Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


24 ottobre 2008

PERIFERIE E ARCHISTAR

Pietro Pagliardini

Un amico, proprio in quanto amico, mi cita nel suo nuovo blog “Riconosciuto”.

L’autore è persona gentile e non ricorre ai toni forti e spicciativi cui io faccio spesso ricorso; e infatti dice che io sostengo “la necessità di evitare certi eccessi del modernismo nella costruzione di città, edifici e opere di architettura”. Lo ringrazio molto per aver fatto apparire un po’ più gentile anche me.

Il fatto è che parlare di Archistar , stare a farne l’analisi linguistica, giudicarne la sapienza nell’uso di questo o quel materiale, valutarle in relazione ad altri suoi colleghi come se si trattasse di una cosa seria, proprio, non me la sento. E’ chiaro che anch’io so riconoscere e talvolta perfino apprezzare quel qualcosa di buono che c’è in ognuno dei progetti di quei signori che non sono affatto incapaci, anzi, sono molto capaci perché sanno piegare la tecnica ai loro desideri, hanno la fantasia di creare nuove “forme” e hanno studi professionali poderosi, organizzati ed efficienti, posseggono la dote di saper descrivere e pubblicizzare il proprio lavoro con metodi di tipo industriale e linguaggio immaginifico degno dei migliori pubblicitari, e molte altre.

L’oggetto di questo post sono però le periferie quindi trascuriamo per un po’ le Archistar (il cui nome comincia in realtà a diventarmi monotono ma non so e non voglio coniarne un altro adatto).
In molti commenti e in altri blog ricorre spesso il seguente Leitmotif: “Perché parlare di Archistar che producono solo l’uno per mille, e anche meno, del costruito totale? Non sono poi così importanti”. E poi segue la fatidica frase: “Altri sono i problemi (chissà perché, i problemi sono sempre “altri”) ad esempio le periferie”.

L’ultimo in ordine di tempo a lasciare un commento simile è stato Salvatore D’Agostino, autore di Wilfing Architettura, il quale sostiene, con qualche ragione, che la parola periferia è sbagliata perché la periferia è una città-altra.

Facciamo un’analisi linguistica:

Città-altra (o altra città)

In questa definizione di quella che generalmente chiamiamo periferia sembra non vi sia un giudizio di merito, è un’espressione che vorrebbe essere oggettiva, fatta per capirsi e per non confonderla con la città storica. Intanto, se questo è il motivo tanto varrebbe chiamarla città non storica; ma sono certo che qualcuno obietterebbe che andrebbe fissato il limite temporale o spaziale per cui una città diventa non-storica (agli architetti, e anche a me, piace sempre cavillare). Quello di essere compresa entro le mura, esistenti o abbattute che siano, non è elemento dirimente perché esistono parti di città storica anche oltre le mura. Troppo complicato, non ne so venire a capo. Resta il fatto che città-altra come espressione è troppo di tipo convegnistico, fa troppo architetto, è troppo concettuale insomma. Una cosa è però sicura: chiamare le periferie come città-altre significa attribuire alle periferie la dignità di città, e questo non mi piace, in linea generale.

Periferia

Questa definizione connota ormai nel linguaggio comune un giudizio di merito negativo, una sorta di marchio d’infamia. Chi abita in periferia, se tanto tanto c’è un po’ di verde intorno dice pudicamente di abitare “in campagna” e usa periferia solo se strettamente necessario. Un po’ come coloro che comprano una casa a schiera (in periferia) e poi dicono: “Ho comprato una villetta”. Fanno bene a dirlo perché hanno speso soldi e hanno il diritto di essere orgogliosi del loro acquisto. Periferia è troppo ampio e generico, perché esistono tanti tipi diversi di periferie, ma è parola ormai largamente diffusa e se gli architetti vogliono (lo vogliono?) parlare con la gente è inutile andare ad inventarne altre e poi in questa parola c’è la consapevolezza che la periferia è una non-città e anche una non-campagna (a parte le pietose bugie di cui sopra).
Chiusa la parentesi linguistica.

Dicevo che ci sono tanti tipi di periferia, diverse per composizione sociale dei suoi abitanti, per tipologie edilizie, per dotazione di servizi e attrezzature pubbliche e private, per lontananza o prossimità dal centro e/o dai mezzi di trasporto pubblici. Vi sono le periferie “virtuose” dei PEEP, quelle che hanno dato casa a prezzi bassi ai meno abbienti, e periferie cattive, quelle della più bieca speculazione edilizia, naturalmente più virulenta nelle grandi città, dove il controllo sociale è stato sicuramente più debole. Vi sono anche le periferie abusive, non necessariamente le peggiori. E poi esistono le periferie di livello alto, per posizione geografica e qualità apparente o reale delle costruzioni e delle tipologie edilizie.

Insomma, ve ne sono di ogni tipo, tanto da sembrare difficile abbracciarle tutte con un’unica parola e da far sorgere il dubbio che D’Agostino abbia ragione a volerle chiamare con un altro nome.

E invece no, esiste almeno un elemento che tutte le unisce e le accomuna e che consente di appiccicare loro quel termine dispregiativo e di non poterle chiamare città-altre, tantomeno città: "la monofunzione residenziale".

Tutte le periferie, di lusso o degradate, a ville o a torri, di edilizia pubblica o dei palazzinari, sono state progettate, approvate, realizzate, vissute nella totale mancanza di altre funzioni che non siano il solo risiedere. Ciò indipendentemente dalla presenza in zona di un ufficio postale o di una farmacia (ufficio postale e farmacia sono state ritenute, per anni, elementi capaci, da soli, di conferire dignità di cittadini a coloro che vivevano in periferia!)o di altri servizi.
I piani terra delle abitazioni sono pilotis, o simulacri di essi alti m. 2.40, garages, abitazioni a piano rialzato, tutto meno che attività di commercio, di artigianato, di servizio.

La zonizzazione selvaggia è stata, e continua ad esserlo, una scelta consapevole, anche se scellerata, di una cultura urbanistica che affonda le proprie radici prima di tutto in Le Corbusier e nel l’incubo della sua Ville Radieuse, nella città immaginata e teorizzata come una macchina, con funzioni rigidamente separate e distinte.
Stralci della Carta d’Atene:

I punti chiave dell’urbanistica consistono nelle quattro funzioni: abitare, lavorare, ricrearsi (nel tempo libero), circolare.

I piani determineranno la struttura di ciascuno dei settori attribuiti alle quattro funzioni chiave e fisseranno la loro rispettiva ubicazione nell’insieme.

Il ciclo delle funzioni quotidiane: abitare, lavorare, ricrearsi (recuperare) sarà regolato dall’urbanistica con la più rigorosa economia di tempo, considerando l’abitazione al centro delle preoccupazioni urbanistiche e quale punto di partenza di ogni valutazione”.


La parcellizzazione delle funzioni trova qui la sua istituzionalizzazione, evidentemente al termine di un processo culturale durato anni, ed è teorizzata come una regola assoluta senza possibilità di deroghe. Una visione della società che mette l’urbanistica, e perciò l’architetto, al centro delle scelte del piano. Perfino la scansione del tempo è regolato dal piano urbanistico che acquista in tal modo quello status di pervasività nella vita dei cittadini che è entrato a far parte del bagaglio culturale di base dell’architetto. In queste poche righe, e nel movimento che vi sta dietro, c’è tutta la visione urbanistica della seconda metà del secolo scorso, che ancora continua e che ha contribuito a consegnarci quelle non-città che sono le periferie.
Una visione che, letta oggi, sembra il frutto di una mentalità da Grande Fratello orwelliano.

Per inciso, la legge urbanistica della Regione Toscana prevede che lo strumento urbanistico generale disciplini anche le cosiddette trasformazioni non materiali tra cui rientrano anche “la competenza del comune in materia di orari e la distribuzione e localizzazione delle funzioni”. Questo vizio di entrare nella vita degli altri è duro a morire, come è dura a morire l’idea di regolamentare le “funzioni”, decidendo dove debbano essere collocate.

La prosa stessa della Carta d’Atene ha un tono inquietante e imperativo, quasi la lettura di un regolamento all’ingresso in caserma: ordine, efficienza, economia. Ironia della sorte: nella Storia dell'Architettura Moderna di Leonardo Benevolo, alla fine di questi brani della Carta di Atene c’è un fotogramma del film Metropolis messo con l’intenzione di rappresentare l’avanzata e il dilagare dei regimi totalitari in Europa al tempo della Carta stessa ma che, letta oggi, potrebbe essere il commento amaro alla Carta stessa.
Adesso alcuni brani da Urbanistica, di Le Corbusier:

"Le grandi città sono nate sui grandi nodi ferroviari. In altri tempi l’ingresso in città avveniva attraverso le porte delle mura; i carri e la folla dei pedoni si disperdevano lungo il tragitto per raggiungere il cetro, dove non vi era alcuna causa d’ingorghi. La ferrovia comportò la costruzione di stazioni al centro di grandi città. Questa zona è quella più solcata dalle strade più strette, e qui si riversa la folla. Qualcuno dirà: trasferiamo le stazioni alla periferia. La statistica risponde: no, gli affari esigono che alle 9 del mattino centinaia di migliaia di viaggiatori siano scaricati in pochi istanti proprio al centro della città, dove, sempre in base alle statistiche, ferve l’attività. Qui si denuncia pertanto l’esigenza di aprire vie molto larghe. Bisogna dunque demolire il centro. Se vogliamo che la città sopravviva, dobbiamo costruirle un nuovo centro.
Omissis
LA STRADA: La strada attuale non è altro che la terra che calpestiamo tutti i giorni, su cui è stato steso un manto di lastricato, e sotto la quale abbiamo costruito qualche metropolitana.
La strada moderna è un organismo nuovo, una specie di fabbrica sviluppata in lunghezza, magazzino areato dove si raccolgono molti organi complessi e delicati (le varie opere di canalizzazione).
Omissis
La strada corridoio non deve essere più ammessa, poiché appesta le case che la fiancheggiano e determina la formazione di cortili chiusi".


Dunque l’intenzione dichiarata non è solo fare tabula rasa delle regole architettoniche classiche ma anche azzerare la città, fino alla distruzione del centro per rinnovarla totalmente in una logica in cui l’igiene e la funzionalità sono solo i paraventi di una cultura totalizzante e utopica che porta fino alla dichiarazione paradossale e parossistica di demolire il centro.

Le periferie come noi le conosciamo sono dunque il frutto di questa furia ideologica distruttiva e poco conta che nella sua applicazione sia ulteriormente scaduta di livello a causa degli effetti della speculazione edilizia e della scarsa qualità progettuale.

Una nota di allegria: conosco un architetto,tecnico comunale, che chiede la verifica dei cortili anche tra due fabbricati posti sui lati opposti della strada. Ha evidentemente assimilato bene questo libro!

Io so di usare spesso espressioni esagerate e poco adatte al linguaggio della critica architettonica che, invece, deve inquadrare il fenomeno culturale nel suo contesto storico e politico e deve fare sottili distinguo valutando quali siano anche gli aspetti positivi di certa ricerca; ma io non sono un critico, ovviamente, e mi piace mettere in evidenza gli effetti più evidenti e devastanti di un’idea che ha fatto esplodere la città in agglomerati informi e che, soprattutto, hanno modificato il pensiero stesso di coloro che sono deputati a costruirla, cioè gli architetti.

Quanti di loro oggi sanno che una città ha come elemento generatore la strada ai bordi della quale nascono edifici nei quali si svolgono una pluralità di attività e non solo quella del dormire e mangiare e riposarsi ma anche attività commerciali, produttive, servizi e che, se si confinano queste attività in luoghi specializzati la città si disintegra perché perde le connessioni vitali che sono possibili con una moltitudine di collegamenti a rete tali da offrire scelte diverse, piuttosto che pochi collegamenti specializzati che attraversano un vuoto di residenze?

Questo è il guasto peggiore che non permette di recuperare i danni fatti e persevera nel commetterne altri.
Per questo, con tutto il rispetto per il suo indiscutibile genio, considero Le Corbusier un cattivo maestro e il padre di tutti i cattivi maestri che l’hanno seguito e che da lui hanno imparato.

E allora, cosa c’entrano le Archistar e perché accanirsi con loro se il problema è un altro?
No, il problema è lo stesso:
le Archistar, con i loro edifici-oggetto, monumenti a sé stessi, del tutto astratti dal contesto, esasperano l’idea dell’inesistenza della città, rendono periferia ogni luogo in cui costruiscono, completano l’opera di distruggere il centro, come indicato nella Carta di Atene e sono i nuovi cattivi maestri che stimolano altri architetti all’imitazione e alla moltiplicazione dei danni.
Con questo credo di aver risposto, a modo mio, alla domanda di Salvatore D’Agostino.

Concludo con un’informazione sulla foto in testa: quelle foto, ricavate dall’impagabile Visual Earth, non sono di città italiane ma di città spagnole. Questo in perfida polemica con tutti quei colleghi che spesso portano ad esempio la Spagna come esempio di grande architettura.
Ho impiegato veramente poco tempo a trovarle anche se, devo ammettere, in Italia avrei fatto molto prima.

11 commenti:

Anonimo ha detto...

In attesa dei discorsi seri mettiamo un pò di musica di sottofondo?

E io che pensavo fosse la periferia il punto in cui si stabilisce il limite esterno fra una forma e l'altra; solo un questione geometrica per me?
Allora dico cosa mi viene dal cuore come definizione di "periferia": essa è il punto in cui cominci a rilassarti, le code finiscono, gli alberi si intravedono e poi si affollano, riconosci le case di chi conosci, trovi la "tua" strada e arrivi infine dove sei accolto.

Anonimo ha detto...

Oggi mi pare si tenda in realtà ad operare uno spostamento del termine periferia dalla sua concezione strettamente fisico-geografica verso una più variegata concezione che tenga conto del suo essere una sorta di territorio di confine in continua ridefinizione, una realtà vitale e mutevole dove l’abitare determina la condizione del vivere e del crescere. L’opposizione centro-periferia è sempre meno geografica e sempre più esistenziale, implicante sia il concetto di abitare che di risiedere, condizione nella quale vengono meno le attribuzioni sociali e comunitarie dell’atto dell’abitare (Ivan Illich dice che abitare è un’arte).
La concezione urbanistica gerarchica che vuole il centro della città ‘superiore’ (qualitativamente, storicamente, culturalmente ecc.) rispetto alla periferia è sempre più inadeguata a riconoscere e capire le grandi trasformazioni sociali in atto e l’emergere di un generalizzato desiderio di appartenenza ai luoghi non più appannaggio solo degli abitanti del centro: il quale nel frattempo ha perso molte delle connotazioni che lo qualificavano come tale, svuotandosi proprio di quelle “attività commerciali, produttive, servizi “ che oggi non garantiscono più adeguati ritorni economici a chi le pratica.
Oggi i centri, specie delle grandi città, non costituiscono più intoccabili standard tipologici in base ai quali parametrare e valutare le periferie, poiché questa ultime sono detentrici di una serie di specificità assai più consone a interpretare i moderni processi economici, sociali, culturali in gran parte indotti dalla globalizzazione, mettendo in crisi il tradizionale schema binario centro-periferia.

Il binomio centro-periferia, una delle tante antinomie spaziali quali dentro/fuori, su/giù, vicino/lontano che partono dall’esperienza del nostro corpo fenomenologico (ricordo vari post del tuo blog sulla città come organismo), ha stabilito un canone, una scala di valori, una sorta ‘mappa dell’immaginario culturale’ che fanno parte di un progetto più generale di gestione del territorio: costantemente parametrata ad una rappresentazione del centro cristalizzata in un immutabile passato la periferia esiste in quanto oggetto di intervento e regolamentazione ‘ad immagine di’.
Superato questo confronto, la periferia, simbolo della diversità, dell’attraversamento di una frontiera, dell’esplorazione dell’ignoto, diviene metafora di un moderno modo di essere uomini ed abitanti, proiettando sul territorio altre rappresentazioni di sé.

Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma, credo di capire cosa intendi per concezione più esistenziale del rapporto centro-periferia e credo anche che, in buona parte e specialmente, anzi quasi esclusivamente, ragionando di aree metropolitane sia quasi inevitabile che avvenga quanto tu dici. Penso a quei luoghi privi di forma adiacenti ad aree produttive o commerciali. Ma penso anche che la forma non è imposta da una concezione esistenziale quanto dal fatto che sono state imposte forme sbagliate oppure sono state lasciate al caso e chi ci vive "deve" adattare la propria "esistenza" a quelle situazioni.
Non vorrei che si confondesse la grande difficoltà, talvolta l'impossibilità, di governare la crescita delle città come se si trattasse di un valore della modernità e quindi come se quei non luoghi che sono certe periferie fossero il "naturale disegno del disordine della società" e quindi giuste.
Io vorrei sapere se gli abitanti delle banlieu sono contenti della loro condizione esistenziale o se non sono costretti ad adattarvisi creando, ad esempio, quelle che alcuni reputano forme artistiche, quali i banalissimi e tutti uguali graffiti lungo le linee ferroviarie, nei sottopassaggi, nei lunghi muri in c.a. dei rilevati stradali.
Una cosa è sicura, checché ne dicano i vari professori amanti del moderno: la pianificazione moderna ha fallito e senza appello. Il disegno della città, a parte ogni altra considerazione, è stato in Italia teorizzato, guidato e governato da architetti e amministratori che hanno applicato alla lettera la Carta di Atene. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nessuno può dire come potrebbero andare le cose se si cambiasse registro. Certi fenomeni sociali ed economici so bene che non sono controllabili ma almeno nei piccoli e medi centri un disegno o un altro possono fare la differenza.
Saluti
Piero

Salvatore D'Agostino ha detto...

Pietro,
semplifichiamo:
per te la periferia non è città;
per me la periferia è un concetto creato dai cultori della 'città storica' per non affrontare la vera sfida dell'architettura: ascoltare, capire, leggere i luoghi dove la gente vive senza visioni preconcette.
Le Corbusier, la carta di Atene sono tesi ormai buoni per delle comparazioni storiche, ma non credo siano opportuni per capire la contemporaneità.
Il dibattito, da tempo, credo e spero si sia emancipato da queste tesi, ti passo un link: http://www.shrinkingcities.com/it/ uno studio sul caso Venezia/Mestre di Philipp Oswalt.
Ti consiglio lunghe passeggiate per 'portarti intorno' ai temi della città e non nel giudizio chiuso delle quattro mura del tuo studio d'architettura.
A volte camminando si possono trovare superfetazioni geniali, luoghi vivi, giardini spontanei, bellezza, sorrisi, un bambino che cammina su una ruota della sua bicicletta, due pietre che segnano una porta di calcio, muliebrità parlanti da lasciare il fiato sospeso, un vero prete di periferia, un tappeto per le preghiere islamiche, una zona d'ombra per le chiacchiere di quattro amici attempati, una meretrice che ritorna dal suo lavoro, una coppia di uomini che si ama, ripeto, a volte ma non sempre, va da sè che bisogna saper vedere senza i pregiudizi della progettazione a 'scala umana' perché la periferia, fuori dai dibattiti condominiali degli architetti, è una città viva.
Salvatore D'Agostino

Pietro Pagliardini ha detto...

Caro Salvatore, andrò a passeggiare come mi consigli te. Però un minimo di esperienza personale, cioè non come architetto, ce l'ho perché io vivo in periferia, anzi in una frazione che di fatto è una periferia. Io vivo in una di quelle "villette" di cui parlo nel post, cioè in un "terra-tetto", come si dice in gergo immobiliaristico, in una schiera, con un giardino davanti e uno dietro. Il mio giardino può presentare anche quelle sorprese di cui parli: ho la voliera per gli uccelli, i miei gatti sempre di guardia, vedo il cambio delle stagioni nelle piante. Sono sufficientemente contento della mia casa: ho tanto di quello spazio e soprattutto di quelle stanze che una casa in centro capace di garantirmi le stesse "comodità" richiederebbe un patrimonio. E poi i miei figli, che sono conservatori, non vogliono assolutamente cambiare.
Tutti i giorni faccio avanti e indietro con l'auto per portare la figlia a scuola e per andare in studio. Mia moglie idem per il lavoro. Mio figlio più grande macina chilometri per andare ad Arezzo a studiare o a cazzeggiare. Non ho mai fatto conti precisi, meglio non farli, ma penso che i trasporti incidano economicamente per non meno di 15.000 euro annui.
Mi ritengo un privilegiato perché possiedo un piccolo appartamento in città che ci consente di non fare i pendolari all'ora di pranzo. Altra casa aperta e relativi costi.
Tutto questo in una città di soli 90.000 abitanti!
Non ti racconto tutto questo per farti sapere i fatti miei ma per dirti che ho titolo, come semplice cittadino, a parlare del fenomeno periferia. Certo, non del fenomeno periferia di Milano o Roma o Napoli o Genova, o Torino. Credi però che quelle siano migliori?
Quando torno a casa, ripeto, ho tutte le mie "comodità" ma io non vivo in un luogo, vivo in una casa comoda in un posto qualsiasi, lungo una strada qualsiasi che non è una strada ma un parcheggio di auto. Il sabato e la domenica è un luogo tranquillo in cui riposarsi ma se voglio godere di qualche relazione sociale devo montare in auto e farmi 6 chilometri andata e 6 al ritorno. Che saranno mai 6 chilometri! Niente, non sono niente,...per l'auto.
Ma si parla di una città di 90.000 abitanti.
La bellezza che tu riesci a trovare nella periferia è molto positiva ma è molto "esistenziale", come dice anche Vilma. E' bello trovare il bello anche nelle cose brutte, ma dipende dalle persone non dalle cose in sé, che sono brutte.
Dimenticavo una cosa: nel tragitto avanti e indietro passo anche da qualche altro quartiere o zona periferica e, credimi, non sono riuscito a trovare granché di bello nemmeno lì, con tutto che ad Arezzo le cose siano andate in modo migliore che in altre città toscane.
Comunque passeggerò anche nelle periferie di Firenze,a Novoli, a Rifredi, a Sesto, a Rovezzano e proverò a trovarci qualcosa di buono. Se lo trovo te lo farò sapere.
Saluti
Piero

Anonimo ha detto...

"Io vorrei sapere se gli abitanti delle banlieu sono contenti della loro condizione esistenziale o se non sono costretti ad adattarvisi creando, ad esempio, quelle che alcuni reputano forme artistiche, quali i banalissimi e tutti uguali graffiti lungo le linee ferroviarie, nei sottopassaggi, nei lunghi muri in c.a. dei rilevati stradali.", così scrivi, Pietro, in un commento di questo post.
Quei banalissimi graffiti sono il modo, forse l'unico, che i residenti delle banlieu possono mettere in atto per appropriarsi del territorio in cui sono costretti ad adattarsi, quei graffiti sono pratiche semio-linguistiche molto eloquenti ed il writing rappresenta, specie per i giovani, un insostituibile mezzo per veicolare precisi messaggi, il più delle volte cifrati, per manifestare una propria creatività, le opinioni, le proteste, l'identità, l'appartenenza ad un gruppo, ed in seconda battuta ad un territorio del quale, anche inconsapevolmente, aspirano a diventare 'abitanti'.
D'altra parte la pratica di apporre segni sui muri ha radici antichissime, parte da quando, sulle pareti di una caverna nei pressi di Altamira, circa 20.000 anni fa, una mano primitiva disegnò con fanghiglia color ocra rudimentali figure di bisonti, uomini e cervi, allora per abitare (habere) una caverna, oggi diventata i "muri in c.a. dei rilevati stradali."
Per favore, non chiamarli "banalissimi e tutti uguali graffiti ", forse non avranno sempre un significato artistico, ma senz'altro umano.
Parlano, bisognerebbe ascoltarli.
Ciao
Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

Vilma, i graffiti sono diventati ormai istituzionalizzati tant'è che nella mia città l'Assessore alla cultura di turno ha concesso un muro di un sottopassaggio e ha organizzato un happening per dipingere.
Ora io credo che esistano scale di valori senza le quali si perde un elemento essenziale del nostro pensiero occidentale e cioè le categorie. Queste consentono di classificare la realtà in base a caratteristiche comuni. Due di queste credo siano anche il bello e il brutto, cioè una scala di valori estetici di merito. So bene che oggi ciò che sembra contare di più è l'espressione rispetto alla forma, e tutto è considerato arte ma io sono terribilmente vecchio, e continuo a credere che la forma, cioè l'oggetto reale, conti più dell'espressione, cioè l'intenzione che c'è dietro, il contenuto.
Uno dei libri di critica d'arte che ho apprezzato di più, anche se terribilmente fazioso, addirittura più di me, è di Matteo Marangoni, Come si guarda un quadro. In un periodo giovanile fortemente impegnato, dopo una sfilata di cineforum con film ungheresi e brasiliani, che dicevano essere molto belli, tipo la corazzata Potiemkin, leggere che un'opera d'arte si giudica con valori intrinsechi e non contenutistici, mi rimise le idee apposto.
Saluti
Piero

Pilia Emmanuele ha detto...

La questione che poni è spinosa e necessita di analisi approfondite. Giustamnete dici che la periferia non è una non città, nemmeno una città, è semplicemente periferia. Però questo impone, e credo sia questo il parere di Salvatore, di per lo meno fare un distinguo tra le periferie di basso profilo, completamente deurbanizzate impossibilitate nella loro forma di creare uno spazio, da altre periferie pianficate per somigliare ad un qualcosa che possiamo aggettivare con "urbano". In effetti mi trovo in una posizione a metà tra te e Salvatore: da una parte trovo riduttivo non considerare le potenzialità del /noncentro/, dall'altra come ricorda Vilma nel commento, vi è bisogno di capire che i "corviali" sono semplicemente esperimenti falliti. D'altra parte la città deve, come con molta retorica si dice, riappropriarsi di quei brani che si è lasciata scappare. Anche perchè, quella che oggi era centro storico, un tempo magari era periferia di chissà cosa. A Roma ci sono milioni di esempi su questo tipo di cose. Sfido io a paragonare quartieri residenziali di medio borgo a quelli popolari...
Semplicemente bisogna iniziare a studiare le cose per quello che sono, evitando i modelli, nuovi o tradizionali che siano...

PS: Le Corbusier Urbanista non era troppo distante dai principi Rinascimentali. Anzi...

Pietro Pagliardini ha detto...

Peja, certamente che esistono tante periferie e tante anche nella stessa città e tra tante ce ne sono anche di virtuose. Ma questo non è un trattato sulle periferie, è un post su quanto di negativo vi è nella periferia in generale, che supera di gran lunga quanto vi è di positivo.
Dove voglio arrivare? Voglio arrivare a dire che la città andrebbe progettata secondo quanto indicato nel post http://regola.blogspot.com/2008/09/le-regole-esistono-leggetevi-questo.html
che io ho solo materialmente inserito nel blog ma che è frutto di una scuola e in particolare delle ricerche di Gianfranco Caniggia.
Quando un architetto è incaricato da un Amministrazione di fare il nuovo piano esistono due modi per farlo, semplificando: come fatto fino ad ora oppure seguendo quelle regole. Se si seguono quelle regole il piano viene meglio e la città nuova meglio ancora. I discorsi di carattere sociologico ad un certo punto sono a zero: ho un lapis in mano e posso fare un segno in un modo o un segno in un altro. Gli amministratori c'entrano poco, perchè a loro interessa altro. Nessuno dei due sarà perfetto, perchè tra il disegno e la sua esecuzione ci sono forze economiche e sociali che complicano tutto ma TUTTO PARTE DA QUEL SEGNO scelto dal progettista del piano.
Quindi, per me, in principio è solo questione di scelta culturale e disciplinare. Dopo viene la società. Io vedo la relazione di causa-effetto completamente ribaltata.
Lo so di non avere risolto tutto, e forse ho anche risolto poco, ma poco è meglio di niente.
saluti
Piero

Salvatore D'Agostino ha detto...

---> Pietro,
il vero crack dei nostri pensieri sta nel codice d'interpretazione che usiamo, per te vale il bello/brutto della forma, per me ha valore il processo architettonico e le sue interazioni spaziali lette senza dogmi. Una semplice questione di cosmogonia.
Comunque credo che il viaggio da te descritto sia urbano (quindi vivi in città).
Per me un campo ROM è una città, anche loro parlano, bisognerebbe ascoltarli parafrasando Vilma a proposito dei graffitari, (anche se è poco elegante citarsi) ti suggerisco un mio link: http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/06/0010-mondoblog-blu-lo-sporca-muri.html parla di ascolto/periferia/città.
Per finire ti passo un altro link questa volta non mio sulle banlieues: http://www.meltingpot.org/articolo6226.html

---> Peja,
permettimi di dissentire 'periferia' è una parola disonesta usata dai politici/costruttori/architetti/affini per non trattare il tema della città, cioè la sua urbanità o semplificando socialità che possiamo ritrovare anche in un gruppo di due/tre case.
Si parla di periferia per non affrontare i veri problemi e fare distinzioni che morfologicamente non esistono.

Salvatore D'Agostino

Pietro Pagliardini ha detto...

Benissimo: sono contento di vivere di in città e sono anche contento di attraversare la città per venire in studio. Resta, però, una brutta città.
Quel post sui graffiti l'avevo già letto a suo tempo e mi ricordo benissimo quel geniale filmato da grande comunicatore e pubblicitario. Mi pare di ricordare che fosse solo un pò troppo lungo.
Quanto al resto non c'è dubbio che resta una differenza profonda tra due posizioni che, per affinità con il gergo politico, definirei l'uno "movimentista" l'altra "storica".
E così mi sono collocato in una posizione conservatrice e istituzionale. Chissà....
Saluti
Piero

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