Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


13 gennaio 2009

DAI SUPERLUOGHI ALLE CITTA'

Pietro Pagliardini

C’è un ottimo articolo di Pierluigi Panza sul Corriere della Sera del 12 gennaio, dal titolo “I superluoghi, qui nasce la nuova città”.
Inutile riassumerlo perché è bene leggerlo. Quello che mi sembra importante è il fatto che Panza abbia rilevato l’importanza del problema di quelli che vengono chiamati superluoghi, cioè quelle aree che addensano attività e persone come Outlet, grandi centri commerciali, aereoporti, fiere e quant’altro di simile. Spesso cattedrali nel deserto per il consumo che comportano grandi spostamenti di massa per l’acquisto, lo svago, i collegamenti ecc.

Anche se si propone di non chiamarli “non-luoghi” ma "superluoghi", quelli restano “non-luoghi”, cioè aree specializzate fuori dai centri abitati che sono la forma esasperata e parossistica dello zoning, cioè della specializzazione per aree, della non-città, peggio, della polverizzazione della città a scala territoriale, che devono avere il solo  requisito di essere facilmente raggiungibili con l'auto, senza relazione, come dice Panza, con la città stessa.

Ma c’è un fenomeno più complesso di cui non si parla nell’articolo e che invece è stato rilevato da Orazio Campo al convegno URBS2008, del quale ho riportato parti degli interventi in precedenti post (i link sono a fine post), e cioè il fatto che i grandi centri commerciali hanno una vita (commerciale)non troppo lunga e che, arrivati al termine, si pone il problema del loro riuso e della trasformazione di quegli immensi volumi e aree. E’ ovvio che la prima destinazione plausibile, dal punto di vista della redditività economica, è quella residenziale e questo chiedono le proprietà.

Allora, come dice Campo, questi non-luoghi o superluoghi potrebbero assumere il carattere dei luoghi, potrebbero incamminarsi verso un destino di carattere urbano che avrebbero il pregio di contenere molte delle caratteristiche proprie della città vera, cioè il mix di funzioni, esattamente l’opposto dello zoning. Il condizionale è dobbligo.

Per cui, per eterogenesi dei fini, ciò che nasce come forma suprema della parcellizzazione delle funzioni e della sua corrispondente forma, dell’esplosione della città, potrebbe trasformarsi in un fenomeno urbano virtuoso, il classico rospo che si trasforma in principe azzurro.

In realtà, senza scomodare Orazio Campo, che pure ha il merito di essersi accorto del problema e di indicare una possibile e corretta soluzione, l’architetto Danilo Grifoni, di solida fede muratoriana, redattore di molti Piani Regolatori nella provincia di Arezzo, in relazione ad un outlet in nel comune di Foiano, durante un pranzo tra amici affermò che quell’outlet sarebbe diventata inevitabilmente la nuova Foiano e che quando si autorizzano interventi questo tipo è bene saperlo, pensare alle conseguenze ed essere capaci di saperle affrontare, sia in termini di trasformazione del territorio che sotto il profilo sociale e d economico.
Aveva ragione.

Esistono dunque due casi possibili:
la trasformazione dei superluoghi in città, difficile (ma necessaria) perché il più delle volte le amministrazioni devono operare sotto ricatto da parte dei privati e per i condizionamenti fisici esistenti, data la presenza (o l'assenza) di infrastrutture vincolanti;
la progettazione di nuovi superluoghi, ugualmente difficile, ma un po’ meno, che dovrebbe essere affrontata con lo spirito pragmatico degli inglesi che nei nuovi insediamenti commerciali nelle aree agricole hanno preso come esempio Poundbury, per scelta governativa, che non vuol dire prendere ad esempio lo “stile architettonico" (immagino l’orrore stampato nel viso di molti miei puristi e raffinatissimi colleghi) ma il criterio urbanistico (e qui riesco ad immaginare un po’ meno, visto che è articolo che non sembra interessare loro molto, se non per gli aspetti puramente normativi ), che altro non è che un criterio di “urbanità”, quello dell’unica città possibile in Europa che è quella….europea.

Non siamo molto lontano dalle esperienze del New Urbanism, ovviamente con molti anni di ritardo: dallo sprawl alla città. Basterebbe avere l'umiltà e l'interesse di capire meglio di cosa si tratta.
Prestinenza Puglisi ha trattato il New Urbanism, in un articolo su Lèon Krier, nella rubrica dal non equivoco titolo “Stroncature”, tenendolo a debita distanza con un senso di malcelato disgusto che, scrivendo egli molto bene, sembrava di vederglielo stampato in viso (ovviamente se uno conosce il suo viso, e io, ad esempio, non lo conosco).

Ma quell’esperienza è una realtà che, con i necessari adattamenti e non pensando allo stile architettonico (per carità non disgustatevi), visto che siamo in Italia e non in Florida, Utah o California, potrebbe essere piuttosto utile al caso in oggetto.

Ma il problema principale è: la nostra “intellighenzia” lo vuole, è pronta a guardare ad altezza d’uomo oppure preferisce, come da italico costume, volare alto, molto in alto, stare a disquisire, spaccare il capello, sottilizzare, cercare “altro” di meglio (ovviamente) che sono 80 anni che lo cercano e non l'hanno ancora trovato?



Link ai post sul Convegno URBS2008:

http://regola.blogspot.com/2008/12/note-sul-convegno-urbs.html
http://regola.blogspot.com/2008/12/scoieta-liquida-citta-solida-2.html
http://regola.blogspot.com/2008/12/societa-liquida-citta-solida-1.html

La foto è un progetto di trasformazione di un’area commerciale suburbana a Mashpee, Massachussets di DPZ, Duany, Plater-Zyberk, lo studio più famoso del New Urbansim.
Link:
http://www.dpz.com/projects.aspx
http://www.mashpeecommons.com/development.php

7 commenti:

Master ha detto...

Il termine non-luoghi si riferisce ad una caratterizzazione più filosofica che tecnica, almeno nel significato che credo abbai voluto dare il suo ideatore Marc Augé, come spazio "utilizzato per usi molteplici, anonimo e stereotipato, privo di storicità e frequentato da gruppi di persone freneticamente in transito, che non si relazionano, situazione riscontrabile negli aeroporti, negli alberghi, sulle autostrade, nei grandi magazzini; infine l'oblio e l'aberrazione della memoria" (fonte wikipedia). In realtà questi luoghi sono parte delle nostre città ed hanno una funzione importante (autostrade, aeroporti, alberghi, grandi magazzini ecc...). Il superluogo è invece un'area che accentra molteplici funzioni (commercio, uffici e spesso anche abitazioni) che caratterizza molti dei grandi interventi edilizi di oggi proprio perchè cerca di legare la funzione commerciale (molto redditizia e capace di attrarre capitali) con le altre funzioni urbane. Questo almeno quanto ho recepito da articoli e mostre dedicate a questo neologismo, ma ammetto che ancora non esiste una definizione completa di superluogo, e che vi sono molte interpretazioni.
Sono daccordo nel ritenere gli outlet dei superluoghi e che rappresentano un tema problematico anche se vincente per ora, almeno a vedere la massa di gente che attirano, ma non sono gli unici superluoghi e non vedo così necessaria la loro trasformazione in città, anche perchè, come gli altri superluoghi, sono nati per soddisfare determinate necessità che sussistono tutt'ora. Gli aeroporti, le stazioni e i centri commerciali svolgono una funzione fondamentale nelle nostre città contemporanee. L'esempio dell'area commerciale trasformata in quartiere urbano da DPZ negli USA è molto interessante ma poco applicabile, a mio avviso, nella realtà europea. Negli Stati Uniti l'inflazione di centri commerciali sviluppati almeno 30 anni prima che da noi, la loro dislocazione priva di una strategia di sviluppo, e tanti piccoli errori commessi in passato, hanno portato alla chiusura in massa di queste strutture e alla loro trasformazione in aree abitate. In Europa invece, imparando anche dagli errori del passato, si cerca, almeno da quello che vedo, di progettare in maniera più intelligente e strategicamente competitiva, con attenzione non solo alla qualità ma anche all'uso del territorio e alla localizzazione, anche perchè, a differenza degli USA, da noi il territorio ridotto implica un uso parsimonioso delle aree disponibili.
Oggi poi molti dei progetti di "superluoghi" vengono integrati in un tessuto urbano come ad esempio i CIV (centri commerciali integrati di via), format applicati a Genova e Milano (oltre che in altre grandi città) con successo, oppure a centri commerciali che diventano veri e propri centri urbani di nuovi quartieri, come il centro Meridiana dell'omonimo quertiere di Casalecchio di Reno.

Pietro Pagliardini ha detto...

Master, il nome delle cose è importante (nomen est consequentia rerum) ma il nome non è la cosa.
E la cosa a me sembra un bel problema, in specie outlet e centri commerciali. Se è vero che la qualità in sé di questi centri è generalmente di buon livello, è anche vero che sono accumulatori di attività capaci di modificare gli assetti territoriali, specie in realtà di scala minore.
Inoltre non c'è dubbio che impoveriscono le città stesse di quel flusso di persone che non solo crea ricchezza ma anche rende viva la città.
Centri commerciali in dismissione ce ne sono e il loro recupero avverrà comunque, si tratta solo di decidere come.
Per quelli nuovi ripeto che potrebbero essere un'occasione da non perdere per tentare di farne villaggi integrati, per abbandonare l'urbanistica dello zoning, riprendere la matita in mano e approfittare della straordinaria possibilità di avere villaggi non solo dormitorio o non solo commerciali ma dotati di entrambe queste destinazioni, insieme ovviamente agli altri servizi necessari.
L'ho già scritto almeno altre 10 volte: poiché il problema non è solo nostro, Gordon Brown, primo ministro britannico, ha voluto che questi nuovi insediamenti, anche lì dispersi in zone rurali, si ispirino a Poundbury, che evidentemente deve funzionare piuttosto bene.
Niente di trascendentale, solo buon senso: funziona quel sistema? Sì. Bisogna svilupparlo.
La "complessità" qualche volta la vogliamo trovare ad ogni costo.
Saluti
Pietro

Biz ha detto...

Porca boia, ieri ti avevo postato un commento ma non è arrivato. Mi ero accorto che c'era qualcosa che non funzionava, in effetti.
Provo a ripeterlo.

Ho qualche dubbio che si possa fare "città" a partire, sic et simpliciter e senza forti adattamenti, da costruzioni che nascono non come espressione di una civitas (intesa come società civile, comunità), ma di necessità commerciali di entità extraciviche.
I "non luoghi" sono designati tali proprio perchè mancano di quella qualità, non tanto, a mio parere per la loro conformazione fisica.
Non sono peraltro d'accordo con l'uso del termine "non luoghi" (quantomento con il suo uso disinvolto), in quanto esso non fa emergere esattamente le caratteristiche di quei luoghi (disurbani, anche quando mimano la città storica, perchè ciò che manca è proprio la "civitas" in senso di società, che è la base che costituise poi la città materiale nel tempo come sua espressione).
Non a caso, oggi "la partecipazione" ci appare necessaria proprio per costituire democraticamente un senso di civitas nella costruzione della città, laddove in passato questo era gantito in modo diverso (il principe come garante).

Riguardo ai "non luoghi", mi ero espresso tempo fa qui :
http://bizblog.blog.lastampa.it/il_mio_weblog/2006/03/considerazioni_.html

ciao

Pietro Pagliardini ha detto...

Biz, il tuo comemnto non mi è arrivato, ma questo si capisce benissimo.
Come al solito colpisci nel segno (per inciso, complimenti per la tua definizione fulminante degli archistar su archiwatch).
Tu dici, in sostanza, che le new towns non si possono inventare perché una città vera nasce da un processo lungo che nel tempo costituisce la civitas, e questo è vero, anzi era vero (a parte le città di fondazione che sono sempre esistite, come atto d'imperio del potere e che sono diventate città vere); oggi quanti quartieri suburbani nascono per scelte economico-amministrative ma restano periferie senza identità? Praticamente dal dopoguerra ad oggi tutti. Così abbiamo da una parte quartieri residenziali dormitorio, privi anche dei negozi di prossimità, dall'altra centri commerciali da week-end. Unire le due cose mi sembra un'opportunità. La civitas è più facile che possa formarsi, nel tempo, qui che nelle nostre periferie. Cominciano dall'urbs, intanto.
Oggi su Archiwatch il prof. ha rilanciato con la foto di outlet. Vedremo cosa esce fuori.
Ciao
Piero

PEJA ha detto...

Mi hai dato modo di riflettere un bel pò. A breve scriverò un commento organico.
Intanto inizio con il sottolineare il mio dissenso riguardo la "tipologia" insediativa" del centro commerciale, dato che lo vedo come uno spreco economico e devastante in termini di gestione del territorio. La riflessione di master mi sembra molto interessante. Ora ci penserò...

Pietro Pagliardini ha detto...

Ti ringrazio Peja per non aver dato niente per scontato e, anche se non sarai d'accordo, hai preso comunque la provocazione nel senso giusto: tutto è per me un buon motivo per parlare di città vere (o presunte tali).
Saluti
Pietro

PEJA ha detto...

No no, sono daccordo! Io non sono un "novator" tout cort... E nemmeno "solo dove serve". Ci sono cose idiote che perpetuare è autistico, e novità che saggiare è altrettanto fatale.

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