Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


1 marzo 2009

RICONOSCIBILITA' E IDENTITA'

Pietro Pagliardini

Mi sono riproposto, per molte e ovvie ragioni, di non entrare nel merito degli accadimenti urbanistici della mia città, Arezzo, e intendo mantenere fede a questo mio impegno.
Il presente post, pur scaturendo da un intervento tenuto ad un incontro pubblico tenuto ad Arezzo e su temi locali, ha, secondo me, una valenza generale e il prendere la mia città come esempio è solo un modo per dare corpo ad un ragionamento che altrimenti potrebbe apparire astratto. Per questo lo pubblico inserendo poche aggiunte scritte e immagini dei luoghi di cui parlo ma togliendo, per quanto possibile, ogni riferimento all’attualità dei problemi locali.

*****

Nel corso del convegno è stata indicata nella riconoscibilità una delle caratteristiche salienti per raggiungere l’obbiettivo della qualità urbana. Io vorrei approfondire il significato di questo termine che presenta elementi di vaghezza, fino a diventare ambiguo, se non ne definiamo i contenuti, e lo farò con alcuni esempi.

Ipotizziamo di ritrovarsi all’improvviso in una strada o piazza, poniamo di Castiglion Fiorentino. Chiunque, anche senza conoscere il luogo, anche senza vedere il paesaggio circostante, vi riconoscerebbe i caratteri di un borgo della Toscana. Stessa cosa avverrebbe nello stesso fantastico trovarsi, in una batter d’occhio, in un paese siciliano o in una città del nord Europa. Si può certo affermare che questi sono luoghi riconoscibili, anche dai non architetti. E anche senza essere architetti, chiunque può accorgersi che l’edilizia ha risentito dei diversi climi, della diversa latitudine, della diversa cultura di quei luoghi.

Ma la riconoscibilità può essere attribuita anche ad altri casi: se io mi trovassi, diciamo, al villaggio Belvedere (quartiere aretino anni ‘60) io, come qualunque cittadino di Arezzo, lo riconoscerei senz’altro, non avrei paura di perdermi. Dirò di più: un abitante del Belvedere che tornasse a casa dopo un lungo viaggio, potrebbe anche provare la piacevole sensazione di “ritrovarsi a casa”, di riconoscervi un luogo familiare, quindi ne ricaverebbe senz’altro una sensazione positiva. Ma un turista che si trovasse all’improvviso nello stesso villaggio Belvedere saprebbe dire: siamo ad Arezzo, in Toscana, siamo in Italia? Difficile, solo le targhe delle auto gli svelerebbero il segreto.

Dunque abbiamo due tipi di riconoscibilità riferite all’ambiente urbano dei due esempi: nel primo caso l’ambiente si riconosce perché ha caratteristiche dell’architettura, del tessuto urbano e spaziali che appartengono a quel luogo geografico e solo a quello, tale che tutti lo possono riconoscere, nel secondo caso, invece, a parte il paesaggio circostante, quel contesto urbano, cioè il Belvedere, potrebbe appartenere ad una città qualsiasi, del centro, del nord, del sud, ed anche alla periferia di molti stati europei, e solo chi già lo conosce lo può ri-conoscere.

Parlare di riconoscibilità è perciò parlare troppo vago perché, magari contro le intenzioni di chi la auspica, vuol dire che un luogo è certamente riconoscibile solo da chi lo conosce già, e a tutti gli altri che non lo conoscono non è possibile riconoscerlo: chi non lo conosce si sente estraneo. Quindi la riconoscibilità ha, al fondo, un significato escludente.

Riconoscibilità è un attributo necessario ma non sufficiente per la qualità di un insediamento umano. Va perciò completato con un altro attributo che lo completa e lo comprende: l’identità.

Cosa significa identità riferita ad una città, ad un quartiere, ad una strada, ad una piazza?
Significa che quella città, quel quartiere, quella strada, quella piazza appartengono a quel luogo con la sua geografia, la sua storia, la sua cultura, le sue tradizioni costruttive e solo a quello, non ad un altro luogo qualsiasi. Se un insediamento ha una identità vuol dire che gli abitanti non solo lo riconoscono come proprio ma appartengono ad esso ed esso appartiene a loro.

Identità significa, riprendendo l’esempio di prima, che un turista, uno straniero ha la possibilità di riconoscere che ci troviamo in Toscana anche risvegliandosi al villaggio Belvedere.
Tutto è ormai omogeneizzato, i negozi, la moda, la comunicazione visiva e scritta; la griffe imperversa e la noia è mortale: per quale motivo dovremmo omogeneizzare anche città diverse tra loro? L’omogeneità è certamente un valore ma all’interno dello stesso luogo, non tra luoghi diversi.

Nel corso del convegno l’ambiente è entrato con prepotenza nel dibattito e anche in maniera molto condizionante . Mi domando allora perché la bio-diversità debba essere ritenuta un valore solo se riferita alla natura e alle specie animali e vegetali e non ci si accorga di come l’uomo, che è parte integrante della natura, alla varietà e alla diversità dell’ambiente naturale in cui vive abbia sempre fatto corrispondere la varietà del suo ambiente artificiale, cioè la città.
Esiste insomma una bio-diversità naturale, cioè l’adattamento dell’insediamento umano alle condizioni geografiche del luogo, e una diversità culturale, cioè la trasmissione dei caratteri specifici della cultura di un luogo, che appartiene solo all’uomo e che fa sì che ogni area sia diversa, poco o tanto, dall’altra e che costituisce proprio la ricchezza della cultura insediativa umana.

Perché, ad esempio, il gotico, che viene ritenuto uno stile “globalizzante”, a fronte di elementi costruttivi comuni presenta architetture tanto diverse in una carrellata dal nord Europa fino a noi e persino all’interno della nostra area geografica?
Si confronti il Duomo di Arezzo con quello di Milano e si osservi che è molto più facile rilevarne la differenza che non la somiglianza sia internamente che esternamente.

La biodiversità è un processo evolutivo che ha determinato la nascita di specie diverse, ma esiste anche un processo evolutivo delle città e degli insediamenti umani che gli uomini hanno costruito e cui si sono adattati. Biodiversity in inglese significa varietà della vita e la vita dell’uomo si svolge in città.

Perché stravolgere questo processo in forma violenta e senza un motivo che non sia quello di aderire per forza ad una malintesa modernità? E’ evidente che la costruzione di città tutte eguali è un fenomeno che impoverisce perché elimina varietà e rende i cittadini estranei all’ambiente in cui vivono, toglie identità alle città ma la toglie anche ai cittadini.

Dunque l’identità urbana ha una valenza fortemente positiva ed ha un carattere preciso e determinato che non si presta a molti equivoci: è legata al luogo, ai tipi, alla morfologia, contrariamente alla riconoscibilità che ha uno angolo di apertura estremamente ampio, entro cui può trovare posto ogni cosa e il suo contrario, dal borgo antico al villaggio Belvedere.

Per questo ribadisco la proposta fatta da un collega: la qualità dei nuovi insediamenti dovrebbe essere definita in forma scritta nelle Norme di Attuazione, facendo riferimento alla identità dei luoghi e con precise regole e norme di tipo urbanistico. Non è forse la legge regionale toscana che parla di “statuto dei luoghi”? Diamo contenuto concreto a questa formula un po’ astratta.

A puro titolo di esempio, e dichiarando che io sono favorevole alla prima ipotesi, se si ritiene che l’identità sia un valore, allora si dovrà scrivere che gli edifici formeranno cortine lungo le strade, le quali strade non saranno mai a fondo chiuso, le piazze saranno collocate agli incroci delle strade principali e sempre racchiuse da edifici, non messe a caso laddove avanza un vuoto libero.

Se invece l’identità non dovesse essere ritenuto un valore allora si dovrà scrivere altro, ad esempio che l’edificio si posizionerà liberamente nel lotto, senza alcun rapporto con la strada che non sia quello puramente funzionale all’automobile, che le strade avranno fondi ciechi in modo tale che ogni insediamento sia separato dall’altro, che il tessuto connettivo della nuova città non siano più le strade ma il verde, ad esempio, con ciò configurando un ambiente che ha ben pochi caratteri della città europea, toscana e aretina in particolare.

Il “progetto” altro non è che la capacità di sapere prevedere, entro limiti ragionevoli, ciò che accadrà nella trasformazione della città.
Senza progetto non c’è previsione possibile e se queste regole non saranno scritte e predeterminate, e le regole sono parte integrante del progetto, al prossimo piano, continueremo a parlare stancamente e astrattamente di qualità e a chiederci che cosa non ha funzionato nel piano precedente.

37 commenti:

Biz ha detto...

C'è un risvolto tecnico in questo discorso.
Mantenendo il parallelo fra "bio-diversità" e diversità culturale, la industrializzazione edilizia è qualcosa di simile alla agricoltura "transgenica".
In pratica, sistemi brevettati e prefabbricati - per componenti semplicemente assemblati in opera, a secco - soppianta le culture costruttive autoctone e l'utilizzo dei materiali locali.
Ma, sono domande: esistono ancora delle culture costruttive locali?
E' possibile un loro recupero efficace, stante lo stato dell'arte, l'attenersi ai costi di produzione, la cultura progettuale che anche progettisti sensibili possono avere? (al di là di fattori di gusto della committenza, talvolta orientati in senso del tutto diverso su standard - più o meno raffinati - fondati su mezzi di comunicazione di massima nell'ambito di una globalizzazione, anche culturale?

Pietro Pagliardini ha detto...

Domanda insidiosa, Biz. Bisogna che faccia alcuni distinguo.
Io conosco abbastanza bene la mia realtà e quindi non posso che parlare con cognizione di causa che di questa.
Il sistema delle imprese è qui molto frazionato e costituito da piccole e piccolissime unità. Pensare, ad esempio, di fare qui un progetto che preveda sistemi altamente industrializzati (e mi riferisco, ad esempio, a strutture metalliche e soprattutto a tutti gli altri componenti edilizi con queste compatibili) vuol dire sapere già di rivolgersi a ditte esterne alle nostre realtà. Posso dire che già il montaggio di una facciata ventilata, ad esempio, richiede l'intervento dall'esterno.
Ma ormai credo che avvenga così ovunque, data l'alta specializzazione di determinati componenti.
Viceversa una costruzione tradizionale, pur nella difficoltà di trovare ancora mano d'opera altamente specializzata, è alla portata praticamente di tutte le aziende esistenti (con risultati diversi, ovvio).
Quindi, nella mia realtà aretina, ma credo anche nella stragrande parte della Toscana, l'edilizia tradizionale autoctona, come dici te, è certamente quella più diffusa, facilmente eseguibile e direi prediletta dalle aziende edìli.
Tieni conto che da noi ristrutturazione e restauro sono estremamente diffusi, sia per la presenza dei centri storici che per le case in zona agricola, che ultimamente è forse la fonte di lavoro più diffuso grazie alle numerosissime aziende più o meno agri-turistiche.
Inoltre direi che ormai la specializzazione ed anche le condizioni del mercato del lavoro sono tali che il lavoro è frazionato in molti subappalti e poche ditte, se non nessuna, ha in sè l'intero ciclo produttivo, se non come organizzatrice e coordinatrice del lavoro altrui.
Per questo, se c'è da fare un complesso tradizionale, le categorie di lavoro principali saranno le strutture in c.a. e quelle delle partizione esterne e interne, e queste categorie si trovano in zona, se c'è da fare un lavoro più industrializzato, più "moderno", queste opere saranno svolte da ditte di fuori (in genere vedo che vengono da Bolzano come testa di ponte della Germania) anche se l'appaltatore può rimanere del posto.
Scusa i dettagli un pò noiosi ma la tua domanda lo richiedeva.
Saluti
Pietro

Biz ha detto...

Si, ma infatti.
A me pare che noi dovremmo analizzare questa situazione del rapporto "tecnica-luogo" in modo effettivamente specifico.
Ad esempio: l'uso del telaio in c.a., per quanto realizzabile a livello locale, nondimeno fa riferimento ad un modo di costruire che non ha a che fare con la tradizione costruttiva: perchè poi gli faccio i tamponamenti, casini vari, ecc. Vien detto "semi-tradizionale", ma scelto quello, tutto diviene a quel punto abbastanza arbitrario sul piano costruttivo: anche, e forse di più, cercare d'apparire tradizionale.
Telaio in c.a. non opportuno, in realtà, per case unifamiliari o comunque basse: però le volte, o una apparecchiatura muraria tradizionale sarebbero troppo care; ed allora sono comunque costretto - salvo che il cliente sia un ricco amatore della tradizione - a lavorare su ibridi tecnici: solaio in c.a. con muri portanti (ma questi in multistrato o blocchi ... con blocchi se voglio fare mattoni in esterno mi trovo a fare in sostanza un rivestimento che mima magari un muro a più teste ... però non me la sento tanto, ad es.).
Oppure solai misti con legno in luogo del solaio in c.a. (il solaio tradizionale in legno in genere non lo vuole nessuno, hanno paura di dover pulire troppo al piano di sotto, e poi alla fine costa troppo)

Negli interventi in strutture di una certa dimensione, manco a parlarne ... sei quasi costretto a lavorare con costruzione quasi totalmente a secco con componenti industrializzati.
C'è poi il rapporto con le nuove normative, che favoriscono gli elementi industrializzati, omologati e certificati, piuttosto che la cosa artigianale ed il "fai da te".

Vero è che le nuove costruzioni sono - dovrebbero essere - sempre meno in Italia, e sempre più lavorare nel costruito.
Ma comunque la questione della tecnica costruttiva - salvo nei casi di vero e proprio restauro - si pone comunque.
Ed è il punto in cui, a mio parere, il discorso architettonico tradizionalista mostra le maggiori difficoltà.

Pietro Pagliardini ha detto...

Caro Biz, non so a Torino, ma qui e in tutta la Toscana c'è la sismica per cui la muratura tradizionale può andare bene per una casetta di due piani al massimo e isolata.
Per il resto senza c.a. non si procede.
L'uso terribile del prefabbricato pesante in c.a.p., tecnica esclusivamente italiana, fino ad un pò di tempo fa limitata al settore industriale e sempre con risultati scadenti oggi purtroppo si sta estendendo a fabbricati civili (direzionale o commerciale) con risultati ancora più terribili che costringono poi a fare artifici pazzeschi per mascherare i ributtanti pannelli prefabbricati.
A me che vivo in una zona di produttori di prefabbricati questi prodotti fanno rimpiangere, e di molto, la leggerezza, la precisione, la tecnica che c'è, appena varcate le Alpi, nell'uso del ferro per l'edilizia industriale. E se lo dico io!!!!!
Non credo sia più possibile conciliare il sistema costruttivo con la forma architettonica, se non in casi limitati. O meglio, per trovare un pò di coerenza bisognerebbe abbandonare, o almeno farne un suo minore, certe tipologie e tornare a case più basse conservando l'alta densità.
Le normative, purtroppo, decidono la forma dell'abitare.
Ma, da questa considerazione, non ne esce bene quasi nessuna architettura contemporanea di quella da riviste, visto che sono strutturalmente improbabili ed energeticamente impossibili, qualunque stupidaggine ci voglia far credere la propaganda.
Per cui non mi scandalizza affatto che si allenti il rapporto tra struttura edilizia e forma.
Figuriamoci che ora, con questa storia della certificazione energetica la cultura alto-atesina ci vuole imporre le case di legno!!!!
Ma le facciano nelle Alpi che vanno benissimo non nelle colline toscane o nella pianura padana!!!!
Saluti
Pietro

Anonimo ha detto...

A giudicare dalle perplessità che vengono fuori dal colloquio tra Biz e Pietro, pare che il discorso sulla tecnica, o la tecnologia, e le tradizioni costruttive dei luoghi sia assai più complesso di come si potrebbe pensare.
c.a. sì. c,a, no, murature portanti sì, murature portanti no, edifici alti, edifici bassi, antisismici sì, antisismici no, norme ammazza-progetto, prefabbricati, consumi energetici ….., tutto confluisce in un indistinto marasma dove i distinguo sono talmente tanti che vanificano ogni pretesa di omogeneizzazione e conformità, sia dei sistemi costruttivi che dell’aspetto morfologico degli agglomerati urbani che, in definitiva, della tipicità dei luoghi. La bio-diversità naturale è, insomma, molto, ma molto difficilmente replicabile in diversità culturale, la quale è un valore in continuo aggiornamento per l’evoluzione, oggi molto rapida, della cultura, appunto.
A questo punto mi sembrerebbe giusto innescare una riflessione seria e ampia sul concetto di identità, tema portante del post. Vediamo che ha il coraggio di farlo.
Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma è capace con uno dei suoi dubbi di fermare un esercito in battaglia. Rispondere alla sua, a dir poco, insidiosa domanda ha richiesto tempo e non solo perché tra le altre cose c’è anche il lavoro da svolgere.
E il bello è che le abbiamo offerto il boccino sia io che Biz, della serie facciamoci del male.
Ci provo.
Penso che il modo migliore sia quello di fare un ragionamento per assurdo. Ipotizzo cioè che abbia completamente ragione Vilma nel dire che la tecnologia che avanza, la tecno-scienza direbbe E. Severino, spinga l’industria delle costruzioni fino ai suoi limiti estremi nel processo d’industrializzazione e di razionalizzazione delle risorse economiche.
Le forme perdono ogni significato e valenza per sé stesse; tutto è sacrificato alla produzione di edifici da costruire velocemente e a basso costo. I requisiti richiesti sono, previa accurata preparazione di campagna mediatica di vasto respiro e di livello globale, cioè planetario, con i mezzi ormai ben noti e lanciati su vasta scala da quella parte del mondo ambientalista più sensibile, diciamo così, al business, cioè inoculazione di una buona dose di paura millenaristica su una prossima morte del pianeta, altrimenti detta fine del mondo , la mitica “qualità” edilizia intesa come risparmio energetico,scarso consumo di suolo, isolamento acustico, confort ambientale, domotica, liberazione di vaste aree di territorio a verde, il tutto magari condito e insaporito sinergicamente di una teoria politica basata su una forma di democrazia diretta ottenuta mediante l’uso della telematica ed ecco il risultato che esce fuori: una bella sfera.
Attenzione, perché c’è una logica rispondenza ai requisiti richiesti in questa soluzione:
prendiamo un diametro di 250 metri; il volume corrispondente è pari a mc 6.132.812.
Questo volume corrisponde ad un grattacielo a base quadrata di 90 metri ed alto circa 750 metri.
Ora è evidente che la sfera è la forma perfetta perché a parità di volume consente:
ottimizzazione nell’occupazione del suolo;
minima resistenza al vento;
rapporto volume/forma ottimale per il risparmio energetico;
distribuzione delle forze ottimale in caso di sima;
perfetto equilibrio tra la dimensione orizzontale e quella verticale, la sfera è cioè la sintesi di edifici orizzontali che occupano molto suolo ed edifici verticali che richiedono grande dispendio energetico per il movimento, per cui è possibile salire e scendere anche a piedi con rampe a spirale che diluiscono la fatica in una passeggiata panoramica; i movimenti verticali e orizzontali sono perciò ottimizzati.
Ecco trovata la soluzione. A questo punto è evidente perciò che non esiste più alcuna relazione con i luoghi se non nel senso che questi sono solo oggetto passivo di panorama da godere visivamente e quindi possono rimanere incontaminati. La natura, salvo la parte destinata all’agricoltura, potrebbe riprendere il sopravvento ed essere lasciata al suo selvaggio sviluppo “naturale”, come peraltro auspicano alcuni ambientalisti. Dove siano collocati i luoghi della produzione non saprei ma immagino su una sfera ad essi deputata. Immagino che la distanza tra una sfera e l’altra possa essere valutata in base alle varie latitudini per consentire una ottimale insolazione. Immagino che mediamente potrebbe esser di circa 3-400 metri quindi una sfera-fabbrica posta la centro di 5 o 6 sfere-residenza-consumo-svago-cultura ecc. potrebbe soddisfare le esigenze di un notevole numero di abitanti che con pochi metri a piedi, quindi senza uso di auto, potrebbero recarsi al lavoro. E potrei continuare a lungo se ne avessi voglia.
Ecco risolto il problema di un mondo in cui la produzione guidata dalla razionalità risolve, anzi elimina, il problema del rispetto delle tradizioni locali in nome del progresso scientifico e tecnologico. Niente più relazione tra cultura e natura, niente scambio ma solo contemplazione. Una nuova cultura urbana si affermerebbe in cui non contano più la geografia, i materiali del luogo, la storia stessa sarebbe relegata nei musei, posti dentro le sfere ovviamente, o consultabile nei computer e chissà, persino sui libri. Niente più “stili” ovviamente ma l’unica forma possibile sarebbe quella determinata sempre e comunque dalla massima razionalità in funzione dei requisiti richiesti. In fondo sarebbe la fine dell’architettura ed anche della ricerca. Gli architetti finalmente potranno cambiare mestiere smettendo così di lamentarsi lasciando le costruzioni alla scienza e all’ingegneria sociale.
Ah, quasi dimenticavo l’identità! Beh, è evidente che identità sarebbe garantita: tutte le sfere infatti sono identiche.
Notare che l’aggettivo che più spesso ricorre nel caso della sfera è: ottimale.
L’incubo è servito, proprio come una ciliegina sulla torta.
Sono stato colto da improvvisa follia forse? Niente affatto, ho solo romanzato una proposta non mia che gira su autorevoli quotidiani nazionali.

Non so se ho dato risposta al dubbio di Vilma ma so di essermi divertito a giocare sporco e di aver tirato un colpo basso.
D'altronde le dimostrazioni per assurdo non si chiamano mica per assurdo a caso!
Magari riflettendo con calma, più avanti, proverò a dare una risposta in positivo.

Saluti
Pietro

amate l'architettura ha detto...

L'identità è un falso problema, niente di più vero è la frase di del Presidente Francese Sarkozy, aproposito della Carré d'Art di Nimes: " Un fiume è fedele alla propria identità quando va verso il mare e non se ritorna alla sorgente".
Finiamola con questi discorsi stupidi contro la modernità a favore della tradizione, l'Architettura deve corrispondere al tempo in cui viene progettata, un bravo architetto dovrebbe avere tre qualità: cultura, sensibilità e intelligenza, tutto il resto sono discorsi inutili.

Pietro Pagliardini ha detto...

La frase di Sarkozy è bella e suggestiva ma il fiume viene alimentato dalla sorgente e senza quegli apporti si seccherebbe e non andrebbe in nessun posto.
Se vogliamo giocare a citazioni ti segnalo questa di Chesterton:
"La tradizione non significa che i vivi sono morti ma che i morti sono vivi".
Ho paura che ne potremmo trovare tante io e altrettante te. Ma il problema resterebbe identico a sè stesso e non farebbe un passo avanti.
Quanto al fatto che gli architetti "dovrebbero" (l'hai usato te il condizionale) avere le tre qualità di cultura, sensibilità e intelligenza è talmente ovvio che è impossibile non condividerla. Però queste qualità, che sono individuali, costituiscono una pre-condizione necessaria. Poichè è statisticamente e oggettivamente impossibile che ciò sempre avvenga, ci vogliono regole se non a prova di stupido almeno che possano indirizzare verso un risultato accettabile.
E qui il discorso ricomincia e il tema dell'identità resta irrisolto esattamente come prima.

Saluti
Pietro

Anonimo ha detto...

Oddio, se è vero che ‘El sueño de la razón produce monstruos’, è anche vero che il sonno del buon senso genera la sfera (di Mozzoni), hai risvegliato un incubo che è meglio lasciare sopito.

Sono partita dalla tipicità dei luoghi per arrivare al discorso sull’identità, vero punto focale di tutto il disquisire.
Sai quanto me, Pietro, che tra i punti fermi oggi in crisi, di una cultura umanistica che pareva consolidata nelle sue linee essenziali secondo un percorso univoco c’è quello di identità, il che ha portato alla rapida obsolescenza di molte teorie, una per tutti quella dei non luoghi di Augé, necessitante oggi di una radicale revisione.
L’identità è un concetto che persino la moderna antropologia ha rivisto criticamente, leggendo l’idea di ‘etnia’ come pretesto per rivendicazioni in realtà generiche (il territorio o le fonti di risorse, per ragioni di pura sopravvivenza) contro i non appartenenti, gli ‘altri’, gli estranei che facilmente diventano nemici e che, proprio grazie alla loro alterità, contribuiscono ad alimentare la coscienza dell’identità.
Oggi, per ragioni di convenienza, per contrastare lo strapotere economico di altri paesi, si cerca di costruire una identità europea sopranazionale, un tipico ‘contested concept’ che non ha riscontro ‘in natura’, ma che serve a difendere interessi che nulla hanno a che fare con supposte radici etniche e che forse per le prossime generazioni avrà un senso.
Ti faccio un esempio banale: tu, nato e vissuto ad Arezzo, poni la tua appartenenza, la tua identità, giustamente connessa alla riconoscibilità del posto, in quel contesto sociale ed in quei luoghi dei quali riconosci come tipici il paesaggio, l’agglomerato urbano, i colori del cotto, gli odori dei cipressi, il modo di edificare ecc. Io sono nata a Genova, quando ci ritorno cerco quegli stessi segni, lì per la verità difficilmente rintracciabili perché, a differenza di Arezzo, la città è assai mutata, gli abitanti sono altri, la riconoscibilità è problematica anche per me che ci sono nata, e quando torno a Milano, dove ho casa, lavoro, affetti, relazioni, cerco le stesse rassicurazioni nell’appartenenza ad un’altra città. E allora, quel’è il posto al quale appartengo, quello dove sono nata o quello in cui vivo? L’appartenenza è per sempre? E’ un imprinting inalienabile? E’ un diritto acquisito per nascita, come la nobiltà, come il codice fiscale? E’ un dato anagrafico? O è anche lei ‘liquida’, per usare un termine abusato, è “un grappolo di problemi piuttosto che una questione unica ……. qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come il traguardo di uno sforzo, un “obiettivo”, qualcosa che è ancora necessario costruire da zero o selezionare tra offerte alternative, qualcosa per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora” ?
Dici “se si ritiene che l’identità sia un valore, allora si dovrà scrivere che gli edifici formeranno cortine lungo le strade, le quali strade non saranno mai a fondo chiuso, le piazze saranno collocate agli incroci …..” .
E’ obbligatorio riconoscersi in queste direttive? Sono loro che possono continuare ad assicurare che le nuove generazioni di aretini continueranno ad avere una identità? E se studieranno in Spagna o in Austria col programma Erasmus, lavoreranno all’estero, metteranno su famiglia in qualche parte del mondo, dove collocheranno la loro appartenenza?
Ma, tu dici, almeno l’ambiente non verrà snaturato e stravolto, Arezzo resterà Arezzo. Per chi?

Vilma

Biz ha detto...

Provo a inoltrarmi sul discorso, anche in considerazione delle osservazioni di Vilma, su un piano operativo concreto. E cercando di richiudere la "voragine" che ho contribuito ad aprire

Dunque: prendiamo il tetto, ad es.
Uno degli elementi che fondano la "riconoscibilità" è questo.
Il tetto a falde, nel corso degli anni, è stato riconosciuto dalla pratica costruttiva come il migliore sul piano tecnico in tutta Italia (con buona pace di LC ... e non si creda che non sia così anche in meridione d'Italia, salvo eccezioni localizzate).
Ma l'inclinazione, ad esempio, è diversa da regione a regione: per ragioni tecniche precisissime ... pendenza ottimale rispetto alle precipitazioni locali.
Così, se in Piemonte, nella tradizione è il caratteristico quarto della larghezza edificio (che corrisponde a circa 27°), in Toscana è meno, e in Val d'Aosta di più.
E' così impossibile, vergognoso, antimoderno, irrazionale, chiedere che se ne tenga conto, e che non si facciano, ad es. in Piemonte, tetti a 30° perchè erano lo "scatto del goniometro del tecnigrafo", o del "polar" dell'Autocad? (domanda retorica :-)

E così via, sui materiali e sulle parti della costruizione (sto per ora parlando solo del costruito diffuso, del cosiddetto "tessuto urbano").
E non solo: "muratorianamente", estenderei il discorso ai tipi edilizi.

Invece, come mi giro, vedo nuove costruzioni con soluzioni, in ogni parte, oscene, non relazionate alla tradizione costruttiva, sbagliate anche sul piano funzionale.

Attenzione: la "tradizione" costruttiva non è tanto un fatto "estetico", decorativo ... sono soluzioni tecniche che secoli di esperienza hanno dimostrato ottimali quanto a risoluzione di problemi costruttivi ed abitativi molto concreti!

Quindi: se evidentemente non possiamo ancora costruire come i nostri nonni, però possiamo costruire tenendo in giusto conto (ossia con grande attenzione e consapevolezza) le soluzioni che adottavano ..e non, presuntuosamente, pensare di portare il nuovo verbo della "tennica", che magari si sfascia dopo pochi anni, che non funziona, ecc. ecc.

Anonimo ha detto...

Biz, a parte il fatto che non vedo perché i nostri nonni debbano essere stati migliori di noi nell'adottare soluzioni, io, forse andando fuori tema, mi son chiesta perché queste soluzioni debbano essere responsabili dell'identità di nipoti diversissimi da loro.
Intendevo, insomma, riflettere su come regole e norme urbanistiche, statuti dei luoghi, case a cortina e tetti con determinate pendenze possano divenire sinonimo di identità.

ciao
Vilma

Biz ha detto...

Per Vilma
Riguardo al "non vedo perchè", a parte il fatto che non mi sembra di aver detto che i nonni sono migliori di noi, io invece vedrei anche il perchè: ad esempio, perchè il mestiere imparato in bottega da età di scuola superiore era probabilmente molto più ricco di un insegnamento di 5 anni nelle nostre scalcagnate università, dove, credimi, spesso si insegna solo ad essere presuntuosi e velleitari; perchè la pratica professionale, oggi, è composta per larga parte di burocrazia e ben poco da arte. Tanto per dirne un paio.

Riguardo al tuo interrogativo secondo.
Il punto è che la pioggia e la neve, c'era in passato e c'è anche adesso. Le esigenze abitative, più o meno, sono le stesse.
Quindi, ad es. per le case d'abitazione, proporre un tetto piano in Piemonte, è una fesseria, anche se viene più "moderno".
Non erano "migliori" i nonni, ma l'esperienza e il sapere accumulato sono importanti.

Tu, come ritieni una persona che non ha mai letto i classici, che ha solo letto solo riviste e giornali, e pretende di fare letteratura infischiandosene totalmente, anzi, disprezzando la letteratura del passato?
Quantomeno un velleitario.
Così è per l'architettura: ignorare la cultura architettonica del passato è ignoranza, non modernità.
A meno di arrendersi alla modernità del "Grande Fratello".

Pietro Pagliardini ha detto...

La mancanza di tempo mi ha fatto restare indietro in questa lunga discussione sull’identità. Cercherò di recuperare, sapendo che il tema è difficile e soprattutto è difficilissimo dare risposte chiare alle domande di Vilma. Il tema vale un approfondimento ma ora c’è il tempo solo per pochi flash.

L’identità è il vero problema, non c’è alcun dubbio. Se ho capito bene, Vilma, da curiosa osservatrice della società, pone due problemi:
1) quello dell’identità “negativa”, quella che esclude, quella che può spingersi fino ai livelli parossistici della pulizia etnica, ed è un problema reale di cui abbiamo avuto esempi recenti a due passi da noi, nei luoghi dove poco tempo prima molti italiani andavano a prendere il sole d’estate;
2) quello di una società che muta nel tempo, che ha fatto della mobilità sociale, e anche di una certa precarietà, uno dei suoi dati caratteristici, per cui una persona nasce a Genova, vive e lavora a Milano, durante l’anno ha magari la possibilità di trascorrere due mesi a Londra, per lavoro trascorre lunghi periodi di tempo a Parigi e, in ognuno di questi luoghi si trova bene, a proprio agio, tranne che nella città di origine che non riconosce più, perché la città è cambiata, perché gli abitanti sono cambiati, perché la persona stessa è cambiata. E Vilma si domanda: cos’è dunque l’identità di una città?
Comincio dal primo:
Superfluo dire che l’identità “negativa” è da condannare ma da qui ad attribuire all’identità tout court una valenza negativa ne corre. La religione, ad esempio, rappresenta un’identità forte che, in determinate circostanze, può diventare fanatismo e trasformarsi in strumento di morte ma, nel caso del cristianesimo, ad esempio, come non osservare il divario che passa tra gli aspetti positivi, che sono alla radice dell’occidente e della nascita dell’individuo e del valore della persona e della sua vita e le deviazioni che pure vi sono state? Ma questo vale per qualunque campo della vita sociale. La politica ad esempio che è fortemente identitaria: il fatto che abbia generato mostri nel secolo scorso non è certo un motivo per dire basta con la politica stessa
Certo le identità forti corrono sempre il rischio di trasformarsi e degenerare in qualcosa d’altro ma anche l’illuminismo, da esaltazione della razionalità, ha generato e genera mostri.
Il secondo:
Potrei dire, come sottende il ragionamento di Biz con ragione, che la terra non è fatta solo di metropoli che vivono al ritmo dei media e in cui la vita si sviluppa a ritmi vertiginosi in cui non c’è tempo e voglia di soffermarsi su problemi che appartengono al passato, ma prevalentemente di centri medio-piccoli, per quello che riguarda il mondo occidentale, e di ancor più diverse aggregazioni umane in decine di paesi fuori dal circuito dei media, che hanno una loro autenticità perché costituite comunque da uomini che hanno la loro cultura identitaria che non può essere mortificata con la forza e per i quali l’inclinazione del tetto o la presenza di un tetto piano piuttosto che inclinato non è affatto un problema stilistico ma il simbolo stesso del loro riconoscersi parte di una comunità; potrei dirlo ma non lo dico perché so che Vilma vuole risolvere il problema più difficile, risolto il quale tutti gli altri diventano più facili.
Una definizione di identità che ho tratto da Wikipedia (la cultura ad uso degli ignoranti frettolosi come me) dice:
“In sociologia, nelle scienze etno-antropologiche e nelle altre scienze sociali il concetto di identità riguarda, per un verso, il modo in cui l’individuo considera e costruisce sé stesso come membro di determinati gruppi sociali: nazione, classe sociale, livello culturale, etnia, genere, professione e così via; e, per l’altro, il modo in cui le norme di questi gruppi consentono a ciascun individuo di pensarsi, muoversi, collocarsi e relazionarsi rispetto a sé stesso, agli altri, al gruppo a cui afferisce ed ai gruppi esterni intesi, percepiti e classificati come alterità.”
Dunque l’identità permette all’uomo di riconoscersi, di mostrare agli altri una rappresentazione positiva di sé stesso come facente parte di un gruppo. E permette, allo stesso tempo, di distinguersi dagli altri di dire cioè: io appartengo a questo gruppo, famiglia, partito, nazione, religione, etnia, ho una storia alle mie spalle, ho radici profonde in qualcosa e sono diverso da te che appartieni ad un altro gruppo.
A questo punto avviene però la discriminante: io sono diverso da te e non voglio stare insieme a te oppure io e te siamo diversi come gruppo, e anche come individui, ma entrambe apparteniamo al superiore gruppo umano, dunque ciò che ci unisce è più di ciò che ci divide. Abbiamo abitudini diverse, ma questa è la nostra ricchezza (dopo esistono problemi di integrazione ma questo è un altro discorso). Riconoscersi diversi è una presa d’atto della realtà; lo sbaglio è fingere di essere uguali. Qui in Toscana ci sentiamo diversi da un quartiere all’altro della stessa città, figuriamoci tra due nazioni diverse! Pisa e Livorno: trenta chilometri di distanza eppure un tradizionale contrasto.
Quando io torno nella mia città, Genova, dice Vilma, non la riconosco più perché ha perso (domandiamoci il perché) la sua identità ed è diventata un’altra cosa. Preferisco in fondo Milano in cui ho lavoro, affetti, relazioni. Dunque anche Vilma trova una sua identità nel lavoro, nella famiglia, nelle amicizie ma si domanda: a quale posto appartengo se quello della mia origine non lo riconosco più e in quello in cui vivo non mi è mai riuscito a trovarlo? La domanda la faccio io adesso: ma sono le città che devono seguire gli stati d’animo di ognuno di noi oppure dobbiamo essere noi ad adattarci allo spirito del luogo di ciascuna città? Ogni città ha, e deve avere, un suo sapore diverso dall’altra perché ogni città è nata in un luogo specifico, si è formata in un determinato modo, con leggi che, pur in presenza di certe invarianti, differiscono profondamente per storia, tradizioni, geografia, economia e quant’altro. Nei due mesi che il nostro ideale cittadino del mondo trascorre a Londra è felice anche perché Londra è diversa da …… e quando va a Parigi ne è affascinato per certe caratteristiche che sono diverse da…… Se si trovasse in città tutte uguali a sé stesse sarebbe sempre solo perché il suo girovagare sarebbe solo un incontrare estranei.

Dunque chi viaggia molto ha piacere di trovare città diverse, chi è più stanziale ha piacere che la sua città cambi il meno possibile. Le due condizioni coincidono perfettamente e significano la stessa cosa: ogni città ha bisogno della sua identità specifica.

Credo sia una condizione necessaria al benessere psicologico dell’uomo. La condizione di apolide non si adatta all’uomo, salvo casi singolari che ne costituiscono l’eccezione.
Io ricordo sempre, a costo di sembrare nostalgico e non me ne vergogno affatto, che quando ero ragazzo e andavo spesso o dai miei zii di Firenze (a un tiro di schioppo da Arezzo) e di Genova (poco più che un tiro di schioppo) al ritorno in treno mi commuovevo all’apparire della sagoma di Arezzo con al culmine quel buffo campanile a lapis appuntito, perché arrivavo a casa. Certo, anche il passare accanto agli stabilimenti industriali della Lebole, poco prima dell’ingresso in stazione, che non avevano niente di particolarmente bello o affascinante, mi faceva sentire a casa ma tutto questo per dire che il valore dell’appartenenza ad un luogo è fondamentale.
Come preservare l’identità? Anche con i tetti che abbiano la pendenza giusta, anche con le finestre che abbiano i giusti rapporti altezza/larghezza, anche con i materiali di facciata che non siano dissonanti da quelli più diffusi. Questo almeno per il grosso dell’edilizia di base, quella che costituisce la struttura della città. Ecchissenefrega se gli architetti devono sfogare con i clienti le frustrazioni che impongono loro di sentirsi creativi e artisti; sono problemi loro, una minoranza, che vuole imporre la sua insoddisfazione alla maggioranza. Si diano alla pittura della domenica e provino a vedere quanti sono i creativi di successo. Per certo farebbero meno danni.
Saluti
Pietro

Master ha detto...

L'architettura è arte e tecnica unite insieme. Si può discutere se sia o debba essere più arte o più tecnica ma comenque sia arte che tecnica si sono sempre evolute nel corso della storia dell'uomo, giustamente e in molti casi necessariamente, perchè si è evoluta la società umana (la consapevolezza e la sensibilità nell'evolvere la parte artistica, le conoscenze scientifiche e la ricerca per sperimentare nuove e più efficienti tecnologie). Daltronde tutti i capolavori artistici e tutte le più importanti invenzioni tecniche sono state la conseguenza di questa evoluzione. Questa è una verità, mi sembra, e non potremmo neanche scrivere questi blog se non ci fosse stata una evoluzione tecnologica.
Quindi, alla luce di questo, perchè l'architettura dovrebbe, invece di evolversi, tornare indietro e scegliere materiali, forme e tecnologie vecchie di secoli? Fermo restando che molte Archistar creano appariscenti "sculture architettoniche" prive spesso di una funzione e fini a se stesse (ma è giusto dire che sono un infinitesimo delle opere architettoniche create oggi nel mondo), chi può seriamente pensare che la risposta sia fermarsi alla tecnica e alla forma dell'architettura del passato? I tetti a falda erano concepiti per ridurre al minimo i carichi sulla struttura ma oggi, con l'evoluzione della tecnica e dei materiali ha permesso di liberare i tetti dalla schiavitù della loro forma (e ha permesso quindi di scegliere le forme più appropriate anche a utilizzi molteplici, non è solo un fatto estetico). Vuoi il tetto a falde, lo fai a falde; vuoi un lastrico solare, benissimo, lo puoi fare! E se su quel tetto a falde invece delle solite tegole tradizionali ci mettiamo le tegole fotovoltaiche ... inorridiamo? Perchè i nostri nonni non lo avrebbero mai fatto?
Insomma, qualche secolo fa i materiali tradizionali erano il legno e la paglia per i tetti ma poi qualcuno ha pensato di evolvere il concetto e oggi abitiamo in case molto più confortevoli. Tra 100 anni sono sicuro che qualcuno disprezzerà le opere architettoniche di quel tempo perchè non sono più legate alla tradizione e agli autori classici (ai nonni di allora) quali Foster, Piano ecc...
Se non si osserva l'architettura nella sua storia globale non si comprenderà mai quanto importante sia stata nei secoli l'evoluzione di forme e tecnologie. Pensare di essere giunti alla perfezione e smettere di evolversi è la fine di ogni cosa.

Master ha detto...

Volevo anche fare i complimenti ad "amate l'architettura" per l'interessante sito. Credo che nel nostro mondo sia indispensabile avere un atteggiamento produttivo come quello espresso nel manifesto del sito e che approvo in pieno.

Biz ha detto...

x Master.
Non si voleva, ovviamente, dire che bisogna costruire come 100 anni fa. La questione si solleva appunto per questo: poichè i limiti tecnici del passato imponevano certe soluzioni razionali ed economiche (che implicavano anche un basso trasporto di materiali e persone, quindi per forza di cose un rapporto strettissimo con il territorio locale, quindi una forte identità locale delle costruizioni),
un approccio "globalizzante" e riferito a tecniche e modi non locali (con costi e consumo d'energia complessiva enormemente più alti che in passato) implica una uniformità, una eliminazione delle diversità locali, che tutto sommato non è cosa molto bella, e riduce la diversità culturale, un valore non minore della "bio diversità", che invece è un valore acclarato (benchè probabilmente disatteso).

Chiaro il punto? Qui non si sostiene che bisogna costruire come 100 anni fa, ci si pone tale problema.
Oggi, si può "fare tutto", certo.
Ma con quali conseguenze? Con quali costi, con quale consumo di energia? Con quali sacrifici per una reale qualità abitativa?

Capisci? E' un tema di diverso spessore che dire "sono tradizionalista" o "sono per il progresso". Questa dicotomia è una banalizzazione inaccettabile, ed imposta culturalmente per favorire, guarda caso, certi soggetti, a sfavore di altri, della gran parte delle persone, che devono subire un approccio puramente economicista alla questione dell'abitare.

Master ha detto...

L'identità locale e culturale di una regione o di un territorio è molto importante ma legarla all'aspetto di una città o all'architettura di un luogo mi sembra un'astrazione. L'identità sociale è molto più forte di un insieme di edifici che nel tempo necessariamentre muteranno. Ci sono grandi capitali europee come Londra, Berlino, Bruxelles ecc... che sono cambiate parecchio nell'ultimo secolo ma l'identità sociale e culturale degli abitanti non si è persa, anzi si è evoluta e si è rafforzata.
Nell'800 c'era una bella città dai caratteri medioevali con molte architetture gotiche in cui viveva una società con una precisa identità sociale e culturale. Il forte inurbamento e la crescita che seguirono resero necessari molti "sventramenti del fitto e intricato tessuto urbano medioevale per creare ampi viali e piazze dal carattere architettonico neoclassico tipico di quel periodo (e non più gotico quindi) e adeguarsi così alle nuove necessità di una società nuova che si era andata creando. L'identità sociale di quella città si era così evoluta adattandosi a nuove esigenze. Questa è la storia di Parigi che ha saputo evolversi (anche negli ultimi decenni con la Defense) ed è così diventata una splendida città contemporanea. Stessa cosa per Londra, Berlino ecc...
Se costruiamo un nuovo quartiere dobbiamo mantenere materiali, stili architettonici e forme di edifici costruiti il secolo scorso? E lo dobbiamo fare per i turisti?
La riconoscibilità di un luogo (per turisti e non) è un concetto legato ad un preciso periodo storico perchè i luoghi cambiano (e la storia ad insegnarcelo) anche radicalmente. Chi visita la Toscana alla ricerca di borghi rinascimentali incontaminati è uno sparuto gruppo di turisti se confrontato con i milioni che visitano Londra o New York. Il tema della riconoscibilità da parte del turista mi sembra quindi una argomentazione molto debole. Molto più importante far evolvere le nostre città per adattarle ai tempi che cambiano e alle nuove esigenze della società contemporanea.
La biodiversità sta nelle persone, non negli edifici.

Pietro Pagliardini ha detto...

Caro Master mi dispiace dirtelo ma una sciocchezza colossale l'hai detta: la Toscana non ha quattro turisti che la visitano, la Toscana è il logo più conosciuto al mondo dopo la Coca Cola. Hai presente Firenze? Hai presente Pisa? Hai presente Siena? Hai presente il Chianti? Hai presente l'Argentario, La Versilia, Il Giglio, l'Elba, ecc.? Se all'estero dici Italia dici Toscana.
Il paesaggio e le città sono per la Toscana una miniera d'oro, anzi un giacimento di petrolio. La Toscana, ma direi l'Italia intera, non ha bisogno dell'effetto Bilbao, ha bisogno di valorizzare al massimo e al meglio quel patrimonio immenso che i nostri avi ci hanno lasciato in eredità e del quale non siamo probabilmente degni.
Mi permetto poi di osservare che Londra non è che abbia conservato questa sua identità sociale se esiste il Londonistan ed esistono enclave ove vige, di fatto, se non di diritto, la legge coranica.
La realtà è molto più complessa di come la raccontiamo noi. Infatti qui si parla di conservare più possibile l'identità dei luoghi cosa assai più facile che non l'identità sociale, ove intervengono fattori diversi e ben più complessi che sfuggono (per fortuna io dico) al controllo degli architetti.

Saluti
Pietro

Biz ha detto...

Bella discussione. Un paio di sporadiche osservazioni per Master.
Che l'identità culturale non abbia a che fare con i luoghi, francamente mi pare del tutto al di fuori di ogni evidenza e buon senso.
Che sarebbe Londra senza i suoi tipici "squares", senza i suoi monumenti, i suoi famosi parchi, ecc?
Per i londinesi intendo, non solo per i turisti.
Che sarebbe Roma senza la sua architettura storica? Per i romani, intendo?
Potrebbero sentirsi romani fondandosi su Corviale o Spinaceto?

E' stato posta la questione del "regionalismo" in architettura fin dagli anni '50, e sono stati proprio gli inglesi a porlo con grande forza.
Non vedo nessun motivo razionale per ragionare ancora come Le Corbu negli anni '20, o i futuristi 100 anni fa ... come se niente fosse successo dopo, come se tanti esperimenti falliti fossero passati invano.
Questo si che è un atteggiamento regressivo ...

Master ha detto...

In realtà l'evidenza mostra che l'identità culturale e sociale si evolve nel tempo con l'evolversi della società. I luoghi dovrebbero evolversi anche loro, mutare e trasformarsi per adattarsi alle nuove esigenze di una nuova società.
Poi non ho mai tirato in ballo Le Corbusier, che mi sembra sia un incubo per qualcuno, e non ho mai neanche detto di uniformare l'architettura cancellando le differenze regionali.
Londra, Roma e tutte le città che vogliamo non sono sempre state così come le vediamo ora, gli square londinesi, i boulevards parigini sono "invenzioni" sette-ottocentesche per adeguare le città alle nuove esigenze di allora (rivoluzione industriale e forte inurbamento). Oggi esistono nuove necessità (viabilità veloce, trasporto pubblico efficiente, accessibilità, risparmio energetico, densificazione per rendere sostenibili le reti di servizi ecc...) e le città dovrebbero adeguarsi senza tante remore o paure di "rovinare" l'eredita degli "antichi abitanti".
Forse non sono stato abbastanza chiaro (ma un blog è per sua natura scritto di getto come fosse una discussione orale, è questo il suo bello) ma mi sembra che si cerchi di sviare il problema sostanziale.
Molte città europee si sono adeguate a questa "filosofia" e sono diventate città moderne ed efficienti (Londra per esempio, pur mantenendo i suoi squares, e la nuova Berlino che stà completando la ricostruzione e stà diventando davvero una città meravigliosa).
Per rispondere a Pietro, visto che il post che avevo inviato deve essersi perso, volevo solo ricordare che l'Italia non è la meta preferita dai turisti (in Europa credo che sia la Francia ad avere più visitatori) e puntare tutto sul turismo è da paesi del terzo mondo (come l'Egitto). Ciò che serve veramente al nostro paese è diventare uno stato moderno ed efficiente, creare città moderne, come hanno fatto tutti i paesi europei, prima di ogni altra cosa, a mio avviso.
Il turismo non è solo quello che ricerca i vecchi ruderi antichi, e infatto New York non è certo la città più visitata del mondo per il suo patrimonio storico.
Detto questo, non vorrei essere frainteso come già accaduto, io tengo moltissimo al patrimonio artistico e architettonico italiano, primi al mondo senza dubbio, ma spesso una politica troppo conservativa (delle sopraintendenze e delle amministrazioni soprattutto) ha portato ad una inerzia che si è rivelata molto nefasta per le nostra città (ultimi in europa per linee di metropolitana, per esempio).
Come ho poi già detto, se si guarda l'architettura del breve periodo si può facilmente travisarne l'essenza stessa che è continua sperimentazione per cercare nuovi materiali, nuove forme più efficienti e nuove soluzioni adatte ai problemi e alle necessità del periodo. L'architettura, come la storia, non si può guardare per comparti stagni ma nella sua totalità per capirne veramente le ragioni, e analogamente non si può certo pensare che il livello raggiunto il secolo scorso sia quello migliore, quello finale e perfetto da ripetere e ricalcare in eterno.
Comunque sono daccordo con Biz, bella discussione!

LineadiSenso e le sovrastrutture ha detto...

master... hai toccato un bel problema, mica architettonico però: qui, come in politica, se non sei d'accordo sei un "comunista". non c'entra proprio niente che uno possa essere un fan sfegatato di joze plecnik o di dimitris pikionis. non sei d'accordo? comunista sei! :-) eheh.

fattene una ragione master :-)))

Pietro Pagliardini ha detto...

LdS, mi sembra che il pregiudizio ce l'abbia te non io. Poi quel "qui, come in politica...." è brutto, perchè comprende evidentemente non solo me ma anche altri.
Qui, come dici te, si affermano e si sostengono, come possiamo, delle idee. Molte di queste sono critiche nei miei confronti. Non mi pare di aver dato mai a nessuno del "comunista" o del "fascista", a meno che tu non ti senta LC, alle cui teorie non ho fatto mancare niente.
Quindi se mi posso permettere un'espressione un pò volgare, ma diventata di uso corrente (l'ha detta anche Cacciari), mi sento di dirti che questa volta "hai fatto la pipì fuori dal vaso".
Saluti
Pietro

Biz ha detto...

Ancora una replica per Master.
Il tuo discorso risulta apparentemente convincente, perchè troppo generico. E mi spiego.

In quel passato a cui ti riferisci, ad esempio, non aveva alcun senso essere "ambientalisti" ed avere a cuore forme di tutela ambientale. Ma non è che fossero "cattivi" o "buoni" e allora dobbiamo anche noi far così perchè è nella natura dell'uomo.
Semplicemente, la natura era più forte della tecnica di allora; e gli uomini erano molti di meno, per cui un atteggiamento ambientalista non aveva alcun senso.
Oggi no. Ha invece molto senso.

Tornando all'ambiente costruito, ti sei riferito ad un periodo (la prima modernità, cioè circa 1400-1900) in cui in Europa c'è stato un incremento demografico molto forte, e fenomeni di meccanizzazione della agricoltura e dell'industria, che hanno determinato una forte urbanizzazione. Quindi, capitali da poche centinaia di migliaia di persone, sono divenute agglomerazioni di molti milioni d'abitanti.
Ma, soprattutto a partire dagli anni '70 del secolo scorso in poi, le cose sono radicalmente cambiate.
Oggi, continuare a pensare con la testa "moderna" è un errore ed è regressivo.
Soprattutto, è un doppio errore continuare con un approccio alla architettura ed all'urbanistica tipo "movimento moderno": uno perchè le condizioni sociodemografiche sono completamente mutate; due perchè le soluzioni che proponeva si sono rivelate fallimentari sotto tutti i profili: urbanistici, sociali, architettonici.

Quindi, un ragionamento realmente progressivo sulla architettura e sull'urbanistica, deve analizzare nello specifico questi aspetti, e non scansarli con la mitologia del "è il progresso, dobbiamo andare avanti" (laddove questo progresso e l'andare avanti è semplicemente favorire l'uso economico del territorio e dell'ambiente, per pochissimi attori e su un brevissimo orizzonte temporale, a sfavore di una reale qualità ambientale per tutti i cittadini, che sono estraniati sempre di più dai processi di trasformazione dell'ambiente in cui vivono).

Se la vedi da questa prospettiva, e qui voglio anche dirlo a Linea di Senso che fa lo spiritosino, quelli reazionari, in realtà, siete voi!!!

Pietro Pagliardini ha detto...

Come semplice mia personale aggiunta al commento di Biz, che sposo (il commento, non Biz) dico che la prima qualità ambientale per l'uomo, il cui ambiente "naturale" è la città e non la foresta, è fare in modo di favorire lo scambio sociale, le relazioni tra singoli individui e tra gruppi, il benessere psicologico. La casa nasce per proteggersi, la città per incontrarsi e scambiare, per essere meno soli. La casa è privata, la città è di tutti, è un bene pubblico.
Tutti gli altri requisiti qualitativi (salubrità, insolazione, ecologia, ecc.) su cui Master insiste anche nel suo blog, sono di certo importanti ma del secondo ordine. Se diventassero primari si ritornerebbe nè più, nè meno, alla logica funzionalista, in salsa ambientalista questa volta, che ha palesemente fallito.
Pietro

Master ha detto...

In pochi giorni mi hanno dato del comunista e del reazionario e i miei umili commenti devono aver mosso qualcosa. Sto scherzando ovviamnete ma che dire, la discussione rimane aperta e le linee di principio sembrano due e ugualmente valide.
Le idee di Biz e Pietro però, concedetemelo, non sembrano condivise dalla maggioranza degli architetti, almeno da quanto emerge leggendo in giro, perchè, a mio avviso partono dal presupposto che ci sia un presunto "fallimento" di una filosofia del progresso urbanistico e architettonico che, a vedere le tante città sviluppate in senso moderno (e avevo citato Berlino e Londra, ma gli esempi sono innumerevoli), non sembra essere avvenuto con la devastante forza che voi predicate. Di errori ce ne sono stati e io lo riconosco (e la storia ne è piena ma l'idea che gli architetti "classici" abbiano sempre fatto bene e che quelli di oggi siano degli incapaci è abbastanza infantile, se mi concedete), ma anche di grandi successi, e devo riconoscere anche questo per onestà, non trovate?
Io non ritengo che si possa ignorare il progresso e fermare l'intero processo evolutivo di materie così importanti come l'urbanistica e l'architettura (altri lo hanno fatto come Howard con le città giardino o altri "utopistici" protagonisti di scelte interessanti ma poco condivise poi nella storia). Sono certo che alcuni di voi non saranno d'accordo, ma cercare di confutare delle realtà di fatto (che poi possiamo considerare positive o negative) non è molto produttivo. Io comprendo le ragioni che guidano i vostri punti di vista ma purtroppo non le condivido, sarà per la pratica e le esperienze che ho avuto che mi hanno sempre dato una sincera convinzione che la verità stia sempre nel mezzo e che non sia possibile estendere un giudizio, positivo o negativo che sia, ad una intera fase dello sviluppo urbano o archiettonico.
Per il resto non mi sento reazionario e tantomeno comunista, ma chissà, nella vita non si sa mai!

Pietro Pagliardini ha detto...

Master, riconosco di buon grado che siamo in minoranza tra gli architetti. Ti dico anche che se così non fosse non avrei neanche cominciato con un blog.
Quello che mi preoccupa di più, però, è il parere, o meglio la mancanza di parere, della classe dirigente, cioè della politica, che non sa scegliere niente e segue l'ultima moda per sembrare moderna e sperare nel consenso.
Quanto al fatto che ci sia un fallimento dell'urbanistica moderna credo però di non fare parte della minoranza che ne è convinta, ma della stragrande maggioranza.
La divisione avviene sui rimedi: c'è chi batte la stessa strada, secondo me battendoci il capo e soprattutto facendolo sbattere ai cittadini, e chi crede che sia l'ora, ormai da tempo, di cambiare registro.

Il fatto che la verità stia in mezzo può avere senz'altro elementi di verità, però dipende qual'è il punto di partenza. Non è che si possono prendere due scuole, mescolarle tipo cocktail e scappa così la miscela che funziona. Io credo che la mediazione non possa essere al ribasso, vale a dire che si deve partire da un principio e poi mediarlo con quanto di buono c'è nell'altro.
Ma il principio buono è, secondo me, il nostro. Se leggi la parte finale del mio ultimo post dico esattamente questa cosa e cerco, malamente, di spiegarla.
Saluti
Pietro

Master ha detto...

Quindi, se non ho capito male, la differenza sostanziale tra le nostre due visioni è che per te bisogna "cambiare registro" e abbandonare lo sviluppo urbano così come oggi si è evoluto mentre per me bisogna continuare l'evoluzione, correggendo sì gli errori, e ammetto che ce ne siano stati, ma evitando di buttare via tutta la ricerca e l'esperienza maturata perchè è un patrimonio dal quale imparare molto.
I bruschi cambi di rotta li ho sempre visti come atteggiamenti irrazionali, ma forse è solo la mia esperienza che mi ha dato questa visione.
In ogni caso, come si conviene ad una materia così complessa e articolata come quella che trattiamo, non è possibile dimostrare la validità o meno di una teoria a meno di osservarne gli sviluppi concreti. Immagino, almeno per me è stato così, che il diverso punto di vista sia frutto degli studi e dell'esperienza acquisita e quindi non ho certo intenzione di dimostrarne la validità o meno.
Per quanto mi riguarda ho molta fiducia negli architetti di oggi, perchè la maggioranza di essi, non tutti ovviamente, mi sembra che abbiano imparato molto dal movimento moderno e da tutta la storia dell'architettura e che siano più consapevoli delle capacità, delle potenzialità e del ruolo che rivestono. Questa consapevolezza, che mai nella storia hanno avuto più di adesso, li ha resi capaci di critica nei confronti di ogni filosofia archittonica, anche del Modernismo, e questo mi sembra un bel traguardo.
Per questo ritengo più importanti aspetti tecnici e applicativi piuttosto che filosofeggiare su concetti, peraltro importanti, come la "riconoscibilità" o l'"identità" che possono essere trattare a lungo con diverse opinioni tutte valide ma che generano poche soluzioni pratiche e utili agli utenti finali che sono poi i cittadini.
Io la vedo così, scusate se non ho i vostri stessi ideali, ma alla fine è solo una questione di punti vista.

lineadisenso e "la perdita del centro" ha detto...

pietro, a parte che io la pipì la faccio quasi sempre seduto proprio per evitare di non beccare il centro ed allagare il tutto :-)

per il resto la mia battuta era proprio rivolta a te e biz (da qui l'uso del plurale) che, come ha fatto notare master, mettete in bocca ad altri cose che non hanno detto (come l'uso strumentale del: "beh, tieniti i casermoni e le villettopoli" che un paio di volte hai usato con me).
per quanto riguarda LC se gli hai dato del comunista o del fascista beh... peggio per te, mica per LC: denota che ideologizzi un po' troppo l'architettura e l'urbanistica. ma questo è niente, quel che mi preoccupa è che vi siano studenti acerbi che, affascinati dalla semplificazione (e, mi verrebbe da aggiungere: dalla banalizzazione), ti corrono dietro.

robert

Master ha detto...

Sai LdS che anche io, non mi vergogno a dirlo, ero stato, ai tempi dell'università, "sedotto" da una certa architettura classicheggiante proposta in alcuni interventi del New Urbanism. E devo dire che in molti casi, per occhi non troppo esperti, è molto accattivante ricoprire tutto di capitelli, fregi e modanature, e negli USA c'è certamente una corrente di pensiero che va in questa direzione per soddisfare la domanda di diversi danarosi committenti (non solo le star del cinema di Holliwood ...). Tuttavia la pratica professionale seguita all'universita mi ha fatto capire molte cose, e mi ha trasformato da "studentello" acerbo (come dici tu) in professionista, almeno spero, con un senso critico più attento e razionale e mi ha mostrato quanta superficialità vi sia nel New Urbanism (o almeno in una parte di questo movimento che comunque considero una realtà molto interessante e sul quale presto scriverò un post sul mio blog) e in tutte le correnti filosofiche che tendono a riproporre vecchi schemi concettuali obsoleti.
Io credo che molti studenti, fan sfegatati di quel modello o di quell'altro, una volta iniziata la professione diventeranno molto più critici e razionali, acquisiranno una capacità di giudizio e quindi non mi preoccuperei tanto.
Ideologizzare ed estremizzare tutto è tipico dei giovani, col tempo si impara a diventare più moderati e a distinguere tutte le sfumature.

Pietro Pagliardini ha detto...

Caspita Master, questo vuol dire che io sarei giovane!!!!!
Scherzi a parte, aspetto il post sul New Urbanism (che non è per ricchi) e non solo per la parte architettonica ma per quella urbanistica, cioè per la città, che è l'aspetto qualificante di questo movimento.
Così, finalmente, acquisterò razionalità e capacità di giudizio. Era l'ora alla mia età. Non ti arrabbiare, è solo una battuta (uffah, ma dovrò sempre specificare quando scherzo e quando faccio sul serio?).
Saluti
Pietro

lineadisenso e le verità ha detto...

master, io tuttora sono sedotto dalla classicità e dalla storia, purchè non voglia ergersi a verità metafisica. questo, ovviamente, vale pure per la modernità. non è un caso che io metta sullo stesso piano krier e i cultori dello junkspace, li considero estermismi entrambi. penso che le ali estreme abbiano solo una funzione: essere "avanguardia" sperimentale. i progettisti medi però dovrebbero saper fare buona prosa e non sperimentare alcunchè. per questo ritengo che le ali vadano studiate ma non proposti come esempio da imitare. soprattutto quando quell'esempio viene additato come panacea (o causa) di tutti i nostri mali. il progetto del territorio passa solamente per una porta: la porta del consenso e della responsabilità dei progettisti, dei politici, dei committenti e delle comunità. cercare la risoluzione in altro, soprattutto se quell'altro è strettamente architettonico non penso ci porti molto lontano.
consenso tra i progettisti significa innanzitutto capire cosa ci unisce invece di ciò che ci divide e mi sembra che, nonostante le discussioni, delle questioni che uniscano vi siano.

robert

PS: giuro, mai persi tanti commenti per strada... per un blog che si vuole occupare di regole e strade fatte come dio comanda è davvero 'na frana :-)

Pietro Pagliardini ha detto...

LdS, se ho perso qualche commento mi spiace davvero e me ne scuso. Hai ragione, sono una frana. Ho cercato nella posta tuoi commenti non pubblicati ma per ora non ne ho trovati. Continuerò.
In compenso ne ho trovato uno di Vilma di....dicembre 2008. Di cosa mi posso scusare dopo quasi 3 mesi!
Vai a capire quanti altri ce ne saranno.
Il fatto è che, oltre ad essere una frana, li pubblico anche durante le ore di studio e non posso dedicarci la massima attenzione.
Però credo anche che qualcuno si perda davvero.

Mi intrometto ora nella corrispondenza privata tra te e Master: io sarei d'accordo con te sugli "opposti estremismi", se non fosse che uno è un'estremismo imperante, dunque è diventato "regola" comune architettonica, l'altro è una debole voce che cerca di guadagnarsi un pò di spazio. C'è molta asimmetria direi.
Inoltre il primo estremismo dura da 80 anni, quindi è ormai una dittatura. Mettere sullo stesso piano il forte e il debole non può che significare una sola cosa: dare ragione al forte.
Ancora, il mio personale "estremismo" è:
1)contro le pazzie, ma direi stupidaggini, architettoniche che vengo oggi osannate e che circolano. A me per esempio arriva la news di Archiportale: guardala (archiportale.com) e dimmi se esagero. Oppure vai su Europa concorsi e sappimi dire. Vedi molta "classicità" in giro? Vedi mai una voce contro? Possibile che progetti di Porphyrios, di Krier (Lèon e Bob), di Duany, di Adam, di Bontempi ecc. non siano mai degni di nota? Non ti sembra la dimostrazione di un pensiero unico, cioè della dittatura di una ideologia? Cosa scriveresti sul tuo blog se tutti, ma proprio tutti, i giornali e tutte le TV osannassero il governo e....non parlassero affatto dell'opposizione? Sarebbero più importanti i contenuti, in questo caso, o non sarebbe il sistema stesso da combattere?

2)a favore dell'urbanistica che conosce le regole di nascita, crescita e sviluppo della città e non di quella dei disegni astratti. E questo proprio non è estremismo, questo è un autorevolissimo punto di vista, o meglio una documentatissima teoria, della scuola muratoriana. Krier non è muratoriano ma, visto che i muratoriani non hanno attitudine alla divulgazione, per loro colpa, Krier è, avvicinandosi nella forma a quella, l'immagine vivente di un'idea di città.
Che dire, è un pò come Obama: è l'immagine vivente del rinnovamento ma di qui ad esserlo davvero dovranno passare ancora 4 anni e poi altri 4.
Questo fatto dell'immagine si porta dietro dei problemi, il più evidente dei quali è, ovviamente, la coincidenza e la riduzione di una scuola di pensiero ad una scelta stilistica.
E' uno scotto da pagare per affermare un'idea.
Però c'è anche chi, come Nikos Salìngaros, non fa mai questioni stilistiche ma fonda la sua analisi dell'architettura su fattori percettivi e la sua urbanistica, molto vicina nei risultati a quella muratoriana, su teorie matematiche.
Eppure....anche lui viene spesso considerato un estremista.

Infine, voglio però affermare anche la libertà di dichiarare che se uno ama la classicità o la tradizione e pensa che essa sia la scelta giusta anche per la contemporaneità, basandosi sul fatto, tra gli altri, che è amata da moltissimi utenti (e questo qualcosa significherà pure) ne ha pieno titolo e diritto di farlo: meglio di quelle scemenze che circolano lo sono davvero.
Torno ai commenti perduti.
Saluti
Pietro

lineadisenso alla ricerca del senso ha detto...

pietro, nel mio commento finale destinato a master ho fatto riferimento a cose comuni che ci uniscono più di quelle che ci dividono, secondo me vi sono... eccome se vi sono.
ora, fingendo di non leggere la tua visione sugli ultimi 80 anni che secondo me è completamente errata (ma non è questo che m'interessa), ti spiace indicarmi degli esempi che si rifanno a questa scuola che tu proponi ma che non sono riconducibili alla scelta stilistica degli autori che hai citato?
non è una provocazione, è solo per capire.

robert

Pietro Pagliardini ha detto...

LdS, ti dò il link a questo sito, ed è il primo che mi viene in mente perchè è linkato anche nel mio blog, dell'architetto Andrea Pacciani, che magari hai già visto:
http://www.andreapacciani.com/public/index.php?option=com_content&task=view&id=95&Itemid=51
Questo è un concorso perchè i PRG importanti generalmente li fanno quelli della stessa scuola da 80 anni (su cui te non sei d'accordo). Può darsi che siano 60, te lo concedo, ma l'origine risale a 80 anni.
I miei amici aretini, che sono muratoriani, e che fanno piani, non pubblicano niente. E tuttavia sarebbe arduo e anche sbagliato cercare un esempio di "città ideale" fatta con i principi di cui parlo, perché in realtà un piano del genere consiste soprattutto di segni non troppo visibili che riconettono ciò che già esiste.
E' un'urbanistica "modesta", am direi umile, che non si fa notare affatto.
Quella dei concorsi, invece, si fa notare per la prevalenza del fattore stilistico e per questo si becca solo le critiche.
C'è ad esempio il Regolamento Urbanistico del Comune di Monte San Savino che è fatto con quei criteri ma non è interattivo in rete, si può solo scaricare:
questo il link del foglio che comprende anche l'abitato del capoluogo:
http://demo2.ar-tel.it/montesansavino/RU/dati/elaborati_grafici/2k-Tavola%201a-MSS.pdf
Forse non vedrai niente di apparentemente sconvolgente, solo un bel reticolo stradale di cui è abbastanza facile capirne la gerarchia, anche non conoscendo il luogo, e la continuità del reticolo stradale. Questo è un piano disegnato ed è su quella struttura che poi si articoleranno i piani attuativi che, a regola, dovrebbero seguire la stessa logica.
I progettisti sono gli architetti Roberto Verdelli e Danilo Grifoni.
Del secondo ti invito vivamente a leggere questo scritto:
http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000452.html
Attenzione quando apri prima trovi un testo di Salìngaros e dopo quello di Grifoni.
Saluti
Pietro

Master ha detto...

La risposta di LdS mi è piaciuta! In un certo senso avevo già risposto nel mio blog ad un commento di Pietro rilevando due opposte fazioni architettoniche, estreme entrambe, i neo-modernisti e i neo-tradizionalisti. Che una sia "imperante" e l'altra una "debole voce" è sinceramente molto opinabile (forse in Europa ma negli USA per esempio è tutto l'opposto). Il problema è che queste due fazioni rappresentano solo percentuali irrisorie nella pratica architettonica.
Viaggiare fa bene, e soprattutto agli architetti, perchè si rendono conto di come è veramente il mondo evitando, si spera, di crearsi delle immagini distorte della realtà, come ogni tanto accade. La maggior parte degli interventi oggi nasce dallo studio del singolo problema, cercando soluzioni tecniche (innovative o già ampiamente sperimentate) che meglio si adattano a soddisfare le esigenze dell'utenza di quel determinato progetto. Non sempre riesce al meglio ma c'è nella maggior parte degli architetti questa volontà. Grazie a Dio.
Poi ci sono gli estremisti, gente che invece assume una filosofia come sia la verità assoluta e la applica in modo cieco e meccanico a tutti i propri progetti.
La storia mi ha insegnato che mai, in nessun tempo o luogo, gli estremismi hanno rappresentato una soluzione, anzi sono sempre stati nocivi e deleteri e quindi non credo che una di queste due fazioni possa realmente rappresentare una soluzione concreta. Vanno prese, come ha giustamente detto LdS come esperimenti dal quale trarre dati e informazioni, ma mai da imitare.
Io non credo che nessuna delle persone che scrivono in questo blog siano davvero estremisti, almeno a leggere le risposte che mi sembrano tutte intelligenti e pervase da un buon senso critico.
Lasciamo gli estremisti ai loro esperimenti e impegnamoci a discutere problemi e trovare soluzioni concrete ai problemi architettonici e urbanistici, che alla fine è sempre stato lo scopo di ogni vero architetto.

Pietro Pagliardini ha detto...

Master, intanto rilevo con soddisfazione che, se i lettori di questo blog non sono estremisti a occhio e croce non dovrei esserlo nemmeno io.
E' vero che girare il mondo fa bene agli architetti ma non c'è solo il viaggio, c'è anche l'informazione e questa, è indubitabilmente "estremista", ma direi meglio orientata in una sola direzione. Come lo è, nella maggioranza e non nella totalità, l'università i cui docenti poi, scrivono e dirigono i concorsi di progettazione.
Come lo sono, ad esempio, i concorsi di progettazione.
Non mi sembra poco.
Comunque per meglio spiegarmi ho scritto un post che credo di pubblicare in giornata che, dal mio punto di vista (è chiaro), dovrebbe far comprendere perchè è la situazione che è intrinsecamente estremizzata.
Saluti
Pietro

Master ha detto...

Infatti io non ti considero un estremista e credo che la tua posizione che in qualche momento potrebbe sembrare "estrema" in realtà sia dettata dal rigetto che hai nei confronti di alcune architetture contemporanee (diciamo pure delle cosiddette "Archistar") e che ti fa tendere dalla parte diametralmente opposta. Prendila ovviamente come una mia personale interpretazione, dedotta peraltro dai post del tuo blog.
Per questo forse vedi un'informazione mono-orientata, mentre invece a mio avviso, nel campo dell'architettura ma non solo, anche dell'arte e della tecnica per esempio, la vedo molto aperta e permeabile alle più diverse visioni.
Infine i concorsi di progettazione mi sembrano sempre più indirizzati a far prevalere soluzioni sempre più innovative e indirizzate al risparmio energetico, alla riqualificazione urbana, ambientale e all'eco-compatibilità, e la cosa è sicuramente positiva. Non mi sembra così "estremizzata" la cosa, anzi. E' vero che capita di vedere qualche "strana cosa" inventata da qualche "archistar" ma, lo ripeto per l'ennesima volta, sono una esigua minoranza rispetto alla massa di progetti realizzati.

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