Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


26 aprile 2009

COMMENTO DI VILMA TORSELLI SULLA CHIESA DI FOLIGNO

Ho ricevuto questo commento di Vilma Torselli sul progetto della Chiesa di Massimiliano Fuksas a Foligno. Come faccio spesso quando ho fretta l'ho dapprima pubblicato nello spazio dei commenti, riservandomi di leggerlo con calma. Dopo averlo fatto, pur nella diversità di opinioni, mi sono reso conto che quel luogo era troppo stretto. 

*****
di Vilma Torselli

Ogni attività creativa dell'uomo produce immancabilmente simboli: unendo significati lontani e sintonizzandoli su un significato comune, l’opera costituisce il medium per svelare intrinseci valori simbolici ed un segno o una forma possono far riferimento ad una realtà non raccontata, ma resa comprensibile alla nostra capacità percettiva al di fuori dei normali processi razionali.


Come afferma Freud, il simbolo è un'eredità filogenetica grazie alla quale l'uomo ha una disposizione mentale che lo mette in grado di relazionare le pulsioni e le emozioni psichiche con gli oggetti, il campo della rappresentazione visiva è quello nel quale queste capacità relazionali vengono utilizzate costantemente e al meglio.

Si dice che "ogni figura racconta una storia", e questa asserzione generale vale per gran parte dell’arte, se si eccettua la ’mera’ decorazione geometrica.", così scrive Gregory Bateson ( "Verso un’ecologia della mente", 1997), e vale, aggiungerei, per l’architettura, che come l’arte è chiamata a istituire un criterio formale che convogli il linguaggio verbale verso la codifica iconica dell’immagine.

Tutte le attività umane, l’arte, l’architettura, che si esprimono attraverso segni acquistano un valore simbolico al di là della rappresentazione pura e semplice, per addivenire attraverso il simbolo alla rappresentazione visibile dell’invisibile.

Se accettiamo l’idea che l’architettura debba immancabilmente organizzare lo spazio secondo una funzione e al tempo stesso rappresentare i modi e il senso nei quali la funzione viene espletata, in relazione al contesto culturale in cui si colloca e che in essa si riconosce (da cui il valore simbolico dell’architettura), si comprende come tutto possa essere simbolo, che lo diventi o meno dipende dal significato che l’uomo gli attribuisce, in determinate circostante, in determinati contesti, nell’ambito di una realtà culturale precisa.

La religione ha sviluppato una vera e propria teologia simbolica, incorporando il concetto che il simbolo è mezzo per denunciare ed al tempo stesso surrogare l’inadeguatezza della parola o dell’immagine ad esprimere il sacro, cosicché l’architettura religiosa è per eccellenza quella che più si esprime attraverso una grande ricchezza di contenuti simbolici.

Tuttavia l’esecutore dell’opera, l’architetto che progetta un luogo sacro, esprime, sì, nella forma architettonica precisi contenuti liturgici e dogmatici codificati dalla tradizione religiosa, ma anche il senso che in quel momento storico e in quel contesto sociale viene annesso a quel tipo di edificio, filtrandolo, e questo è un passaggio chiave, attraverso il suo vissuto umano e culturale conscio o inconscio.
Solo grazie a questo passaggio un’architettura ‘simbolica’ diventa ‘simbolo’ (vedi la La Chapelle Notre-Dame-du-Haut a Ronchamp).

Detta in parole povere, nella chiesa di Foligno Fuksas ci ha ‘messo del suo’, egli stesso spiega il significato della modesta elevazione del terreno, del taglio trasparente alla base, “la sospensione di un volume all’interno di un altro”, ecc.

Questi sono innegabilmente contenuti ‘simbolici’ che si sovrappongono a quelli dogmatici con il rischio reale di prevaricarli (rischio peraltro di tutta l’architettura moderna) e con la possibilità di una reificazione dell’architettura in oggetto architettonico. Ma questo rischio c'è sempre stato e sempre ci sarà, finchè, per fare una chiesa, non decideremo di mettere tutti i dati (dogmatici e liturgici) in un computer che, dopo una bella ‘shakerata’, sfornerà la chiesa perfetta!

Ciao
Vilma

35 commenti:

Biz ha detto...

Il punto è che quando si è persa ogni relazione fra simbologia e forma, allora le cose non funzionano.
Non si arriva al simbolo per induzione, nè per "invenzione" artistica; al contrario, la forma dovrebbe essere dedotta dal simbolo.

Comunque, ad attacco a Langone (che comunque, ha un approccio che non mi piace), vi segnalo due interventi di Luigi Codemo sul suo blog dedicato all'arte cristiana.
Questo http://delvisibile.wordpress.com/2009/04/23/la-chiesa-vista-da-una-panca/

e quest'altro
http://delvisibile.wordpress.com/2009/04/24/cemento-vivo/

Secondo me, un approccio davvero religioso, non come quello di Langone.

Pietro Pagliardini ha detto...

Grazie della segnalazione biz.
Ho provveduto a lasciare un mio laicissimo commento. Certo che tocchi ad un laico difendere l'architettura sacra dalla poetica dell'inceneritore è proprio grossa!
Vai su archiwatch a leggere ciò che dice Monsignor Betori, segretario della CEI!!!!!
Io continuo a stare con Langone.
Ciao
Pietro

homo liturgicus ha detto...

Beh, caro Pietro, alea iactanda est; da tutto quello che scrive, non mi sembra lontano dal Regno di Dio. Ad maiora

Pietro Pagliardini ha detto...

caro robert le cose non sono così semplici come possono sembrare e spesso non tutto è come appare. Non voglio fare il misterioso per mascherare una mia non nascosta insoddisfazione, però non avevo notato che quello scritto di Mons. Betori è datato 2003.
Molta acqua è passata sotto i ponti. Se vai nel sito che ci ha segnalato biz vedrai, appunto, che le cose non sono così semplici.
Se mai andrò a Foligno, tra l'altro abbastanza vicino ad Arezzo, visiterò la chiesa dentro, per verificare se Muratore ha ragione. Per ora conservo l'immagine di un inceneritore e niente me la può togliere. Un cubo in c.a. è un cubo in c.a., poche storie.
saluti
Pietro

lineadisenso ha detto...

l'ho guardata solo ora la chiesa di fuksas. beh... son rimasto davvero sorpreso in quanto solitamente non sono affatto tenero nei suoi confronti.

un cubo. dentro... un 'altro cubo. nell'OFFSET tra i due cubi (nell'intercapedine si potrebbe dire) la luce piove diretta. nell'OFFSET si può percorrere lo spazio senza attraversare l'assemblea (quello che si può fare in qualsiasi chiesa tradizionale con le navate). tra OFFSET e assemblea non v'è nulla, solo la proiezione del primo cubo (mi ricorda la chiesa dello spirito santo di plecnik che unì assemblea a chiesa tradizionale "invertendo" il sopra col sotto). lo spazio centrale è deputato all'assemblea, alla comunità (che, per i cattolici dal concilio vaticano II è l'elemento sacrale per eccellenza), una serie di taglia non eccezionali ma che identificano l'uso "sacrale" della parte centrale rispetto al percorso attorno. peccato per quell'altare un po' troppo discostato per i miei gusti... ma va bene lo stesso, han riammesso la messa preconciliare nel frattempo. che dire, se c'era un modo per rendere sacrale la comunità che si raduna beh... questo non è affatto male. la rampa rappresenta il popolo in cammino verso dio. l'edificio basso e longitudinale contiene la parte funzionale della parrocchia e permette ai due cubi di svettare nel paesaggio. il linguaggio è essenziale, contemporaneo e temporale rispetto a temi atemporali, come al solito è un po' copia-incolla (difetto di fuksas). peccato quell'ingresso che non genera un filtro tra assemblea e rampa esterna. che dire... non sarà il capolavoro del nuovo secolo ma da qui a dire che questi qui (metto il plurale in quanto c'è un architetto e un liturgista) di architettura e liturgia non ne capiscano nulla mi pare un bell'azzardo (cosa che non fa wilma).

robert

lineadisenso ha detto...

pietro, inizi dicendo che "le cose non sono così semplici" e termini con un "cubo in c.a. è un cubo in c.a., poche storie". suvvia pietro! un po' di impegno che ti anneghi nell'acquasantiera!

per quanto riguarda il sito segnalato da biz noto semplicemente quello che noto in tutti gli altri contesti: una meravigliosa diversità di opinioni. nulla di nuovo sotto il sole, le ha generate il relativismo scaraventato da dio sulla terra.

robert

PS: il problema è spiegarlo a langone che è colpa di dio

LineadiSenso ha detto...

'petta... dimenticavo... se qualcuno dipinge interamente il cubo interno di scene realistiche oro-argento-luccianti beh, mica mi oppongo. sembra lì che sia in attesa di riceverle :-)

robert

LineadiSenso ha detto...

leggo solo ora l'intervento di betori riportato su archiwatch. mi ha fatto piacere leggerlo...

robert

Pietro Pagliardini ha detto...

robert, ti seguo molto bene sulla tua analisi dell'edificio, niente affatto bene, anzi male, nel secondo commento.
Confermo che "un cubo è un cubo, poche storie". Gli edifici, fino a prova contraria, non sono pacchi regalo in cui è dato il caso di una scatola scarna con dentro un oggetto splendido. Quella scatola non è solo scarna è brutta (si può dire brutta?), banalmente minimalista è anche opprimente e configura un bell'ingombro nel paesaggio. Il taglio orizzontale che segnala l'ingresso mi sembra come schiacciato sotto il peso della massa incombente sopra quasi a dire che entrare in chiesa è una gran fatica. Posso dire che l'ingresso, al minimo, mi sembra puro formalismo compositivo di modesto valore?
Il cubo dentro al cubo, da quello che è dato capire dalle foto,mi sembra che più che delimitare un deambulatorio e le navate perimetrale stia ad indicare: attenzione, non entrate sotto la cappa del camino sospesa sopra l'assemblea perché potrebbe piombarvi addosso da un momento all'altro. Insomma, più che tendere all'alto, dalle foto, ripeto, mi sembra che questa chiesa generi forze che schiacciano verso il basso il fedele, sia fuori che dentro, facendogli sentire tutto il peso del suo fardello umano e la sua pochezza di fronte a Dio.
Mi sembra più il Dio Biblico, a volte tremendo che il Dio che si è fatto uomo.
Una visione truce della vita e della fede. Ma io non ho visto la chiesa di persona come dice Muratore che invita a giudicare solo dopo averla vista e io non sono un esperto né di liturgia né di religione.
Ma, anche facendo un'analisi "a prescindere" quel senso di oppressione e di schiacciamento mi provoca disagio. Sempre dalle foto!
Saluti
Pietro

LineadiSenso ha detto...

bah, si sarà perso... avevo fatto un commento in cui il cubo interno me l'immaginavo tutto dipinto da immagini realistiche oro-argento-luccicanti-ecc e quasi quasi... ci starebbe da dio :-)

per quanto riguarda il secondo commento: una domanda, se si va a cercare le "regole" non sarebbe bene ognitanto distaccarsi dalle forme? questa è una delle poche architetture dove il fuksas smette di disegnare nuvole sui vetri mentre fa pubblicità. così, a intuito, non mi par male come opera e come approccio... senza star tanto a disquisire sui temi liturgici e altre storie... è un cubo ben fatto... sarebbe bene che anche nikos,camillo, vittorio e gli altri amici smettessero di avere pregiudizi "a prescindere", non ti pare?

robert

Pietro Pagliardini ha detto...

robert, c'è qualche problema con i commenti. Uno dei tuoi non l'avevo visto ma un altro, quello della bufala, l'ho pubblicato ma non appare.
Il fatto che la conversione di Fuksas sia una bufala non cambia molto al commento di Langone.
Per il resto quanto ho scritto sopra guardando un po' meno frettolosamente le foto l'ho riconfermato in un commento su Archiwatch al post di Ciro Lomonte, che è un architetto molto competente in fatto di chiese, certamente più competente di quello che ha scritto il testo a Mons. Betori (non è una mia malignità ma di un altro commentatore su Archiwtach). Dimenticavo di dire che Ciro è anche un amico.
Saluti
Pietro

Pietro Pagliardini ha detto...

Dimenticavo robert: ma Linea di Senso che fine ha fatto? E' scelta temporanea o definitiva?
Qualche sciocchezza la dicevi ma...insomma, si faceva leggere.
Ciao
Pietro

arching ha detto...

Sarà che ho un debole per Vilma (nei confronti di quello che scrive ovviamente), ma io non ci trovo nulla di male in quello che ha detto.
In effetti Fuksas è riuscito a iper-semantizzare anche una chiesa "alla Tadao Ando", non solo per l'inserimento prevaricatore dei due cubi sovrapposti, ma per tanti altri segni formali volutamente distonanti (l'altezza interna spropositata, le finestre irregolari, i lampadari).
Un esercizio notevole (forse un pò ridicola la croce sulla porta centrale).
A presto

Matteo Seraceni
http://arching.wordpress.com

Biz ha detto...

Mi pare chiaro che la discussione si svolge su due livelli.

Un primo livello è di tipo architettonico-liturgico. Su quel piano di discussione ci sono gli interventi di Lomonte, di Betori, ed anche di Codemo che ho segnalato.

Poi c'è il piano architettonico formale. Intervento di Wilma, i tuoi, i puntini e gli accenni di Muratore, linea di senso ecc.

L'intervento di Lagnone (pardon, Langone) a me pare un ibrido fra i due. Gioca su un lato e sull'altro per sostenere una tesi precostituita.

In realtà: non sono convinto che il piano architettonico formale possa funzionare da sè come criterio critico. Mai, e in particolare per questo genere di edifici.
E forse soprattutto in questo genere d'edifici, la visita risulta necessaria.
Non avendolo visto di persona, davvero sospendo il giudizio.

Pietro Pagliardini ha detto...

biz, temo che non disponendo mai dei progetti e non potendo vedere di persona tutto, dovremmo sospendere il giudizio su tutto o quasi.
Chi giudica positivamente giudica dalle foto, perché non si potrebbe giudicare negativamente dalle stesse foto?
Sapendo che tutti e due gli opposti giudizi possono essere fallaci e senza chiederti certo di esprimere per forza il tuo, mi sembra che non sia fuori dal mondo esprimersi, tanto più che non scriviamo per la storia! Di fronte ai soliti osanna ho provato a dire quello che sinceramente mi comunica il cubo, l'esterno con molta maggiore sicurezza, direi senza paura di essere smentito se la vedrò, dentro con un margine di errore.
Ciao
Pietro

LineadiStanchezza ha detto...

temporanea pietro

per quanto riguarda le "sciocchezze": se ti ricordi il sottotitolo del mio blog è "ognuno di noi ha diritto al proprio cattivo gusto", ovvio che il cattivo gusto comprende anche le sciocchezze che io, a differenza di te, non spaccio per "regole" :-)

robert

Pietro Pagliardini ha detto...

robert, mi scuso se ti ho offeso perchè non era mia intenzione. Ho sbagliato registro nell'ironia. "Sciocchezze" voleva solo accomunarti a quelle che scrivo io, ma mi è venuto male.
Ciao
Pietro

biz ha detto...

Però chissà, Pietro; forse il nostro problema, e quello della architettura contemporanea, e magari delle nostre democrazie, passa anche attraverso questo fatto.
Ci si chiede, implicitamente, di prendere posizione, parte, su cose che non conosciamo abbastanza.
Senza allargare troppo il campo, mi chiedo: chissà se la qualità della architettura non passi invece attraverso il rifiuto di posizioni ideologiche precostituite; il considerare meglio il qui ed ora. La non accettazione della via "mediatica" alle cose.
Il sottrarsi alla via "mediatica".
Ogni edificio, forse, non è riducibile alla riproducibilità meccanica (e quindi, alla sua riproduzione anche nei media).
Il suo essere "hic et nunc" non è alienabile.

Pietro Pagliardini ha detto...

biz, sul piano filosofico non c'è alcun dubbio che le cose stiano come dici. Sul piano della realtà temo che se facessimo nostro (tutti dico, non tu ed io) questo atteggiamento saremmo in balìa dei pochi che continuerebbero ad approfittare della via mediatica.
Però ti dico che questo rincorrere la cronaca, nel caso specifico l'inaugurazione della Chiesa di Foligno, non è argomento che mi si confà troppo e anch'io, in fondo, ne sono rimasto vittima. E' chiaro che l'ho preso, al solito, come il simbolo di un'idea, al pari dell'Ara Pacis, di CityLife e quant'altro, ma inesorabilmente e quasi senza accorgermene sono scivolato nel battibecco mediatico da guardone (sempre relativamente ai nostri piccoli numeri). Sono stato trascinato ad analizzare un'architettura che, in via sintetica e in base ai "miei" criteri di giudizio, non è nemmeno da prendere in considerazione. E' un'architettura che non mi interessa e credo proprio, in assoluta onestà, che se non fosse firmata Fuksas, sarebbe passata inosservata ed anche condannata per l'enorme impatto visivo.
Sarà una grande semplificazione ma sono certo che ad entrare nel merito di questa architettura e di tutte quelle di questo genere, si fa solo il loro gioco: mai mettersi nei panni degli altri, soprattutto del "nemico". La mia è dichiaratamente una faziosità militante ma credo che abbia il pregio di arrivare alla radice del problema e di mostrare che il re è nudo. La controparte si comporta esattamente come me: non considera proprio l'altra architettura.
Non so se ho commesso un errore ma io mi ci sento a disagio perché non mi interessa proprio fuggire dietro alle ultime novità, tra l'altro senza conoscerle direttamente (diverso è il caso dei progetti, dove tutti siamo alla pari nel giudicare).
Per questo mi piace il tuo approccio al commento delle singole opere che tieni mensilmente su Fulmini, perché sono frutto di osservazione diretta, di esperienza personale. Cosa che io, nella mia piccola città, non posso fare per non essere impallinato da colleghi, amministratori, clienti e quant'altro e per non guardare la pagliuzza degli altri senza accorgermi della trave che avrò senz'altro negli occhi.
Prendo il tuo commento come un forte richiamo alla realtà.
Ciao
Pietro

lycopodium ha detto...

Io non sono architetto, ma sono credente, quindi le cose mi riguardano un poco. Alcuni rilievi in questa interessante discussione.
Noto che, a proposito di questo edificio, si parla di "inaugurazione"; a parte l'origine etimologica, il termine suona piuttosto "secolarizzato", non a caso: spariscono i più appropriati "dedicazione", "consacrazione" (il post di Codemo riportava a questo ambito "giusto", che il tecnicismo di pieni e vuoti, spinte e controspinte fatalmente sfoca).
Ancora, si parla di assemblea, che sarebbe per i cattolici l'elemento sacrale per eccellenza. Mi permetto di non condividere e lo faccio con le parole di Pietro De Marco in http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000364.html :
"Non è, infatti, la comunità radunata (i suoi sentimenti, la sua disposizione, la sua socialità o compagnia) il perno e la condizione del sacramentum/sacrificium. Non è il behavior dell’assemblea che conta, secondo una tentazione pragmatistica e attivistica - una “liturgia attiva”! -, tentazione di cui lo psico-sociologismo di liturgisti e pastoralisti sembra non essere consapevole. Al contrario l’azione della comunità orante è sotto la norma sacrificale e ne trae il proprio profilo; l’agire è plasmato dai divina mysteria. Il divino sacerdos sacrifica se stesso al Padre e il celebrante e l’assemblea sono tratti in questo abisso, nella sua direzione e senso. Nel canon missae non vi è altro che abbia tale rilevanza, non vi è altro orientamento".
Faccio notare che tutto il Ratzinger liturgo si è speso per per questo.

Pietro Pagliardini ha detto...

lycopodium, ma non c'è dubbio che la "inaugurazione" è la celebrazione molto terrena del progetto, del progettista e del committente! Certamente sarà seguito cocktail!
D'altra parte bisogna riconoscere che nel momento in cui si affidano i progetti ai grandi nomi dello star-system, significa che la gerarchia cattolica evidentemente persegue un progetto di pura immagine. Con tutte le conseguenze del caso. Onestamente con questo andamento, qualunque architetto si può sentire autorizzato a fare ciò che vuole perché è questo il segnale che arriva dalla "committenza". Basta guardare le ultime chiese "inaugurate" per rendersene conto.
Su questo è molto difficile, anzi impossibile, che qualcuno possa possa intervenire dall'esterno, perché è difficile criticare una Chiesa per la non rispondenza ai canoni liturgici e, direi meglio, all'essenza stessa del rito che in essa si celebra, quando autorevoli rappresentanti della gerarchia affermano il contrario!
Questo problema non può che essere risolto all'interno della comunità cattolica e gli architetti si possono solo sbizzarrire a parlare di tipologia, inserimento nel luogo, simbolo, fasci di luce più o meno suggestivi che vengono dall'alto il tutto in assenza di alcun canone dato che ognuno può progettare e fare ciò che vuole.
Nessuno mi toglie dalla testa che se quel progetto non avesse avuto dall'origine l'appellativo di Chiesa avrebbe potuto essere una discoteca o un mausoleo o una sala esposizioni.
E' su questo che dovete concentrarvi: se volete una Chiesa dovete "pretendere" una Chiesa, dato che l'opera costa anche qualche euro! Se non ci riuscite vuol dire che la mutazione è profonda nel mondo cattolico e Benedetto XVI da solo non potrà fare molto.
Scusa lycopodium, non mi permetto di dare lezioni a nessuno ma davvero mi sembra che il problema sia all'interno del mondo cattolico e l'architettura religiosa ne è solo un riflesso.
Saluti
Pietro

Anonimo ha detto...

Pietro, sono perfettamente d'accordo, hai centrato il problema in modo semplice, chiaro ed univoco, la crisi sta a monte di ogni architettura: per onestà devo aggiungere, da non credente, che sono contenta che Benedetto XVI da solo non possa fare molto.

Vilma

LineadiSenso ma senso-senso davvero eh? - ha detto...

x lycopodium

sacra è la comunità che si raduna per rinnovare il sacrificio di cristo. può andar bene così? a me interessava solamente ricordare il fatto che le chiese non sono edifici "sacri" in quanto tali, non sono la casa di dio. il tempio pagano è la casa di dio. o sbaglio? tanto che la messa può esser officiata pure in mezzo ad uno stadio... m'interessava questo. ragion per cui penso che le chiese non dovrebbero essere 'na specie di edificio esoterico- misterico stile voyager... dovrebbero, secondo me, portare l'attenzione in principal modo sull'assemblea e sull'altare usando quei mezzi tipici dell'architettura che consentono: disposizione d'animo, concentrazione, elevazione, modalità del radunarsi, modalità della preghiera privata... ecc ecc ecc. se una chiesa riesce a fare questo per me è già buona... poi, siete voi cattolici a dover far chiarezza. a sentire le diverse posizioni della chiesa sembra che a 'sto punto servano delle chiese tipo totaltheatre di gropiusiana memoria che si girano e rigirano a seconda che il prete voglia officiarla dietro l'altare assieme all'assemblea in raduno oppure davanti all'altare coi bei fedeli tutti in fila in attesa dell'abisso.

robert

lycopodium ha detto...

Gli ultimi interventi, peraltro importanti ed istruttivi, sembrano dire: affari interni di voi cattolici, su cui non esercitiamo ingerenza.
Ma così si coopera a renderci ostaggio di gerarchie ed esperti inidonei: c'è reato commissivo e c'è reato omissivo...
p.s.
Egr. Robert, il problema non è la comunità, ma quel "si raduna" che comunque non è mai primario: anche dal punto di vista antropologico-culturale, c'è in origine un "centro di attrazione/irradiazione"; questo vale anche architettonicamente, perchè la chiesa-edificio non è un contenitore, ma si articola attorno al centro attrattivo-irradiativo, che è l'altare; l'architettura post-conciliare sembra invee fare dell'altare l'appendice vermiforme dell'aula.

LineadiCentro ha detto...

"l'architettura post-conciliare sembra invee fare dell'altare l'appendice vermiforme dell'aula"

sono d'accordo, o quasi, a me sembra che più che appendice sia diventato 'na scrivania del sacerdote. la riforma conciliare secondo me è stata disattesa totalmente: l'altare è il fulcro, doveva esser portato al centro o quasi dell'assemblea. quale chiesa ha avuto questo coraggio? spostarlo semplicemente dal fondo l'ha ridotto ad appendice, non la riforma conciliare in sè.

un po' di domande: quell'altare è sacro "a prescindere"? cos'è che è sacro nella chiesa? l'assemblea? l'edificio? l'altare? a me pare che definire sacro un altare (spero di non offenderti) sia qualcosa di pagano e idolatrico. non dovrebbe rimanere un simbolo, per quanto pontente, per quanto misterico ma, appunto, un semplice simbolo e far sì che sia sacro il radunarsi, il condividere e il rinnovare il sacrificio di cristo? in sintesi: cos'è 'sto centro attrattivo-irradiatore? qualcosa di architettonico o qualcosa di sacro? e una volta stabilito questo perchè non lo si può portare al centro dell'assemblea e il sacerdote si discosta diventanto anch'egli fedele tra i fedeli o quasi... io non so dicendo che l'altare dev'essere sminuito anzi, dico proprio il contrario. ma non vorrei che diventasse nemmeno un altare pagano. questa è una mia sensazione: il mettersi tutti in fila di fronte all'altare mi dà la sensazione che si adori l'altare in sè, non ciò che quell'altare simboleggia. quell'altare assume significato, secondo me, nel momento in cui ci si raduna e si rinnova il sacrificio.

robert

lycopodium ha detto...

Cristo è la ierofania suprema (Eliade), l'altare è simbolo di Cristo (altare, vittima e sacerdote).
Dal punto di vista teologico, chi si deve adorare è ovviamente Cristo, all'altare va però ogni venerazione possibile, come testimoniano le liturgie di dedicazione antiche e nuove.
Dal punto di vista rituale e architettonico, tuttavia, l'altare è simbolo forte di Cristo e niente affatto debole: è icona spaziale e fulcro celebrativo, luogo di irradiazione e luogo di convergenza.
Sta lì ed ha senso nel suo stare, non solo funzionalisticamente ma strutturalmente.
Seguendo i libri liturgici, è ad un tempo ara del sacrificio e mensa del sacro convito; ma è anche - antropologicamente parlando - la santa montagna, il luogo elevato dell'incontro tra Dio e l'uomo.
E' "il centro del mondo", però senza necessariamente essere al centro geometrico dell'edificio chiesastico.
Ha bisogno di uno spazio dedicato (santuario, bema), elevato ed eminente; sta all'aula come il Capo sta alle membra.
Il deficit architettonico post-conciliare sta proprio nel pensare che che con la Pasqua il Tempio e l'Altare siano stati solo distrutti, ma non riedificati.

Pietro Pagliardini ha detto...

Io non ho mai progettato una chiesa ed è "altamente improbabile", formula scientifica per dire impossibile, che ne progetterò una.
Ma se dovesse capitare, la prima cosa che farei è, da architetto laico, di studiare i tipi di chiesa che si sono succeduti nella storia e a quelli farei riferimento.
Poichè il 99% delle chiese è in quel modo, su quelle è cresciuta la storia della comunità religiosa, dell'architettura, della cultura umana, volere ogni volta cominciare da zero è solo vana superbia, punibile da Dio e dagli uomini.
Saluti
Pietro

Anonimo ha detto...

Caro Pietro,
le persone che non si ritengono idonee per una mansione, spesso sono quelle più capaci di dare brillanti risultati. La regola vale anche per te, che ti sei addentrato tanto a fondo, con la consueta coscienziosità, in un tema che non avevi finora affrontato. Spero proprio che divenga altamente probabile che ti venga affidata la progettazione di una chiesa.
Ciro

lycopodium ha detto...

L'augurio è anche mio, dato che - per quanto da sempre si legge in questo blog - come minimo l'edificio passerebbe per acclamazione ogni valutazione di impatto (ambientale, visivo e culturale).

Pietro Pagliardini ha detto...

Ringrazio Ciro e lycopodium. A quest'ultimo dico però che forse passerebbe le due prime valutazione d'impatto, ma la terza si scontrerebbe contro una cultura altamente impattante.
Comunque ripeto che il rischio non esiste.
Grazie
Pietro

enrico d ha detto...

Una postilla personale sull'altare. inteso come oggetto.
E' vero che la "ecclesia" è altro; è vero che il luogo in sè non è fondamentale; è vero che si può celebrare la messa in un piazzale o in un prato, ma....
nei miei ricordi di boy scout anni '60 ci sono un paio di campi estivi. Di quelli tosti; cucine, cambuse, servizi igienici, tutto costruito con le mani inestperte di noi bambini o al massimo ragazzi; sotto la supervisione di qualche quindicenne "esperto".
Ebbene, la costruzione delle strutture "laiche" che ho citato, era compito di tutti, ciascuno secondo le sue doti e le sue qualità. Ma la costruzione dell'altare era riservata ai "grandi", a quelli capaci; per garantire solidità ed efficienza aalla struttura. D'accordo, poco più di un tavolo, ma doveva essere un tavolo fatto meglio e più sicuro di quello in cui si mangiava normalmente. E la cosa era vissuta e considerata del tutto normale. Così come era vissuto come giusto e ragionevole che, mentre venivano scelti, tagliati e pareggiati decine di rami e di tronchi per le varie esigenze, un paio di scout si dedicassero alla ricerca dei due-rami-due destinati ad essere la croce che avrebbe svettato sull'intero campo per le due settimane dellla nostra permanenza.
Pre-concilio o post-concilio, il concetto di sacro è tutto qui

Anonimo ha detto...

Al di là dell'interessante e, specie per me, istruttivo dibattito sul tema della fede, la sacralità, la liturgia e quant'altro, per tornare banalmente al nodo iniziale, quale è la miglior strada alla progettazione sacra, quella delle regole (e qui basterebbe un bel bigino di qualche monsignore che dia le direttive base: lì l'altare, qui l'assemblea, questo l'orientamento, quello l'ingresso ecc., insomma lo schema-tipo) e tutti gli architetti a casa!, oppure lasciamo progettare gli architetti e magari rischiamo che venga fuori qualche Ronchamp?

Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma, il problema è la "permanenza" dell'architettura: di quante palestre, discoteche, supermercati, navicelle spaziali, ecc. cui si dà il nome di Chiese, bisogna tappezzare le nostre città per trovare una Ronchamp? Non a caso tu prendi ad esempio una Chiesa di mezzo secolo fa!!!!!
Quante Ronchamp abortite dopo l'originale?
Qualche anno fa noi architetti di Arezzo ci siamo ritrovati in tanti ai funerali di un nostro ex-Presidente in una palestra della civilissima Siena: ne siamo usciti desolati sia per l'amico scomparso che per il luogo in cui è stato celebrato il rito.
La sperimentazione in architettura ha un doppio costo: economico e di danni permanenti che non possono essere classificati tra quelli collaterali.
Ciao
Pietro

Anonimo ha detto...

D'accordo, Pietro, ma tu aggiri il problema (che probabilmente una soluzione non ce l''ha): può essere che il 'rischio' da affrontare per avere un'altra Ronchamp sia troppo elevato, ma allora, che fare? Sottoporre i candidati progettisti a test di intelligenza? ad un esame di cultura generale? Come ci si difende da una 'tappezzata' di palestre, discoteche, supermercati, navicelle spaziali, ecc.?
In questo caso escluderei categoricammente il ricorso al giudizio popolare ........

Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

In realtà, Vilma, nel mio commento di prima il giudizio popolare mi era venuto in mente. Poi ho pensato: quale "popolo"?
In prima istanza mi sembrerebbe logico che la "committenza" chiamasse la comunità parrocchiale e i credenti in genere. Tuttavia la Chiesa appartiene a tutta la comunità al pari degli altri edifici. Mi è sembrata un po' complicata la cosa e non ho detto niente.
Ma il problema, la cui soluzione non è né univoca né semplice come anche te riconosci, rimane tutta nel clima culturale generale: o si azzera il "grado zero" e si ritorna ad una architettura più modesta o c'è poco da fare.
Tra l'altro io sarei cauto nel ritenere le regole come un freno alla creatività, quella vera: le migliori opere nascono sempre come tentativo di superare regole ritenute costrittive. Se ognuno è libero di fare ciò che vuole ci può essere solo bizzarria.
E' un po' come la scuola che è governata da regole "democratiche" in cui tutti sono garantiti ma la partecipazione si sostanzia nel disinteresse generale. Se ci fosse da conquistarla vedresti quanto interesse reale ci sarebbe.
La libertà è ricerca e lotta. Quando l'hai conseguita può darsi il caso che uno non sappia cosa farne!
Insomma, senza conflitto (non armato) è difficile l'opera d'arte.
Saluti
Pietro

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