Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


19 agosto 2008

IL TABU' DEL FALSO IN ARCHITETTURA

Pietro Pagliardini

Qualche giorno fa ho avuto in studio un colloquio con una neo-laureata in architettura interessata a fare la sua prima esperienza professionale.Abbiamo parlato della sua tesi, del relatore della sua tesi, del PRG della nostra città, dei suoi studi, del più e del meno. Il discorso è anche caduto su questo blog e qui ho avuto la sorpresa: ha detto di essere rimasta colpita dal mio post sul Falso in architettura.

Ora, al netto di una comprensibilissima quota di captatio benevolentiae, devo però dire che:
a) Su circa 60 post sarebbe andata a scegliere proprio questo che è vecchio di due mesi;
b) Ve ne sono certamente altri che avrebbero potuto tranquillamente attirare l’interesse di un neo-laureato e ottenere lo stesso, presunto, risultato;
quindi io prendo per sincera questa affermazione, tanto più che la sorpresa non sta nel valore del contenuto del post ma nel fatto che se ne è dichiarata colpita proprio per l’argomento in sé, perché all’università, parole sue, “Il falso in architettura è un tabù. Le rarissime volte che veniva sfiorato l’argomento i professori deviavano subito”.

Tabù: ha usato proprio questa parola antica, desueta e anche un po’ logora.

Tabù si usava ai miei tempi ma oggi quanti tabù sono sopravvissuti?

Wikipedia dà questa definizione di tabù:
In una società umana un tabù è una forte proibizione (o interdizione), relativa ad una certa area di comportamenti e consuetudini, dichiarata "sacra e proibita". Infrangere un tabù è solitamente considerata cosa ripugnante e degna di biasimo da parte della comunità.”

Poi di seguito elenca una serie di presunti tabù. Dico presunti perché mi sembra che solo uno sia rimasto e cioè la pedofilia. Gli altri mi sembrano del tutto digeriti, almeno dalla nostra società.

Ma all’elenco ne manca uno: Il falso in architettura. Qualcuno dovrebbe aggiornare Wikipedia.

Io non dubito affatto che questa affermazione sia vera perché l’architettura accademica è sempre stato il luogo dei tabù e ogni epoca ha avuto il suo: quando frequentavo io, il falso non era neanche” in mente dei”, rimosso, mai esistito, ma in compenso l’architettura fascista (tout court) era deprecabile, Piacentini un servo del regime, ogni architettura classica sinonimo di regime dittatoriale.

Vedi a questo proposito Leonardo Benevolo che, nella sua Storia dell’Architettura Moderna, edizione 1971, associa l’italiano Giovannoni, il russo Lunacarskij (ministro della cultura sovietica) e il tedesco Speer (architetto e ministro della guerra di Hitler) nello stesso girone dell’inferno.

Di Giovannoni, in particolare, Benevolo utilizza questo brano come esempio:
Il classico è dignità, è equilibrio, è sentimento sereno di armonia. Forse per l’antropomorfismo delle sue proporzioni, o forse per la coscienza con cui si è inserito nell’anima della città e delle generazioni è il punto di riferimento del gusto e dell’arte pubblica, è l’espressione somma che l’uomo ha trovato … ovunque ha voluto dalle materiali contingenze elevarsi alle finalità di pura espressione della vita dello spirito”.
Con il che ho scoperto di essere anch’io un uomo di regime, che non sarebbe niente, se non fosse che giudizi molto simili a questo sono condivisi (a parole) da Rem Koolhaas il quale dice:
I greci antichi erano una civiltà che ha creato monumenti in modo comunitario, che sentiva di avere una responsabilità collettiva verso la cosa pubblica e che aveva chiara la relazione tra il pubblico e il privato. Questa civiltà ha creato un' architettura e un' urbanistica che sono ancora, per la gran parte di noi, il modello dominante”.

Con tutto il rispetto dovuto a Leonardo Benevolo non sarebbe il caso, se già non lo avesse fatto, di ammettere un atteggiamento esageratamente ideologico e un po’ conformista nel suo giudizio?

Ora il povero studente, tanto più in clima sessantottino, che speranza aveva non dico di contestare ma di provare a immaginare lontanamente di contestare simili giudizi espressi da Leonardo Benevolo e, di conseguenza , dei professori? Casomai era ammessa e gradita una condanna ancora maggiore, uno scavalcamento a sinistra del grande storico, ma pensare di affrontare un esame e dire che, in fondo, il classicismo qualcosina di buono l’aveva fatto e forse avrebbe potuto anche continuare a farlo era suicidio curriculare se non rischio fisico, in assenza di un presidio di celerini. E così si plasma la mente del giovane studente di architettura!

Oggi non è così, il culto imperante del modernismo (in alcune facoltà, nella critica ufficiale, nei congressi e nei consessi pubblici) come lo chiama correttamente Nikos Salìngaros , non si manifesta in maniera rozza come allora, ma in modo molto più raffinato e subdolo, con una tecnica da conventio ad excludendum , cioè con un atteggiamento di sufficienza e sottile disprezzo per la volgarità del pensiero che mette in posizione marginale coloro che invece ritengono che Giovannoni avesse ragioni da vendere e come lui, oggi,Lèon Krier, e Rob Krier, e il principe Carlo d’Inghilterra, e Nikos Salìngaros, e Pier Carlo Bontempi, e Gabriele Tagliaventi, e Demetri Porphyirios, e Lucien Steil e tanti altri che non sto ad elencare.

Se è vero che oggi è possibile, tuttavia, azzardarsi a professarsi seguaci delle forme classiche e/o della tradizione senza rischiare molto di più di qualche sorrisino di sufficienza, di non aspirare a vincere concorsi, di ripetere qualche esame, è anche vero, evidentemente, che il tabù permane per il falso in architettura, per il restauro stilistico.

Una piccola riprova? Andate su Google, fate la ricerca “falso in architettura” e cosa trovate? Nella prima schermata in posizione n° 5 il mio post sul falso.
Ora, dico io, su un argomento di questa importanza che dovrebbe avere pagine e pagine cosa significa che il mio post "De corrupta edificandi ratione ovvero come progettare falsi e vivere felici" occupi quella preminente posizione?Una cosa sola: che dell’argomento non si parla e non si scrive, o almeno non a sufficienza e ciò che non appare non esiste, come è noto.

Ma il seguace del culto dirà: se non appare significa che non interessa!
Sbagliato: non interessa perché non appare, perché del tabù non si parla, altrimenti non sarebbe un tabù, perché parlarne è già farlo cadere e la caduta di un tabù come questo, per il solo fatto di parlarne e basta, sia bene che male, è causa di rimessa in discussione di tutto l’impianto si cui si basa il pensiero unico modernista e cioè che è possibile solo un unico canone architettonico, cioè quello della mancanza di canoni.

Tana, liberi tutti; ognuno faccia ciò che vuole perché sono la creatività, la sperimentazione e l’innovazione a rendere autentica solamente l’architettura contemporanea, tutto il resto è morte, mummificazione, ignoranza, volgarità.

Si ammette dunque un’apparente libertà assoluta, ma in realtà limitata e costretta nell’ambito dei tre canoni di cui sopra; mentre l’aderenza alla storia, l’annullamento dell’egocentrismo architettonico, il riconoscimento del valore civile dell’architettura, la convinzione, suffragata da studi seri, che vi sono valori permanenti in architettura e urbanistica, sono concetti oscurati, censurati, derisi.

Il tabù del falso, cioè la negazione della possibilità del solo parlarne, non il dichiararsi d’accordo con il falso, viola appunto "l’interdizione ad una certa area di comportamenti, dichiarata sacra e proibita" e questa è la migliore dimostrazione che il culto non è, purtroppo, un’ossessione o un’esasperazione retorica.

Parlare di falso è entrare in un recinto sacro e perciò proibito ai più, essendo solo i sacerdoti gli unici in grado di stabilire ciò che è giusto e ciò che sbagliato. La violazione del tabù comporta "biasimo da parte della comunità".

Ma perché il falso è tabù?

Perché parlare di falso significa, prima di tutto e a prescindere dal parere di ognuno in proposito, parlare di architettura per la città e per i cittadini, cioè avere come obbiettivo non l’auto-esaltazione dell’architetto ma il desiderio di creare ambienti urbani per l’uomo. Questo è l’obbiettivo del falso in architettura, salvo poi pensare, legittimamente, che non sia una strada giusta; ma, se si inizia a parlarne si mettono in discussione le radici dell’architettura contemporanea la quale non ha altro scopo che il personalismo esasperato del progettista, la ricerca del nome, del maestro, il gesto ad effetto, senza tenere in alcun conto i valori che la città storica e la città in generale esprime in relazione ai suoi abitanti, più che all’architettura stessa.

Per questo il povero Gustavo Giovannoni è stato relegato nell’inferno dei cattivi, perché non solo ha osato esaltare il classicismo e, si legga bene il brano all’indice, solo per i concetti di antropomorfismo (Rupi direbbe per la rappresentazione figurativa) e di armonia, non per aver detto di preferire l’ordine corinzio al dorico, ma anche perché ha introdotto il principio del restauro stilistico, che con il falso ha notevoli consonanze.

Ma è grazie al restauro stilistico che la mia città, Arezzo, è visitata con piena soddisfazione da migliaia di turisti ignari ed ignoranti del fatto che una serie di monumenti, non tutti, sono reinventati, e grazie al quale gli aretini nati dopo il 1940 hanno potuto godere di una città più bella e più riconoscibile di quella dei loro padri.

17 commenti:

Anonimo ha detto...

Pietro,

Con questo post hai aperto la scatola di Pandora. Il "falso" architettonico è soltanto quello che non tocca l'anima umana. Il culto della contemporaneità ha preso (e ha stravolto) questa parola per promuovere il suo lavoro fondamentalmente falso -- perchè sconnesso. Qualsiasi stile architettonico costruito oggi che aiuta la salute degli esseri umani non può essere chiamato "falso".

Quello che è tabù oggi è proprio la connessione all'anima umana. Il tabù è necessario, come tutti i tabù culturali, perchè altrimenti si mette in pericolo l’ideologia centrale. Una volta che si apre la porta a permettere (!) un'architettura à scala umana, senza nessun dogmatismo sullo stilo, senza restrizione assurde sulle forme, colori, superficie, ornamenti, ecc. si crolla tutto...

Saluti,
Nikos

enrico delfini ha detto...

ho letto da qualche parte, ma non garantisco della veridicità della cosa, qualcosa su come i giapponesi affrontano, o affrontavano, il problema.
In molte città del Giappone, i soli edifici "antichi" sono alcuni templi a pagoda.
La loro costruzione risale a secoli e secoli fa, ma non sono "vecchi". In ossequio ad un loro particolare modo di vedere le cose, e forse anche per via del materiale usato, questi edifici vanno incontro ad una continua ri-edificazione.
Nel senso che ogni anno, a rotazione, una delle grosse travi che ne costruisce lo scheletro, viene sostituita da un'altra identica, nel corso di una cerimonia tecnico-rituale.
La manovra avviene in stretto rapporto filologico col passato, a partire dalla scelta dell'albero, in un certo bosco sacro (lo stesso da cui viene tratto il legno da secoli), tagliato e lavorato con strumenti immutati nel tempo, stagionato e trasportato alla stessa maniera di un tempo, e posto in opera con gli stessi strumenti usati dai predecessori.
Si tratta di un falso? o è il massimo della tradizione classica?
Ripeto: non so quanto ci sia di vero, ma la domanda rimane.

Pietro Pagliardini ha detto...

Non conosco questa bella tradizione, anzi non conosco quasi niente del Giappone, ma alcuni amici che sono stati in Cina mi di hanno detto che qualcosa di molto simile avviene con i loro edifici antichi, che, in gran parte deteriorabili, essendo di legno rivestito da tessuti e lacche, vengono continuamente "rinnovati", a partire proprio da quelli nella Città Proibita. Mi sembra una pratica certamente affascinante ma che coinvolge la cultura specifica di un popolo che, talora, noi stentiamo a capire, specie per il Giappone, che presenta il massimo della modernità con il massimo della conservazione. Credo sia difficile il raffronto con la nostra cultura anche perchè penso sia sbagliato, sperare di evincere da una diversa civiltà solo il meglio. Se quella società si comporta in quel determinato modo vuol dire che c'è dietro una storia, una cultura che non possiamo sperare di ridurre in pillole, prendendo quelle che fanno bene e scartando quelle nocive.
Quando ci proviamo diventiamo ridicoli, come, le porto un esempio, nella mia città, in cui è totalmente assente la minima cultura della semplice manutenzione, c'è una certa (eufemismo)sciatteria, pubblica e privata, nelle nuove costruzioni eppure, nel rifare la pavimentazione della piazza principale del centro storico (lastre di pietra serena e mattoni)il Comune è stato costretto da un comitato a numerare tutte le lastre esistenti e a riutilizzarle e vi era chi, addirittura, intendeva riutilizzare i mattoni, lasciando persino gli avvallamenti presenti: tenga conto che non si tratta di pietre le quali, che so, sono state calpestate da Dante Alighieri o da Vasari(ammesso che conti qualcosa) ma neanche da Garibaldi perchè pavimentazione risale ai primi del '900 (prima c'era la terra battuta). Io credo che le pietre sono e restano pietre e quello che contava semmai era la lavorazione e non mettere le solite lastre regolari tipo pavimento di casa; il tempo, poi, pensa da sè a conferire quella patina che ne aumenta il fascino. Mi sembra lo stesso atteggiamento di coloro che vorrebbero lasciare la patina del vecchio negli affreschi o nelle sculture. In Giappone, come dice lei, l'operazione è legata ad aspetti rituali e sacri della tradizione quindi si esce dal campo della razionalità; la stessa operazione trasferita da noi, risulta, a mio parere, grottesca, specie se, contemporaneamente, si rifà un'altra piazza del centro con progetto improntato alla "contemporaneità".
Vedo un pò di schizofrenia in tutto questo.
Comunque credo sia chiaro che il falso che a me particolarmente interessa è quello che "imita" gli edifici antichi, sia in ambiente storico, urbano o rurale, che in nuovi insediamenti. La teoria del restauro è comunque significativa perchè denota principi operativi che hanno ripercussioni anche sul nuovo.
saluti
Pietro

Anonimo ha detto...

E’’ vero che esiste oggi quello che tu chiami il tabù del falso in architettura, ma è solo una posizione transitoria che fa parte di una serie di corsi e ricorsi fisiologici in tutto ciò che concerne le umane vicende: il passato è pieno ritorni, rigurgiti, rivisitazioni, restaurazioni, in architettura e in arte il passato non è mai definitivamente passato, ne sono prova il neo-gotico, il neo-romanico, il neo-classico e tutti i vari neo che hanno cercato di recuperare dal passato, con risultati più o meno apprezzabili, ciò che per un motivo o per l’altro non si voleva perdere. Basta solo aspettare ed avremo un neo-qualcosa che oscurerà almeno temporaneamente queso tabù.

Quanto alla tua idea di restauro (stilistico), mi trovi, ovviamente, in disaccordo. Sono infatti convinta che vada rispettato ed enfatizzato ogni rapporto con il contesto storico esistente, ma che vada rigorosamente evitato ogni tentativo di mimesi, finto-antico e imitazione-di.

La mia idea di restauro (filologico) è nelle realizzazioni di Franco Albini (mio docente di composizione architettonica al Politecnico), che con estrema intelligenza ed onestà progettuale ha saputo valorizzare l’antico, fermandone il degrado in un ideale hic et nunc ed accostando con grande misura e senso estetico vecchi mattoni e calcestruzzo in equilibrato dialogo.
Solo da questo confronto si evince il passare del tempo e gli edifici conquistano il loro posto nella storia. Credo che se i “turisti ignari ed ignoranti” che si aggirano per Arezzo vedessero con i loro occhi dove finisce il passato e dove si incastra il presente avrebbero l’esatta misura di quanto quei sassi antichi ed usurati siano carichi di storia, quale miracolo sia la loro sopravvivenza e la loro capacità di confrontarsi con la modernità alla pari, senza mistificazioni.
Personalmente sono rimasta molto delusa quando ho scoperto che la chiesetta di san Babila a Milano, in perfetto stile romanico, è stata in realtà integralmente ricostruita, spazzando via con le macerie ogni traccia dell’antica origine, nel 1905!
E se i turisti ignari ed ignoranti si faranno finalmente una cultura, che succederà?
Opteranno per un viaggio a Disneyland?

un saluto
Vilma

Pietro Pagliardini ha detto...

x Vilma.
Al tuo commento risponderà Rupi con un post che, proprio stamani mi ha inviato dal mare e sembra calibrato su ciò che tu dici.
Io mi limito ad osservare che tu sei rimasta delusa di San Babila DOPO aver saputo, e non APPENA hai visto. La tua delusione deriva perciò dalla tua cultura di architetto e non dalla percezione di una persona che, ignara, entra in luogo e, se bello, ne gode.
Quanto all'ipotesi che tutti diventino architetti, Dio ce e scampi e liberi!

Aggiungo una nota leggera, da casalinga di Voghera: esistono matrimoni in cui uno dei coniugi tradisce da sempre e l'altro è ignaro e tutto procede felicemente.
Dice il proverbio: occhio non vede, cuore non duole.
Se tu non avessi saputo saresti felice perciò alle tue casalinghe di Voghera non insegnare troppo, altrimenti si intristiscono!

saluti
Piero

P.S. Ho visto che continua la saga Vilma vs Mara su Archiwatch: mi diverto un mondo.

Anonimo ha detto...

Se io inizio a dipingere nello stile in cui dipingeva Leonardo o Raffaello posso certamente fare dei bei lavori ma li vado a vendere in piazza per pochi euro, se me li comprano. Lo stesso vale per tutte le arti, e quindi anche per l'architettura. Un falso storico o architettonico sono la stessa cosa ... roba per artisti mancati, gente che che guadagna da vivere a fare ritratti ai turisti. Ogni campo dell'arte e della tecnologia umana ha bisogno di continue innovazioni e fermarsi all'architettura di secoli fa è frutto solo una sterile nostalgia.

Giovanni D'Amico ha detto...

..sai come la penso, coumnque ti dico che c'e' del giusto in cio' che dici e allo stesso tempo credo anche che una certa parte dell'architettura di regime (quella che per intenderci ha realizzato le opere pubbliche che ancora oggi utilizziamo)sia sicuramente una buona architettura e sicuramente meglio dell'edilizia post bellica.
Invece riguardo al falso storico ho molti dubbi e' preferisco interventi come quelli che per intenderci faceva Carlo Scarpa.

Pietro Pagliardini ha detto...

Giovanni, anche altri hanno giustamente citato Carlo Scarpa come esempio e anch'io ne apprezzo le opere e principalmente quelle in cui dialoga con l'antico.
Ma di Carlo Scarpa ne nascono pochi in un secolo. Oggi siamo in una società di massa ed anche il nostro mestiere è diventato massa, con tutte le conseguenze del caso, cioè dequalificazione, approssimazione, ignoranza, presunzione propinata a fiumi nelle università da tanti piccoli, cattivi maestri.
Siamo oltre 100.000 architetti e le conseguenze sono visibili a tutti.
Oggi i centri storici vengono trattati il più delle volte come negozi da arredare, magari facendo anche ricorso ad un pò di scimmiottamento del linguaggio di Scarpa: quanti canali d'acqua che attraversano una piazza avremo visto nei concorsi!!!!
Non se ne può più!
E' più serio, più gratificante anche, lavorare con modestia, abbandonare il superomismo de'noiantri, sacrificare la voglia creativa (che su 100.000 arch. diventa furia distruttiva), leggere ciò che c'è ed integrarsi.
Saluti
Pietro

Artemide Diana ha detto...

Buonasera.
Leggo interessantissime cose qui.
Dunque, io sto in Francia: Caen è un falso, Saint-Malo è un falso, la tour Eiffel è un falso.

Ma avrò capito?

Jacqueline

Pietro Pagliardini ha detto...

Jacquelin,avrai capito? Io credo di sì. Non sono io che credo ai falsi, il falso non esiste in architettura. Semmai esiste il brutto. L'unico falso architettonico è la scenografia di un film o quella del teatro, ma quello è falso per definizione stessa perché non è architettura, è pura rappresentazione.
Tutto ciò che è costruito per viverci è vero. Poi esiste il vero fatto bene e il vero sbagliato.
Se proprio vogliamo trovare qualcosa di veramente falso in architettura direi che è da ricercare tra i tanti interventi di restauro in cui si integra un'opera esistente con qualcosa di contemporaneo, con il presupposto di denunciarne apertamente l'epoca, cioè per mostrare appunto che è falso, appunto, che non è autentico. Esattamente l'inverso delle teorie più in voga.
Alla torre Eiffel come "falso" non credo che gli architetti abbiano mai pensato perché è costruita con materiali moderni.
Saluti
Pietro

Artemide Diana ha detto...

ti debbo una spiegazione per la tour Eiffel. Intendevo un falso, perché dacché è stata montata, i suoi pezzi sono stati cambiati e sostituiti tante di quelle volte, che ormai quella che vediamo sarebbe "un falso" rispetto all'originale dell'esposizione universale.
Sì, sì, lo so, pensavano di smantellarla, dopo.

il concetto di falso non esiste, tu dici. Ma mi pare che neppure il concetto di plagio esista. Diventa tutto citazione, intertesto o ipotesto.

Buone cose!
Jacqueline

Pietro Pagliardini ha detto...

L'architettura cinese, quella storica, ma credo anche quella tradizionale in genere, non è mai uguale a se stessa, non è mai "originale" nel senso che i materiali cambiano continuamente. Infatti, essendo costruita in buona parte con legno, sottoposto a laccature e verniciature varie, subisce un deterioramento e, quando necessario, si sostituiscono le parti ammalorate ma rifacendole uguali a prima.
Non credo che nessuno si possa scandalizzare di questo perché, viceversa, noi non avremmo più l'architettura cinese e, soprattutto, non ce l'avrebbero più i cinesi. Certo, fossimo in Italia, avremmo edifici metà in materiali e forme originari e metà in acciaio o roba simile, per la non autenticità. Avremmo, perciò, un autentico "falso".
Per fortuna che in Cina non ci sono ancora gli architetti-restauratori italiani.
La torre Eiffel mi dici essere stata sostituita, e l'avevo letto anch'io, eppure è là, vera come il primo giorno.
Saluti
Pietro

Artemide Diana ha detto...

Pietro, assicuro: se torco un po' il collo la vedo dalla camera da letto (brillantissima)

Anonimo ha detto...

Da profano, concordo con Pagliardini secondo cui “il falso non esiste in architettura. Semmai esiste il brutto… Tutto ciò che è costruito per viverci è vero”.
Sarebbe invece utile rispondere, seppur in ritardo di quattro anni, all’anonimo che paragonava il “falso” in architettura ai falsi dipinti di Raffaello che si vendono ai turisti, e concludeva: “Ogni campo dell'arte e della tecnologia umana ha bisogno di continue innovazioni e fermarsi all'architettura di secoli fa è frutto solo una sterile nostalgia”.
Sono i tipici argomenti di chi si oppone all’architettura tradizionale. Provo a replicare così:

- Per quanto riguarda la tecnologia, noi continuiamo ad usare l’aratro, la vela latina, la carta, i pantaloni, gli occhiali, ecc. Se una tecnologia funziona, perché cambiarla per forza?
- Per quanto riguarda l’arte, è solo la teoria moderna che identifica l’essenza dell’opera d’arte con l’originalità (anziché con la bellezza o altro): non è detto che questa teoria, che ha alcune implicazioni paradossali, sarà considerata valida anche in futuro. Ma anche ammettendo il criterio dell’originalità, “falso” sarebbe, poniamo, progettare una nuova chiesa identica a S. Maria del Fiore; altra cosa è riprendere principi e forme del passato per costruire qualcosa di comunque nuovo.
- In ogni caso, è dubbio che l’abitare c’ entri con “l’arte”, che implica l’esibizione della creatività del singolo architetto, e non piuttosto con i bisogni e le esigenze della collettività, che gli edifici li abita e li vive tutti i giorni

Dico bene?

Pietro Pagliardini ha detto...

Per me dici benissimo. Valli a convincere te quelli che "il falso storico in architettura" ohieee!
Ti aggiorno anche sul fatto che la ricerca su Google di "falso in architettura", che quattro anni indicizzava questo blog al 5° posto, rifatta oggi lo indicizza al 1° posto, e diversi altri successivi posti danno sempre lo stesso risultato: De Architectura. Quindi la situazione è peggiorata, nel senso che è ancora più tabù di prima.
Grazie
Pietro

Anonimo ha detto...

solo oggi l'architettura è diventata arte, cioè espressione dell'artista. Certamente è un arte costosa perché aspettare il progetto di una cattedrale per potersi esprimere non è molto pratico.
Prendiamo ad esempio la cupola del Brunelleschi.
1) E' enorme perché Firenze era in rivalità con Siena e giocavano a chi ce l'aveva più grande;
2) si ritornò alla "cupola" su ispirazione del Pantheon a Roma;
3) all'inizio doveva essere perfettamente emisferica ma per problemi tecnici (vedere i problemi della cupola del Vasari a Pistoia) , si optò per la cupola a volte.
4) le volte diedero vita per definizione ai costoloni.
5) per sorreggere le impalcature si dovettero fare i fori sulla cupola (che se non sbaglio hanno anche altri ruoli prettamente tecnici)
6) per rivestire la cupola si optò per il materiale usato per tutti gli altri tetti di Firenze: l'argilla. Quindi tegole in argilla.

Morale della favola: gli elementi che oggi vengono considerati artistici frutto del genio creativo del Brunelleschi in realtà sono elementi nati per forza di cose,dai bisogni tecnici, dal caso ed ecco perché in passato l'architettura era sinonimo di armonia.

Anonimo ha detto...

inoltre più l'uomo progredirà tecnologicamente maggiore sarà il distacco con la natura e quindi con le leggi naturali che sono l'ordine e la bellezza per eccellenza. Quindi maggiore è il progresso tecnologico, e più brutti saranno i palazzi perché maggiormente si discosteranno dalla natura.Ed essendo l'uomo un essere naturale, ovviamente in egli è iscritto il gusto naturale.
Tanto per fare un esempio oggi pian piano si sta imponendo il gusto dei capelli viola, azzurri, verdi.....
E a mio avviso qualsiasi drastico allontanamento dalla natura non può che essere nocivo.E questo vale anche per l'architettura. Ecco perché i paesini montani erano costruiti con le baite di legno,i paesini della rocciosa sicilia in pietre e così via....c'era un dialogo con la natura. Oggi l'uomo si sta emancipando e quindi sta prendendo piede un gusto innaturale.

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