Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


12 settembre 2008

LE REGOLE ESISTONO: LEGGETEVI QUESTO LIBRO

Pietro Pagliardini

Ho ripreso in mano il libro “Composizione architettonica e tipologia edilizia. 1.Lettura dell’edilizia di base”, di Gianfranco Caniggia e Gian Luigi Maffei.
E’ un libro che risale al 1979, inizi della mia professione; Marsilio Editori (1) copertina rosso vivo con confuse macchie bianche, scritte nere, perfetta grafica anni di piombo post-sessantotto che trae in inganno rispetto al contenuto: poco spazio a fantasia e utopia, molto al rigore logico-scientifico.

Al tempo lo lessi in maniera superficiale e non lo apprezzai. La prosa è scontrosa e niente affatto piaciona, i contenuti, a me malato di architettura moderna, apparivano vecchi e noiosi. L’ho riletto molti anni dopo, su sollecitazione di alcuni colleghi; ho iniziato a capire e dico iniziato perché la teoria non è semplice e va studiata, più che letta.
Ne ho ricominciato la lettura un pò di tempo fa. La prosa è rimasta scontrosa, il tono severo, i caratteri tipografici non aiutano i miopi-presbiti ma questo è un testo che ogni architetto dovrebbe tenere non in biblioteca ad impolverarsi ma sul comodino, come The Holy Bible per gli evangelici, e nei momenti di esaltazione creativa, leggerselo per mettere a freno la fantasia ed essere certi che esiste ancora una teoria per l’abitare e per la città.
Nella prima parte gli autori illustrano le “Motivazioni e gli enunciati” (il libro è il risultato di un corso universitario) e scrivono:

La crisi dell’insegnamento della composizione architettonica è partecipe di una crisi ben più generalizzata, quella del modo di fare e di capire l’edilizia. Precisiamo subito che, per noi, mantiene tutta la sua validità la tradizionale separazione tra “edilizia” e “architettura”, sebbene la cultura ufficiale abbia da tempo superato tale distinzione, affermando che “tutto è architettura”. La distinzione c’è, e resta insuperabile: per noi va soltanto capovolta la tradizionale gerarchia di valori connessa a tali termini, in base alla quale l’architettura, anzi l’Architettura con la A maiuscola è degna di attenzione , di valutazione critica, di studio, e l’edilizia no.
La divisione un tempo usuale tra oggetti architettonici e oggetti edilizi, tra opere “maggiori” e “minori” sussiste, con l’avvertenza che col termine “edilizia” si deve intendere il contesto generale del costruito, che è certamente il maggior protagonista dell’ambiente antropico e della sua storia civile. Il termine “architettura” può restare riservato a quelle opere che dall’edilizia sono derivate, in seno al costruito, come “emergenze specialistiche”, da sempre legate a una meccanica di produzione connessa da presso con le classi dominanti e con le varie “culture ufficiali” impositive rispetto ai prodotti processualmente evoluti dalla base.
Omissis
E’ evidente che le nostre città non sono condizionate dalle poche opere accettate come “architettura”, ma dalle moltissime, confinate nell’anonimato dell’edilizia, la storia e i divenire della quale è sdegnata da molti dei cultori di “storia dell’architettura”, legati ai medesimi condizionamenti che fanno ancora dell’insegnamento della storia, più in generale, la storia dei personaggi, degli avvenimenti, delle guerre disinteressandosi della maggioranza dell’umanità che, pur vittima e campo dell’operatività di personaggi, avvenimenti e guerre, è l’autentica protagonista della storia dell’uomo nel suo variante e continuo produrre il proprio ambiente civile; è la storia dell’umanità che ci interessa di più, quella storia che comincia, non più sporadicamente, a comparire negli studi specializzati di storia economica e di storia sociale
”.

Questo mi sembra possa essere considerato il Manifesto di tutto il corso e di tutto il libro: tralasciando alcune considerazioni più strettamente “politiche” sulla storia in generale, a mio avviso legate al clima culturale del periodo, l’opera si pone come una sorta di contro-storia dell’architettura la cui cifra dominante è una forte impronta etica; non certo l’etica dell’architettura di cui si legge spesso nei titoli dei convegni odierni che si riduce a creativo slogan pubblicitario privo di contenuti, ma quella di chi si pone rispetto “all’ambiente antropico” con l’umiltà del ricercatore che vuole leggere e capire in base ad un progetto e per fare un progetto ma che ha però chiara la distinzione e la gerarchia tra “edilizia” e “architettura”, non potendosi comprendere l’una senza l’altra.

Il capitolo prosegue con l’enunciazione della crisi dell’architettura e dell’insegnamento della stessa e si conclude così:

Lo specchio di tali fenomeni è la personalizzazione della storia e della critica dell’architettura attuale. Non si riesce a capire più un’opera se non la si confronta con le altre del medesimo autore, all’interno della storia personale di questo, che sola riesce a “giustificare” un prodotto; né più né meno di quel che accade in pittura, dove un’opera, poniamo, di Capogrossi ha un senso solo se riferita ad altre opere dello stesso. Immensamente lontani da quel tipo di apprezzamento che possiamo ancora avere per un quadro, anonimo, del Trecento, quello che vale oggi è sempre più la firma, l’appartenenza di un’opera al mondo del suo autore.

Un edificio, come un quadro, se “anonimo”, non ha storia né possibilità di comprensione. Personalizzazione che ha ragioni antiche, certamente dal Rinascimento e prima ancora, ma al livello delle emergenze, degli edifici aulici della classe egemone, e come tale limitata a un ristretto numero di oggetti, per loro natura sopraffattivi rispetto a un panorama unitario quantitativamente dominante e attuato attraverso intenti linguistici collettivi. E’ soltanto il nostro tempo che ha diffuso il personalismo alla totalità degli oggetti edilizi, lasciando appena indenne l’edilizia dei diseredati, dei sottoproletari, della baracche. Quello che apparentemente possediamo è un coacervo di linguaggi non degni di essere definiti tali, mancando della funzione fondamentale del linguaggio che è quella di comunicare, di capire, di farsi capire
”.(2)

Se è vero che questo è il Manifesto di tutto il corso perché delinea bene lo spirito che anima gli autori, è altrettanto vero che qui non sono neanche abbozzati i contenuti del libro che è, quasi pedantemente, strutturato in un crescendo che va dalla piccola scala, il tipo edilizio, alla grande scala, il tipo territoriale e ad ogni scala vi è l’analisi e la descrizione del processo che ha guidato la nascita e lo sviluppo dell’ambiente antropico.

Cos’è che affascina di questo libro, pur così apparentemente arido come un trattato di logica matematica? Che esistono leggi nella costruzione del territorio, della città, dell’edilizia che qui vengono analizzate, espunte dalla lettura dei processi di formazione, spiegate e schematizzate in grafi, al pari, appunto, di un trattato scientifico, il cui scopo è quello di individuare le leggi generali della natura.

Nelle conclusioni sono proprio gli autori, consapevoli che tale metodo può suscitare perplessità, a spiegare (perché loro spiegano tutto e non lasciano discorsi sospesi) che:

Al confronto con altri comportamenti non antropici, nel campo della biologia o della struttura della materia, possono notarsi sorprendenti analogie. Riteniamo che ciò non debba stupire poiché l’uomo non è “altra cosa” dal mondo della natura, non ne sta al di fuori: il suo modo di organizzare l’ambiente è sostanzialmente fondato sui medesimi presupposti e sulle medesime leggi che governano i processi biologici unitamente ai processi di progressiva formazione e mutazione della materia. In sostanza , quando l’uomo agisce, si assume il carico di partecipare al sistema di globale divenire di tutta la struttura del reale, quindi è intrinsecamente “naturale” anche quando attua le sue strutturazioni dotate di un alto grado di “artificialità”: lavora sulla materia che esiste, e non può che aderire, anche se non lo sa e non lo vuole, alle leggi formative della natura. Omissis.
In sintesi la nostra lettura porta alla comprensione di una globale organicità del reale: come parte di questo la realtà edilizia, “spontanea” o “pianificata” che sia ……… è fittamente strutturata, non nasce né si modifica casualmente, ma deriva da una costante evoluzione guidata da un sistema unitario di leggi di formazione e mutazione che costituisce quel che chiamiamo “processo tipologico dell’ambiente”, in tutte le sue possibili e molteplici diramazioni.
Caratteristica intrinseca a ogni fase di tale processo è la presenza di un sistema di progressive modularità tra ciascuno dei termini scalari, dall’arredo al territorio: così che la partecipazione individuale dell’uomo al suo mondo strutturato è connessa alla molteplicità degli uomini e delle cose mediante una progressione di grandezze crescenti, ciascuna comprensiva e compresa dalle altre
”.

Ecco, qui c’è il fascino di quest’opera, di questo lavoro di ricerca che non appartiene solo ai due autori ma ad una scuola, il fascino di una teoria vera non delle chiacchiere che si leggono sulle riviste, non dell’architettura della soggettività, tutta basata sulla creatività dell’architetto.

Il libro ha trent’anni ma agli autori risultavano già chiarissime le cause della crisi dell’insegnamento dell’architettura e perciò dell’architettura stessa.
So di non dire niente di nuovo e soprattutto so che se questo post venisse letto da quegli architetti (non moltissimi) che applicano costantemente l’analisi del processo tipologico e i tanti docenti che continuano il loro lavoro con impegno e sacrificio probabilmente mi direbbero che questa non è materia da blog, qualche riga e un commento veloce, trattandosi di cosa troppo seria. Avrebbero ragione.
Ma proprio questo atteggiamento da (mi scusino la battuta) ultimo giapponese, è probabilmente non la sola e la più importante ma certamente una delle cause per cui la scuola muratoriana non è diffusa e, una volta studiata all’università, viene messa in soffitta.

Qualcuno potrebbe chiedersi: ma se la scuola dei cosiddetti tipologi è così preparata e la teoria così consistente perché è così poco diffusa?
Credo che le motivazioni siano diverse:
1. intanto non ha il glamour dell’ego-architettura, basandosi sulla lettura dei processi formativi e quindi sul progetto che deriva dalla lettura, ma che non implica alcun automatismo, quanto la consapevolezza di quello che si va a progettare; essendo priva di un facile appeal è assolutamente trascurata e negletta all’università, dove è molto più semplice raccontare la storia “per maestri” o “per ismi” e guidare gli studenti verso un processo creativo di tipo “artistico”;
2. inoltre non si può negare una parte di responsabilità ai tipologi stessi che, fermi delle loro convinzioni, forti delle loro conoscenze, tendono a chiudersi in circoli ristretti disdegnando ogni compromissione disciplinare con altre tendenze potenzialmente non da loro distanti.

Ma io credo che esista anche un'altra causa: se è vero che le loro analisi sono rigorose e condotte con metodo scientifico è altrettanto vero che la proposta progettuale manca di una analisi più aperta al mondo, più curiosa della realtà, almeno per ciò che riguarda il progetto architettonico.

Comunque lo scopo di questo post non è quello di “fare la predica” ai muratoriani ma di portare un piccolo contributo alla loro conoscenza.
Per questo allego di seguito il link ad un bel saggio dell’architetto Danilo Grifoni pubblicato sul bel sito IL COVILE curato da Stefano Borselli. Grifoni è un muratoriano “aperto”, non ideologico, attento al nuovo, quello serio, e che ha il dono non comune di farsi comprendere molto bene.

Un’avvertenza: il link porta ad una pagina unica che comincia con uno scritto di Nikos Salìngaros che parla della scuola italiana, quello di Danilo Grifoni è a seguire.
http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000452.html


Note:
1)L’edizione attuale è di Alinea
2)Non è questa la parte “scontrosa” della prosa (quella viene dopo) che anzi in questa parte traspare passione, a tratti quasi un senso di disprezzo per la personalizzazione esasperata dell’architettura.

7 commenti:

Salvatore D'Agostino ha detto...

Pietro,
ottimo suggerimento di lettura, condivido che è un errore insegnare la storia dell’architettura raccontando i personaggi e non il reale tessuto edilizio. I critici si arrovellano su opere architettoniche elitarie dimenticandosi di osservare il territorio.
La mia prima materia compositiva è stata di scuola muratoriana (fratelli Bollati) fondamentale per capire l’essenza dell’architettura. Mi ha fornito importanti elementi interpretativi che però, a mio avviso, non possono diventare codici da reiterare nella pratica architettonica.

«Solo per mezzo della Bigness l’architettura può dissociarsi dagli esausti movimenti ideologici e artistici del modernismo e del formalismo, per riacquistare la sua strumentalità come veicolo di modernizzazione. La Bigness riconosce che l’architettura, per come la conosciamo, è in difficoltà, ma non va a cadere nell’eccesso opposto rigurgitando ancor più architettura. Essa propone una nuova economia in cui non si dà più lo slogan “tutto è architettura”, ma si riconquista una posizione strategica con una azione di ripiegamento e di concentrazione, cedendo alle forze nemiche ciò che resta di un territorio conteso». Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet, 2006, p. 20

A presto SD di WA

Pietro Pagliardini ha detto...

Salvatore, ho il sospetto che anche te, come quasi tutti, finito l'esame, gabbato lo santo e tutto il filone tipologico sia rimasto parecchio impolverato. Qui non si tratta di codici "formali" da rispettare e reiterare ma di essere consapevoli di come si è evoluto "l'ambiente antropico", le regole che ha seguito e che in gran parte, inconsapevolmente, continua a seguire. Le parti del libro che io ho riportato sono quelle più discorsive e non toccano minimamente la sostanza del libro, la parte di ricerca e di teorizzazione che è, ti assicuro, notevole anche se, inutile negarlo, ostica e difficile da "digerire".
Ti consiglio di leggerlo, senza alcuna fretta perché non ha le caratteristiche del saggio scritto per fare pubblicazioni.
Meglio sarebbe però se tu trovassi un amico architetto, come ho avuto io, che ti introducesse in quel mondo. Per questo ti invito vivamente a leggere il testo di Grifoni che ho linkato in fondo al post: è piano, discorsivo ma rigoroso. E' un buon viatico per capire un metodo.
Saluti
Pietro

memmo54 ha detto...

Se c'è qualcosa di inequivocabile, chiaro ed incontrovertibile, è proprio questo libro: testo da leggere, rileggere e poi leggere ancora !
Peccato che il destino l'abbia fermato prima che completasse il promesso terzo volume: quello sulle emergenze architettoniche. Peccato perchè con quella lucidità e quella chiarezza, quel sincero distacco (...si propro distacco !...) aveva in mano le "chiavi" del territorio e della architettura che v'è sopra.
Qualcosa che avrebbe strappato la nostra bistrattata disciplina dalle grinfie di ciarlatani, imbonitori ed affaristi che, a tutt'oggi, l'hanno confusa alle bizze degli stilisti e dei parrucchieri alla moda.
Il limite, se un limite può trovarsi nella produzione di architetto, sta nel fatto di non aver voluto, o potuto, liberarsi dal tabù della ineluttabilità della tecnologia contemporanea (... guarda un pò che strano...velocemente trasformata.. non è più quella di oggi.. ) e di essersi, comunque, sempre, pensato come "moderno" gestore di tecnologie adeguate.
Troppo grande il timore di esporsi ai commenti che avrebbero potuto accusarlo di essere un "passatista", o peggio "parruccone" fuori dal tempo.
Troppo forte l'ossessione , muratoriana, del c.a. : stabilire una rigorosa, impossibile ed irragiungibile, corrispondenza tra struttura e tipologia. Senza rendersi conto (.. o voler rendersi conto... ) che le implicazioni sovrastrutturali, nei linguaggi compiuti, vanno al di la della coerenza stessa del prodotto.
Saluto

Pietro Pagliardini ha detto...

a memmo54. Questo è proprio il limite dei muratoriani puri: la loro grande, esagerata coerenza. L'impossibilità di non considerare le forme, la forma come qualcosa a sé stante.
Però la lezione resta, soprattutto in campo urbanistico, che io considero non solo valida come analisi e lettura ma come progetto per la città senza neanche il rischio di essere considerati passatisti. Al massimo un po fuori moda.
saluti
Pietro

Pietro Pagliardini ha detto...

a memmo54. Vorrei aggiungere qualcosa a quanto sopra scritto in un'ora in cui ero sopraffatto dal sonno, per non essere frainteso.
Il problema dei muratoriani è che, la loro esagerata coerenza appunto, rischia di non comunicare, di non trasmettere, di non saper parlare più al mondo degli architetti, specialmente giovani. Non parla certamente ai giovani attratti dal glamour contemporaneo, e pazienza, ma allontana anche coloro che capiscono la potenziale forza, attrattiva e necessità della tradizione in architettura, e che si sentono come respinti, sempre sotto esame per non aver rispettato alla lettera le regole per cui, ad esempio, una mensola di terrazza debba essere necessariamente portante e non semplicemente messa lì della forma giusta e nel posto giusto. La loro visione estrema si scontra con realtà normative e di processo costruttivo che lo rendono non proponibile come strategia generale ma solo come scelta individuale molto elitaria.
Un minimo di gioiosa e ottimistica apertura alla forma renderebbe giustizia ad una scuola che rischia di scomparire.
saluti
Pietro

memmo54 ha detto...

La coerenza andrebbe però , anche a detta di Caniggia, intesa in senso più lato: estesa anche a caratteri più duraturi e consistenti del contingente dato tecnico (.. quello del momento che può non essere più quello del momento immediatamente successivo..) ovvero a tutto il portato conoscitivo ( "la civiltà" per intenderci ) come storicamente consolidatasi e leggibile nel territorio.
In questa ottica l'importanza di una mensola appare anche diversa e andrebbe letta nel significato che ha non solo nell'immediato ( ...gli ultimi cinque minuti della storia dell'uomo...)
Quanti elementi negli edifici antichi, perfettamente calati nello spirito del tempo (...capolavori compresi..) sono inutili o pleonastici e quindi - horribile dictu !- falsi ?
La sincerità, quindi, intesa come coerenza con una civiltà sedimentata e non solo con il momentaneo prodotto che può essere anche molto contradditorio.
Come se negli anni sessanta-settanta avessimo guardato alla storia e la civiltà della Russia limitandoci agli ultimi cinquant'anni; quelli sovietici.
Niente di più sbagliato e limitativo !
Io, nell’ossesione di immediata coerenza, ci vedo un'adolescenziale tentativo di inverare comunque lo zeitgeist; e in fondo anche una di quelle sopraffazioni dell'individuo ai danni della società che "il nostro" giustamente rampogna.
Anche io, arrivato tardi e trafelato, a queste letture ho trovato le teorie muratoriane e caniggiane finalmente qualcosa di logico e coerente.
Fondate sopra ragionamenti seri e non sui generici ed indimostrati concetti di bello e di brutto così come proposti dalla risibile classe di "maitres a penser" saldamente istallatasi all'università e vieppiù sostenuta da altrettanto improvvisati e superficiali ascari del mondo della critica.
Passato poi a vederne la produzione sono rimasto, però. sinceramente sconcertato dai risultati: tranne in pochissimi casi ( probabilmente al di la delle intenzioni degli autori ) altrettanto cervellotici quanto quelli degli antagonisti in una sorta gara in cui le premesse però erano dettate dagli "altri" in altri luoghi.
Anzi i risultati migliori sembrerebbero quelli degli inizi in cui c'è ancora l'anima e lo spirito di Caniggia padre.
Saluto.

Pietro Pagliardini ha detto...

Nella mia città, Arezzo, e nella provincia c'è un manipolo di muratoriani molto bravi (io non ne faccio parte) e tutti ottimi amici. Il più rigoroso di questi, oltre che il più preparato sotto il profilo teorico (so di non fare torto a nessuno degli altri) è Enrico Lavagnino, la cui città di origine è abbastanza evidente, ma da sempre installato a Cortona, dove lavora molto ed alti livelli, sia nel restauro che in nuove costruzioni. Vorrei riuscire a mettere in rete alcuni suoi progetti ma, da figlio della sua terra, è "sparagnino" nell'apparire e non si concede inoltre ha, all'ennesima potenza, il difetto dei muratoriani di custodire gelosamente le sue conoscenze per non confondere il suo sacro con il profano altrui.
Sarei costretto a fare un giro interminabile in Val di Chiana a scattare foto e dovrei trovarne il tempo. Su quei progetti, comunque di qualità, si potrebbe discutere e vedere applicata una teoria da un rigoroso e bravo architetto. Chissà, un giorno forse lo convincerò ma sarà dura a farlo in un blog così.... divulgativo.
Per adesso spero che non legga questo commento perché c'è anche il caso che mi tolga il saluto e allora addio alle nostre rare ma divertenti cene.
Saluti
Pietro

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