Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


28 ottobre 2008

UOMO E NATURA

di Giulio Rupi

COME SI DISTRUGGE L’EQUILIBRIO DEL PAESAGGIO

Perché l’uomo costruisce un giardino? Per realizzare un luogo in cui sia realizzato un equilibrio armonioso tra i due poli contrapposti del Naturale e dell’Artificiale.
Per approfondire questo concetto vanno approfondite le caratteristiche di queste due polarità.

1 - LA FORMA
La natura è fatta di forme che sono complesse da qualunque distanza (cioè a qualunque scala) le si osservi. Un albero è una forma complessa, ma lo è anche ogni suo ramo, e così via, avvicinandosi, fino alle singole foglie e al sistema delle venature che le alimentano.
Al contrario la forma degli oggetti artificiali è semplice, si rifà alle forme astratte della geometria e per questo tali forme sono tutte esattamente riproducibili. Così una sfera rappresenta approssima-tivamente la chioma di un albero ma rappresenta esattamente una palla da biliardo.

2 - I MATERIALI E LA SUPERFICIE ESTERNA
La natura è fatta di materiali non omogenei, diversi da punto a punto sia al loro interno che alla loro superficie.
L’uomo, al contrario, fa passare i materiali naturali “attraverso il fuoco” e ne ricava materiali ar-tificiali omogenei al loro interno e uniformi alla loro superficie: il vetro dalla sabbia, il metallo dalle rocce, la lucida ceramica dalla terra, la plastica dal petrolio. Così gli oggetti artificiali sono geome-trici, semplici e riproducibili, uniformi all’interno e all’esterno.

L’uomo, nei millenni, è passato da un habitat quasi totalmente naturale a un habitat, l’attuale, quasi totalmente artificiale, e ha cercato costantemente di costruire luoghi, i giardini, in cui l’estraneità spesso ostile della natura fosse addomesticata a un ordine familiare e dominabile, in una sintesi armoniosa tra oggetto contemplato e soggetto contemplante.
Così il giardino arabo (valga per tutti l’esempio dell’Alhambra) rappresenta l’oasi murata in cui l’acqua che scorre fa da colonna sonora a di uno stato di felice sospensione dalle fatiche e dai dolori del vivere, relegati al di là del recinto.
Così il chiostro dell’Abbazia medievale e l’hortus conclusus, il giardino delle delizie, sono giardini introversi, diffidenti verso il mondo esterno, dove il piacere dei profumi si unisce al piacere della vista delle essenze coltivate.
All’opposto, quando in Inghilterra nasce la Rivoluzione industriale e, fin dalla fine del Settecento, fa esplodere le città creando caos, inquinamento, immensi suburbi e diffusa criminalità, l’uomo guarda alla natura esterna non più con ostilità e paura, ma con la nostalgia per un paradiso perduto.
Così nasce il giardino naturale all’Inglese, in cui minimo è l’intervento dell’uomo, e sulla scia di questa impostazione nascono nell’Ottocento tutti i parchi pubblici, naturalistici, delle città e così ogni piccolo giardino suburbano di villetta o di casa a schiera verrà realizzato con questa impronta naturalistica.
Giardino quindi come sintesi equilibrata tra due poli contrapposti: il Naturale e l’Artificiale.

* * *

Ma noi sappiamo che la Modernità spesso tende a distruggere ogni armonioso equilibrio. L’abbiamo visto con le architetture decostruttiviste delle Archistar, che distruggono volutamente ogni punto fermo, ogni riferimento tradizionale, ogni istinto naturale con cui l’uomo si era da sempre posto di fronte agli edifici.
Quello che sta succedendo in Architettura va succedendo, nella più grande scala, anche nel rapporto uomo natura, nel rapporto tra il costruito e il paesaggio, tra il Naturale e l’Artificiale?
E’ da tempo che si sono poste le premesse per distruggere quell’equilibrio, che si sta operando per stravolgerlo totalmente, per ridurre la natura a corpo vile, del tutto sottoposto all’arbitrio dell’astratto artificio.
E’ da tempo che vengono costruiti giardini in cui materiali e forme astratte predominano sulla polarità del Naturale.
Due esempi tra mille.
I giardini della Biblioteca nazionale di Parigi.Qui l’arte topiaria è rivisitata in maniera da geometrizzare le piante di bosso ingabbiandole in grate metalliche che le imprigionano e le costringono in forma di parallelepipedo, e lì accanto alberi di alto fusto, piantati in un cortile buio, che non ce la farebbero a salire fino alla luce e a stare ritti da soli, vengono tenuti in piedi da collari di ferro e tiranti di ferro solidamente agganciati alle strutture circostanti.
La commistione, il connubio tra la pianta naturale e il freddo, artificiale metallo è indecorosamente consumata fino in fondo. La volontà di far prevalere l’artificiale è chiaramente manifestata.Un altro esempio di questa violenza si trova in un recente giardino realizzato davanti alla Venarìa reale di Torino, dove, è un esempio tra i molti, si fa scempio di questa pianta, costringendola a passare sotto il giogo di un grosso macigno, non si sa bene con quale intento artistico se non quello di suscitare una reazione istintiva di pena e di compassione.
C’è dunque una tendenza attuale, nell’arte dei giardini, a spostare quell’equilibrio tra natura e artificio, togliendo del tutto alla natura la sua autonomia, a un livello che gli autori dei giardini più costruiti, dall’Alhambra ai costruttori dei giardini all’Italiana, mai si sarebbero mai immaginato.

Ma il precursore di questa operazione di squilibrio nel rapporto tra uomo e natura è il Bulgaro Christo Javacheff, che ha realizzato effimere ma gigantesche installazioni aventi le precipue caratte-ristiche dell’artificialità (plastiche coloratissime in forme geometriche), inserendole in paesaggi il più naturali possibile. Non è più l’equilibrio del giardino, ma è l’artificio che entra a gamba tesa in mezzo alla natura, negandola nella sua stessa essenza.
Il 9 ottobre 1991, all’alba, 1880 operai aprirono 3.100 ombrelloni distribuiti in varie maniere lungo una linea ideale dal Giappone alla California. Ogni ombrellone misurava 6 metri di altezza e circa 9 metri di diametro. L’installazione è durata 18 giorni.Surrounded Islands sono undici isolotti della Biscayne Bay nei pressi di Miami, che nel 1983 sono stati circondati da 60 ettari di tessuto di polipropilene rosa, galleggiante sull’acqua. L’installazione è durata 15 giorni.

Sono operazioni che creano un effetto di straneamento, di dissonanza e di disagio perché non siamo più di fronte al processo dialettico fin qui descritto: Tesi la natura, antitesi l’artificiale, sintesi il giardino. Qui uno dei due poli, la natura, viene negato nella sua essenza. Quelle gonnelline di plastica rosa che circondano le undici isole di un arcipelago sono lì per negare autonomia all’altro da noi, a ciò che non è artificiale. Queste opere riducono la natura a corpo vile, manipolabile, disponibile come si vuole all’invasione dell’artificiale, sono un primo passo per modificare il nostro rapporto e la nostra percezione della natura.

* * *
Le installazioni verranno smantellate ma il gesto è compiuto, un tabù si è rotto e si è dato un esempio.
Si è stabilito che, per una legittima creazione artistica (la “Land Art”), si possono posizionare in un ambiente assolutamente naturale una fila di oggetti seriali, tutti uguali, ognuno identico all’altro, quindi di produzione industriale, di grandezza spropositata e di forma semplice, geometrica, aventi una superficie esterna liscia, uniforme, e una colorazione omogenea artificiale.

* * *

Se questi oggetti seriali, invece che un paio di settimane si lasciano lì un paio di secoli, ecco che ho fatto la descrizione di un crinale costellato di pale eoliche...

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Mentre sono d'accordo sul fatto che gli elementi naturali non vadano artatamente assoggettati a pratiche contro-natura (anche se qui sarebbe d'obbligo aprire un discorso sul giardino all'italiana) come nel caso del povero albero della Venaria o di altri tristi esempi di violenza gratuita, sono in completo disaccordo sulla lettura che Rupi dà dell'opera di Christo Javacheff.
I suoi celebri impacchettamenti, le scenografiche operazioni di land art vogliono, al contrario di quanto afferma Rupi, essere un invito alla conservazione di monumenti, opere ed ambienti attraverso un ironico espediente con il quale esprimere dissenso verso una società dei consumi che tende ad assegnare maggior valore al contenente piuttosto che al contenuto, una società intellettualmente superficiale per la quale l'architettura, quella costruita dall'uomo e quella ambientale, generata dalla natura, intese come strutture entro le quali l'uomo vive ed agisce, sono una realtà che generalmente viene data per scontata e quindi sottovalutata.
Christo ci obbliga a guardarla con occhi nuovi quando la esclude alla nostra fruizione, la impacchetta, la copre o la altera celandola al nostro sguardo o alla normale fruizione e, paradossalmente, mettendola in risalto attraverso un processo negativo che ci obbliga ad interrogarci sulla mancanza, la privazione, la sparizione, il contrario dell'apparenza.

La sottigliezza del gioco di Christo è tutta qui, nella differenza fra ciò che non esiste e ciò che sappiamo esistere, ma che ci è negato di vedere o di vedere nella sua condizione reale: la chiave di lettura di un procedimento artistico siffatto è chiaramente, inequivocabilmente ed inevitabilmente concettuale, non vi è alcun interesse per la forma definita, la rappresentazione effimera e provvisoria ha valore in sè, non è nelle intenzioni dell'artista produrre alcunchè se non documentare a posteriori che qualcosa è avvenuto, inducendo ad immaginare ciò che sta dietro a quell'impacchettamento o a quella artificiale trasformazione e che, momentaneamente, è stato sottratto alle nostre normali percezioni.
L'esperimenti da laboratorio messo in atto da Christo riproducendo artatamente la perdita o l'alterazione di una realtà della quale ci obbliga a ricostruire il ricordo, impone all'osservatore un condizionamento transitorio che induce a riflettere sul legame organico e simbiotico tra l'uomo e l'ambiente, tra l'individuo ed il suo contesto, a riconoscere l'indissolubilità di un rapporto di reciproco condizionamento che deve rispettare le esigenze di entrambi: un messaggio simbolico, un gesto appropriativo che equivale all'affermazione di una libertà negata e per questo ancora più preziosa.

Vilma

Anonimo ha detto...

L'autore del Post Giulio Rupi risponde a Vilma.
Le parole di Vilma sul significato delle operazioni di Land Art di Christo sono musica per le mie orecchie.
Le installazioni di Christo, dice Vilma, sono intese a stravolgere provvisoriamente un rapporto simbolico tra l'uomo e l'ambiente, con lo scopo di farci riflettere sull'indissolubilità di questo rapporto attraverso la sua temporanea negazione.
Ma se questo è vero, come probabilmente è vero, le PALE EOLICHE che costellano un crinale hanno le stesse, identiche caratteristiche delle installazioni di Land Art di Christo e quindi REALIZZANO, in maniera non concettuale ma REALE, DEFINITIVA e IRREVERSIBILE, la negazione e la sparizione di quella simbiosi tra l'uomo e la natura da cui Christo voleva metterci in guardia con le sue effimere quanto ironiche provocazioni.
Giulio Rupi

Anonimo ha detto...

A Giulio Rupi.
Non è possibile sostenere che "le PALE EOLICHE che costellano un crinale hanno le stesse, identiche caratteristiche delle installazioni di Land Art di Christo"
Esse sono infatti, come lei rileva (con una piccola contraddizione), reali definitive ed irreversibili, differenza tutt'altro che irrilevante rispetto alla provvisorietà delle realizzazioni temporanee di Christo. Tutte le operazioni di land art, infatti, anche le più invasive, come ad esempio la "Spiral Jetty" di Robert Smithson, sono realizzazioni effimere tese a sperimentare per un breve arco di tempo una nuova percezione della scala di rapporti tra uomo, spazio e natura: come scrive Gillo Dorfles,"non in modo edonistico e ornamentale ma per quello che potremmo definire una presa di coscienza dell'intervento dell'uomo su elementi che presentano un ordine naturale e che, da tale intervento, sono sconvolti ed incrinati".
E non parlava di pale eoliche!

Saluti
Vilma

Biz ha detto...

Discorso di enorme complessità, quello del paesaggio.
Mi piace fare l'avvocato del diavolo, in questo caso.

Se si ragionasse sul paesaggio in termini di mera conservazione, non avremmo gli agrumi in Sicilia (importati dagli arabi).
E chi potrebbe dire che gli agrumi non fanno parte del paesaggio della Sicilia?
E' lì che si apre la questione, difficile ... qual'è il punto, come discernere, quando la trasformazione del paesaggio (che è sempre avvenuta storicamente) è tollerabile, e quando no?

Biz ha detto...

Vorrei aggiungere una cosa personale.
Mi è capitato, negli ultimi anni di fare qualche intervento di giardini e paesaggi, un settore che mi interessa.
Anche perchè, ed è questo che volevo dire, quando progetto e penso a vegetazione, alberi, movimenti di terra che poi diventeranno prati e colline, acqua, fontane ecc. mi sento meglio, più sereno, di quando penso a calcestruzzo armato, acciaio, ecc.
E' forse la materia viva che ci fa istintivamente piacere, contro la materia inerte?
Penso di si.

Prima della rivoluzione industriale, la natura era sempre più forte dell'uomo.
Sicchè le costruzioni umane, le strutturazioni umane della natura erano un riparo, un conforto, una necessità.
Tra l'altro, queste costruzioni, erano così più integrate: attento studio del luogo, scelta del più opportuno in termini di salubrità, ecc. Costruzioni poco "minerali": uso di legno, mattoni (argilla cotta), terra cruda, paglia ecc.)

Le cose sono poi cambiate: crescente "mineralizzazione" delle case; infrastrutturazione dura del territorio, dominio apparentemente completo della natura (che diventa così, da oggetto di timore, necessaria ma ostile, ad oggetto di salvaguardia).

Quindi, deve cambiare totalmente l'approccio delle trasformazioni territoriali (infrastruttura e architettura).
Trovare un nuovo modo, nuovi e antichi materiali, che facciano si che i manufatti siano natura trasformata (da natura naturans umana), e non "anti-natura".

Pietro Pagliardini ha detto...

biz, che la natura come si presenta oggi ai nostri occhi sia il frutto del lavoro dell'uomo non c'è alcun dubbio. Ci riferiamo ovviamente al nostro paesaggio e a quello europeo, non al deserto di sale degli USA. Come intervenire, ti domandi giustamente: gli uliveti terrazzati hanno cambiato non solo il paesaggio ma la geografia stessa dei luoghi e oggi noi cosa dobbiamo fare? Se abbiamo bisogno di coltivare l'ulivo in altro modo, cioè con i mezzi agricoli, dobbiamo togliere i terrazzamenti e spianare tutto (come già abbiamo fatto in gran parte)? Io credo che ormai la nostra visione storicista non possa indurci che alla conservazione di quelle parti di paesaggio che riconosciamo essere capolavori assoluti del rapporto tra uomo e natura. In questo senso mi è piaciuta molto un'intervista al sindaco di Assisi che, in occasione della cessione del bosco di San Francesco al FAI, ha dichiarato apertamente che vi sono paesaggi che devono diventare veri e propri "parchi", zone cioè protette, tutelate e coltivate come tali. Con quali fondi, dirai te. Con quelli che l'Europa destina inutilmente all'agricoltura, con ciò impedendo la crescita e lo sviluppo di quella dei paesi poveri. Certamente perderanno la funzione originaria di terreno di produzione agricola ma non perderanno la loro funzione economica perchè contribuiranno a farci apprezzare nel mondo ancora di più, se possibile, per le nostre enormi ricchezze artistiche, di cui il paesaggio è parte integrante e quindi avranno ricadute economiche positive. Mi sembra che sia una formula economica da paese post-agricolo e post-industriale e molto, molto in linea con il nostro sistema economico.
D'altronde la maggior parte dei musei non sono nati come musei ma come ricche residenze, palazzi pubblici e altro.
Questa proposta del sindaco non va vista in negativo, come fosse la fine della storia: è solo un'altra storia.
saluti
Piero

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