governa può attingere senza pregiudizi.

L’urbanistica è una scienza giovane, che risulta essere ancora incompleta, perché dominata da uno spirito fondato su dogmi autoreferenziali. È tempo che la politica e i cittadini se ne accorgano, e contribuiscano a favorire una visione più corretta del rapporto tra il costruire e il vivere bene.

Paolo Masciocchi
Pietro Pagliardini
Nikos Salìngaros


La foto aerea di Arezzo è tratta da Virtual Earth

17 commenti:

Anonimo ha detto...

Pietro, non mi è chiara l'organizzazione del post: se è di Bellasio perché è firmato Paolo Masciocchi, Pietro Pagliardini, Nikos Salìngaros?
E inoltre il link di Bellasio al foglio non funziona e non si riesce a capire chi sia e cosa dica ......
Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma, se non hai capito è chiaro che non sono stato chiaro e provvedo a chiarire e a correggere il post.
L'articolo è firmato sul Foglio da Masciocchi, me e Salìngaros. Bellasio ci ha autorizzato a pubblicarlo nel blog.
A me funzionano però sia il link al Foglio che quello al blog di Daniele Bellasio che si chiama Danton.
Se non funzionano nemmeno i link vuol dire che mi occorrerà ben più di un fine settimana per rimediare ai problemi tecnici del blog.
Ciao
Piero

Anonimo ha detto...

scusa, mi sono espressa male, in realtà non capivo perché dovevi avere l'autorizzazione, ora ho capito, ciò che non funziona invece è il link nella pagina di Bellosio a cui rimandi
(www.ilfoglio/danton), ma questi sono problemi suoi, non del tuo blog.
Ciao
Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma grazie per la nuova segnalazione. In effetti avevo linkato il vecchio indirizzo di Danton, mentre quello nuovo è inserito, come fanno oggi i giornali, all'interno de Il Foglio.
Quasi, quasi ti chiederei anche di...sistemare il mio blog.
Penso che il prossimo week-end sarà dedicata a questa impresa per me titanica.
Ciao
Piero

arching ha detto...

Scusa, ma sono un pò confuso: qualche post fa scrivevi a proposito delle New Town ed io invece proponevo un modello compatto che potesse ricucire il tessuto edilizio; invece in questo articolo proponete un modello di urbanistica che sottoscrivo in pieno.
Vedo inoltre che c'è molto "Caniggia-Maffei" dentro.
Anch'io sono per una urbanistica più "medievale", con quartieri "ibridi" e non più destinati solo a funzioni specifiche e distinte: una città rimane viva grazie anche ai servizi e al terziario, non ci devono essere solo quartieri residenziali.
Inoltre proporrei che la pianificazione, più che fare dei planivolumetrici, descrivesse aree con confini sfumati e parzialmente sovrapponibili con indicazioni circa il miglioramento dei flussi di traffico; oppure la pianificazione di attività ed organizzazioni "di quartiere" per cercare di riannodare i legami fra gli abitanti.
Speriamo che i consigli non vengano ignorati!
A presto

Matteo Seraceni
http://arching.wordpress.com

Pietro Pagliardini ha detto...

Matteo, può darsi anche che io sia un po' stanco ma non credo di avere mai scritto di essere a favore della città-giardino. La new town è solo una città-nuova ed io non sono pregiudizialmente contrario. Dopo di che essa può essere la città giardino, che ritengo un modello anti-urbano ma potrebbe, anzi dovrebbe, essere una città tradizionale, diciamo medievale tanto per capirsi (il titolo "medievale" lo ha messo il giornale, mostrando così di avere capito il concetto).
Ho sempre scritto che la città deve essere densa e murata, più che verde. E anche nel caso del piano casa, in relazione alle demolizioni e ricostruzioni con premio del 35% dicevo e confermo che rappresentano un'occasione per ricostituire il tessuto sfilacciato e slabbrato delle aree marginali alla città attraverso la densificazione.
Saluti
Pietro

La Capanna in Paradiso ha detto...

Condivido perfettamente questo post. Bisognerà però rivedere la legislazione in materia di urbanistica ed edilizia, le attuali leggi impediscono di fatto una concezione simile. Bisognerà rivedere senz'altro il meccanismo astratto e fallimentare della zonizzazione, come anche voi denunciate. E direi bisognerà sfatare l'entusiamo per Le Corbusier che molti architetti hanno storici compresi, entusiamo anche a mio avviso fortemente immeritato e che spesso cade nella idolatria acritica e irrazionale. Sensibilizzare la società e la committenza, e direi che la crisi attuale è molto dovuta anche al mancato rapporto dell'architetto con una committenza colta. Senz'altro c'è molto da fare anche se è gia molto ragionarci sopra.
Un saluto
Enrico Bardellini

biz ha detto...

Bell'articolo, lo condivido.

C'è da dire, però, che oggi l'urbanistica è purtroppo una altra cosa.
E' la gestione, da parte degli enti pubblici, di forme di tassazione in relazione al mercato edilizio.
Cioè, il cuore della urbanistica contemporanea sono i soldi.
E si vede

Pietro Pagliardini ha detto...

biz, capisco cosa vuoi dire. Ma la costruzione della città è sempre stata segnata dal denaro. O dall'abbondaza di soldi, o dalla carenza o dalla.....ricerca dei soldi.
Davvero non c'è niente di nuovo sotto il sole. Cambiano solo i metodi.
Sono stato un pò assente dal tuo blog e dai tuoi articoli del 27 del mese su Fulmini, anche se li seguo sempre ma sono abbastanza occupato con il lavoro. E lo sono anche con questo maledetto guasto ai post che mi farà perdere oggi e domani e forse non risolverò niente.
Ciao
biz

PEJA ha detto...

Non condivido il tono dogmatico dello scritoo, ma fondamentalmente lo trovo conciliante con le mie idee. Il problema politico è veramente grave, perché per avere immediati vantaggi mediatici, si fanno scelte che in un già prossimo futuro si riveleranno come sciocchi errori (pagati in parte dalla comunità, per l'altro!)...

Anonimo ha detto...

"E' bene chiarire subito che non esiste l'urbanistica come corpo disciplinare concluso, una volta per sempre. L'urbanistica non è una scienza esatta. L'urbanistica è politica. Il bello dell'urbanistica, se così posso dire, è che la sua modesta base tecnica è adattabile a ogni situazione politica. Perciò, ogni partito, ogni amministrazione esprime, più o meno consapevolmente, una sua politica urbanistica. Importante è saper costruire quella politica."
Sono parole di tale Vezio Emilio de Lucia, a me ignoto, che tuttavia mi sembra mettano precisi paletti al discorso sull'urbanistica, sia orizzontale che verticale.

Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Peja, può darsi che il tono appaia dogmatico ma il fatto è che in un giornale nazionale importante, anche se di nicchia, doveva apparire un messaggio chiaro e senza equivoci. Non ci si può opporre alla città verticale con le città-giardino che sono state presentate nella stampa.
La chiarezza delle posizioni, evitando giri di parole, a noi è sembrato un merito. Vi sono luoghi in cui si può discutere e luoghi in cui è necessario essere affermativi. E poi se nella sostanza sei d'accordo puoi anche sorvolare nella forma.
Saluti
Pietro

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma, Vezio de Lucia a me non è del tutto ignoto e credo appartenga a quel nutrito gruppo di urbanisti che hanno sempre mischiato politica e urbanistica in maniera assolutamente intercambiabile.
Non mi stupisce questa sua affermazione e credo sia proprio in buona fede anche perché è stato funzionario ai massimi livelli del Ministero dei Lavori pubblici, quindi appartiene a quella storia e a quella cultura dell'urbanistica italiana che, a colpi di leggi e politica, ha contribuito a darci le periferie che abbiamo.
Ma, facendo finta di non conoscere la fonte, voglio commentare quell'affermazione.
Che l'urbanistica sia politica è sicuro per definizione e per origine delle parole stesse. Ma è politica nel senso di scegliere tra opzioni diverse, sapendo bene che se si sceglie una strada i risultati saranno in un certo modo e viceversa. Che l'urbanistica sia un corpo disciplinare non concluso mi sembra un ovvietà: quale corpo disciplinare è mai concluso? Ma il fatto è che il corpo disciplinare esiste. Fare urbanistica è come fare il medico: non ci sono mai certezze nei risultati della medicina ma non direi che le diagnosi e le terapie siano del tutto casuali.
Ad essere sincero, Vilma, mi sforzo di valutare quella frase senza pensare all'autore ma non ce la faccio e a me suona proprio come auto-assolutoria.
Ciao
Piero

biz ha detto...

Non sono del tutto d'accordo con la tua replica, Pietro.
Certo, il denaro è fondamentale per la costruzione di una città, lo è sempre stato.
Venezia non ci sarebbe, ad esempio, se non ci fosse stata quella potenza commerciale e militare che fu.
Ma.
Ma il denaro era uno strumento, che si riversava nella città, anche per rappresentare.
Rappresentare la potenza, la dignità, il fasto: del potere pubblico, della religione, delle singole famiglie nelle sue case.
Spesso invece oggi il denaro è il fine ultimo nelle azioni sulla città.
Non è più "lo strumento attivo" attraverso cui ci si rappresenta.
E' invece il mezzo attraverso cui si cerca di produrre altro denaro. La cosa edilizia non è il fine, è il mezzo. La produzione di denaro è la finalità.
Questa è la differenza, non da poco.

Pietro Pagliardini ha detto...

Sì biz, e infatti io ho detto che si va a cercare denaro. Ho fatto lo spiritoso ma intendevo dire questo.
Però il fenomeno è sempre esistito. Pensa alla Parigi di Hausmann in cui le strade, e quindi i lotti, sono stati disegnati con la precisa intenzione di determinare la massima rendita fondiaria. Ma anche nel settecento c'erano imprenditori, in genere nobili, che facevano dell'edilizia una fonte di reddito.
Solo che oggi il fenomeno, come molti altri del resto, si è ingigantito fino a diventare un settore rilevante della produzione del reddito. Soprattutto mi sembra che manchi un controbilanciamento a questo fenomeno da parte della pubblica amministrazione, nel senso doppio che manca una architettura pubblica che sia rappresentativa e che la stessa pubblica amministrazione fa dell'edilizia una fonte di reddito, mediante gli oneri di urbanizzazione che sono una parte importantissima del bilancio comunale. Per cui accade che gli interessi pubblici e quelli privati coincidono, talvolta in maniera non virtuosa.
Ora si è aggiunta anche una forma di cosìdetta perequazione che, di fatto, fa della pubblica amministrazione una immobiliare che cerca di sfruttare le operazioni immobiliari per raggiungere ilo massimo del reddito. Dicono a fini pubblici ma, in realtà, i costi ultimi si trasferiscono al consumatore finale, cioè l'acquirente.
Ciao
Pietro

Anonimo ha detto...

Come tutto quanto ha a che fare direttamente con l’uomo, per quell’inevitabile margine di aleatorietà, soggettività e imprevedibilità che caratterizza l’essere umano e ciò che lo concerne, anche l’urbanistica, disciplina che si occupa dell’organizzazione stanziale dell’uomo, non è una scienza esatta, anzi non è una scienza, né giovane né vecchia, non avendone i requisiti. Infatti non soggiace a formule matematiche, non produce risultati ripetibili in laboratorio, non risponde ad un metodo che garantisca la possibilità di distinguere le affermazioni vere dalle false, non ha quella struttura rigorosamente deduttiva che distingue la scienza dalle "teorie empiriche" utilizzabili solo come modello in un ambito fenomenologico ben limitato con risultati che non sono esportabili in altri ambiti.
Detto ciò, riesce difficile accettare la posizione di quanti vorrebbero trovare delle ‘regole’ , matematiche, geometriche, frattaliche e quant’altro in base alle quali predeterminare le direzioni di sviluppo dell’urbanistica del futuro e addirittura ottimizzare i risultati proiettandoli su un contesto sociale ancora inesistente, che si svilupperà a sua volta secondo le non scientifiche previsioni evolutive dell’economia, della politica, della tecnologia, dell’antropologia.
Ciò che si può dire è che esistono due direzioni e due urbanistiche, un’urbanistica ‘dal basso’, quella della pianificazione partecipata, dell’attenzione alle esigenze psicofisiche degli abitanti, alla conservazione dell’ambiente, alla “condivisione di valori globali della società e di conseguenza di una condivisione, spontanea e non intenzionale” , e una ‘urbanistica dall’alto’, quella della grande economia, degli investimenti su scala globale, del capitale e del profitto, due urbanistiche parallele che, come tali, non si intersecano mai.

Il compromesso teoricamente più corretto sembrerebbe, stando ad una larga parte degli urbanisti di oggi (i cosiddetti passatisti) quello di seguire “i principi generatori di crescita e sviluppo della città storica, aggiornandoli alla mobilità sociale”, cioè uno schema ottocentesco attualizzato ai tempi nostri, dando per scontato che l’aggiornamento sia possibile, ma salta all’occhio il punto debole dell’ipotesi, che resta più che mai labile nei suoi esiti nel momento in cui, contro ogni possibile scientificità, estende arbitrariamente al futuro i “codici generativi” di un modello che andava bene per il passato.

Se non esistesse l’urbanistica dall’alto non avremmo città come New York, forse Manhattan sarebbe una villettopoli e Parigi un grazioso villaggio agreste, così come tante capitali europee configuratesi secondo i voleri, il danaro e le imposizioni di monarchi, principi, dittatori e architetti, in un processo di sviluppo fortemente gerarchizzato. Fermo all’ottocento (e chissà perché non al settecento o al seicento), il mondo sarebbe un piatto sparpagliamento orizzontale su un territorio sempre più ingombro, alla lunga saturato in ogni disponibile lotto di terreno, frammentato nelle infrastrutture e nel commercio in tanti piccoli episodi inadeguati alla competitività di una società che premia l’efficienza, i contenuti tecnologici, la modernità: infatti nessuno di quelli che pure vivrebbero volentieri ‘in orizzontale’ si accontenta più dell’offerta del negozietto sotto casa (il centro commerciale offre più scelta a minor costo), ricorrerebbe al piccolo ospedale locale privo delle attrezzature sofisticate e costose che può permettersi un grosso polo ospedaliero decentrato, lavorerebbe in piccoli nuclei di uffici privi del ricco corollario di supporti (dal parcheggio alla ristorazione alla palestra alle attrezzature per il tempo libero) offerto dai grandi poli terziari.
Perché mai urbanistica dell'esistente e urbanistica del contemporaneo devono essere necessariamente omogenee, e non si può accettare il discorso della co-presenza e della compatibilità delle diversità?

Lo sforzo dell’urbanistica moderna deve andare nella direzione dell’integrazione tra l’esistente, che non va certo distrutto o rinnegato, e il nuovo, che non va negato e represso, in una progettazione integrata o se vogliamo ibrida, che faccia convivere la città orizzontale con quella verticale, l’urbanistica dal basso con quella dall’alto, scoprendo i codici della dialettica che lega passato e futuro ed utilizzandoli per costruire il linguaggio del terzo millennio.

Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Questo commento di Vilma è impegnativo. Forse uno dei più impegnativi a cui replicare da quando ricevo commenti . Ma in fondo replicare non è nemmeno il termine giusto, direi meglio “da commentare”. Non è infatti necessario, non sta scritto da nessuna parte, cercare per forza di avere ragione e voler rilanciare, anche se in genere è divertente e fa parte del gioco.
Vi sono infatti convinzioni personali che non sempre affondano tutte le loro radici nel terreno della pura razionalità; una parte di esse si collocano in una zona i cui elementi nutritivi sono le inclinazioni personali, le sensazioni, la fede (intesa come fiducia o speranza) che certe cose stiano (o debbano essere)effettivamente in un determinato modo. Però credo che tutto ciò valga non solo per me ma anche per gi altri, compresa Vilma ovviamente.
Detto questo passo al commento. Sul fatto che l’urbanistica non appartenga al campo della scienza esatta credo di averlo già detto prima e poco ho da aggiungere. Però anche questa affermazione è abbastanza ambigua: qual è la scienza che non è confutabile? Qual è la scienza le cui teorie non siano con certezza superabili da altre a venire e che, proprio perché non le conosciamo, non possiamo sapere se si presenteranno o meno? Ma non voglio fare sofismi; diciamo che, ragionando con una certa approssimazione e in analogia con quella che generalmente si considera scienza, l’urbanistica non sia scienza. Però presenta alcuni elementi di ragionevole certezza: ad esempio, uno spazio aperto, circondato da edifici, con lati delle dimensioni di 300 metri per 300 metri non presenta nessuno degli attributi che ce la possono fare identificare come “piazza”, cioè come quel luogo chiuso da edifici, in cui convergono strade e che ha la caratteristica di essere un nodo, un elemento che ha una quantità di “informazione” superiore ad altri. Eppure, qualitativamente ha la forma della piazza ed è circondato da edifici come una piazza.
Perché non è una piazza? La risposta è facile: perché non ha la geometria giusta, perché i suoi fronti sono troppo lontani per essere considerati un limite visivo e fisico. Una piazza è uno spazio chiuso cui manca il tetto, anzi il cui tetto è il cielo. E se gli edifici intorno fossero grattacieli, per riequilibrare il rapporto con la piazza, un uomo in uno spazio simile si sentirebbe non in uno spazio chiuso ma in fondo ad un buco da cui sembra impossibile scappare. Uno spazio di 300x300 metri di lato non può essere uno spazio chiuso perché la misura dello spazio si prede rispetto alle misure dell’uomo.
Da cosa deriva questa certezza? Da una valutazione empirica, dal fatto che in certi luoghi ci sentiamo a nostro agio e in altri no. Io non so dimostrare questo teorema ma anche del teorema di Pitagora io posso applicare la formula senza conoscere la sua dimostrazione ed essere ragionevolmente certo che i risultati che otterrò saranno quelli giusti! D’altronde non c’è bisogno di essere scienziati nemmeno per capire che se lasciamo un uomo chiuso in una cella angusta con una forte luce perennemente accesa, nel giro di poco tempo questo darà di matto e confesserà qualunque reato non commesso! Dunque che l’ambiente condizioni i nostri comportamenti è cosa sicura. La differenza tra l’esempio della cella e la città consiste nella sua misurabilità: sarà facile per un aguzzino-scienziato fare un po’ di prove e alla fine tirare fuori una regola precisa; più difficile, se non impossibile, farlo a livello urbano. Ma questo non impedisce di affermare, con una alto grado approssimazione quantitativa ma con una ragionevole certezza qualitativa, che certi ambienti sono più adatti all’uomo ed altri molto meno.
Le alternative che Vilma pone per le due direzioni urbanistiche sono vere e sono però due casi limite che solo raramente si presentano in maniera così distinta. Più spesso, nella grande quantità delle città che esistono al mondo, si trovano a convivere i due casi mescolati insieme. Però non sono del tutto d’accordo sul fatto che ciò che è calato dall’alto, cioè da un potere, economico o politico, crei necessariamente una città invivibile. Ad esempio Parigi, quella che conosciamo oggi, quella del Barone Hausmann, pur essendo imposta da un potere forte, è stata “disegnata” con regole giuste, che funzionano bene. Lo stesso dicasi di Manhattan, la cui pianta è stata disegnata e che ugualmente presenta tutti quei caratteri che contraddistinguono una città tradizionale: certo non ci sono le piazze o sono rare e si pongono lungo la Broadway, cioè la diagonale che l’attraversa tutta, ma quello delle piazze, dice Marco Romano, che di città se ne intende, è fenomeno quasi esclusivamente europeo. Ma cambia poco, perché Times Square non è certo una piazza, ma è comunque un nodo.
Quello che voglio dire è il fatto che il disegno, la disciplina urbanistica, ha oggi una sua autonomia a prescindere da tutte le condizioni a monte e al contorno, cioè economiche, politiche, sociali. Una volta, quando l’urbanistica era spontanea, tutto era basato sulle condizioni al contorno: la geografia, le risorse naturali presenti nei luoghi, la difesa, le rotte commerciali, i pellegrinaggi, ecc. Oggi, pur rimanendo elementi determinanti, si può fare la scelta di un disegno urbano o di un altro in maniera più autonoma da queste condizioni. Un esempio semplice: se dobbiamo fare un quartiere di edilizia popolare si può scegliere di mettere stecche di edifici condominiali alti tutti paralleli tra loro e tutti perpendicolari alla strada principale e a metà circa della strada collocare un unico grande supermercato; ma si potrebbe optare per una soluzione tutta diversa, facendo non una ma più strade che creano isolati, con edifici più bassi e differenziati, e qualche piazza e collocare più supermercati di dimensioni medio piccole in zone diverse. Che cosa ci farà scegliere per l’una o l’altra soluzione? Quale “funzionerà” meglio e quale, ragionevolmente, sarà meno problematica come soluzione? Ce lo farà scegliere, io credo, una diversa concezione che abbiamo dell’essere umano e credo che “funzionerà” meglio la seconda, non fosse altro perché presneta più gradi di libertà.
Non dico che nella seconda soluzione non ci potranno essere fenomeni di emarginazione sociale ma dico che nella prima ci saranno senz’altro.
Lunghissimo questo commento. E’ argomento però da riprendere.
Ciao
Piero

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