Al momento della scelta dell'indirizzo di questo blog, dopo una serie di tentativi a vuoto alla ricerca di un nome semplice e pertinente, la sorpresa: "regola" era libero! L'architettura è oppressa da leggi e regolamenti, i termini più altisonanti della "creativa" cultura architettonica erano già occupati ma una parolina così semplice e antica e comprensibile da tutti, cioè "regola", era libera!
Questo blog parla appunto di "regole" contro la sregolatezza architettonica.


4 luglio 2008

GEHRY E LA ROTTURA DELLA SCATOLA


In un’intervista al Corriere della Sera Frank O’Gehry parla di molte cose e risponde tra l’altro alla fatidica domanda sulle archistar.
Gehry si schermisce, dice di non sentirsi archistar e aggiunge:
Se possono spingere un giovane architetto a migliorarsi, ad essere sé stesso, ben vengano le archistar”.
Ecco, è proprio questo il problema: essere di esempio ai giovani e anche i meno giovani!

Essere archistar, o architetto di successo globale, non è certo un delitto né una colpa; è un po’ come essere ricchi (e probabilmente lo è anche ricco), non è peccato, anzi, per me è un merito, beati loro e beato Gehry, che poi sembra anche un nonno bonario e sicuramente ha qualità fuori dal comune, anche se talvolta usate in modo perverso.

Il problema sono proprio gli allievi; non solo quei pochi che hanno la fortuna, o sfortuna, di stare accanto al maestro (in fondo può essere anche una fortuna, perché i miti visti da vicino, talvolta, possono perdere un po’ di aura) ma quei molti, troppi architetti che leggono le riviste, i giornali, guardano i film, ascoltano i professori, vedono la pubblicità, ecc. e pensano: voglio fare come lui, voglio “essere” come lui, voglio creare, questa è architettura, rompe gli schemi e, come si dice nelle motivazioni del premio della Biennale suggerito da Betsky, rompe anche “la scatola” architettonica.

Intanto chiamare, che so, Palazzo Rucellai, una scatola architettonica (perché è una di quelle che lui avrebbe rotto), mi sembra grossolano prima che irriverente, poi questo premio, oltre che imbalsamare Gehry (è alla carriera), alimenta il “mito” e allora giù altri architetti che lo vorranno imitare.

Per dirla tutta: quante opere può fare Gehry nel corso della sua vita (che ovviamente mi auguro sia lunghissima)? 100, 200, esagero 300. Di queste trecento quante saranno quelle tipiche da archistar? Diciamo 50. Ebbene il mondo può sopportare certamente 50 opere di Gerhy. Ci sono ben altri problemi: l’inquinamento, il traffico urbano, le inondazioni, i terremoti, l’incuria dei monumenti, l’abusivismo, gl i innumerevoli grattacieli senza la griffe degli architetti, le scorie radioattive, ecc. cosa volete che siano 50 opere di Gehry-archistar!

Ma, a fronte di queste 50, ci sono … 100.000? architetti che, basta che riescano una sola volta nella loro vita a fare i Gerhy e il danno diventa planetario, le città vengono inondate di pseudo-cloni (sicuramente peggiori dell’originale). Moltiplicate questo numero per ognuna delle archistar viventi, più le mini-archistar di casa nostra che hanno anche loro i proprio cloni, e si raggiungono cifre spaventose. Soprattutto danni spaventosi all’architettura, all’ambiente urbano e a quello naturale.

Eppoi non ci sono mica solo gli architetti! Ci sono anche i politici, i sindaci e gli amministratori che, in assenza di idee per la loro città, mascherano la loro pochezza con l’effetto Bilbao. Già, anche gli amministratori vanno dal dentista e leggono le riviste di moda che illustrano le meraviglie di queste architetture e sognano in un colpo solo di risolvere i problemi: passare alla storia e attirare i turisti.

L’ultima trovata è del sindaco di Salerno che avrebbe voluto incaricare Gehry del progetto del nuovo termovalorizzatore. Niente, è andata male e così anche Gehry, l’archistar, ha provato sulla sua pelle l’effetto perverso che dicevo, perché, in Italia, gli amministratori le archistar le desiderano, le evocano, le contattano anche, fanno un bell’annuncio nel giornale ma poi.. si affidano ai cloni.

Chissà se avremo un termovalorizzatore con un po’ di lattoneria luccicante aggiunta sopra!

21 commenti:

maurizio zappalà ha detto...

Chiedo: � mai possibile questo tipo di avversione al progresso?
Chiedo: se Leonardo avesse avuto a disposizione i programmi di grafica-architettonica, avrebbe continuato a progettare con il "carboncino"?
Chiedo:... e tutti quei giovani delle botteghe "rinascimentali", sarabbero stati lasciati fuori dall'utilizzo dei "pesonal computers" che sedimentavano tra la polvere? I maestri avrebbero avuto paura di essere superati in "creativit�", dai propri discepoli?
La dissolvenza incrociata, in cinematografia � stata, quasi, soppiantata dal "morphing" che dopo � stato anche applicato alla progettazione architettonica!!!
Perch� architetto del mio tempo", dovrei, necessariamente, fare scaricare i "pesi a terra", quando "fior di strutturisti" mi aiutano a sfidare, quello che un tempo sembrava un limite insormontabile? perch� mi chiedo questa, perversione?
Perch� dovrei applicare, ad esempio, Il "malefico" manifesto di Saverio Muratori che dovrebbe essere archiviato, come qualunche altro codice di medicina degli anni passati?
Insomma, e concludo, vi esorto a non utilizzare lo "spazzolino elettrico", perch� non � contemperato da Vitruvio!!!!

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Ti rispondo con due osservazioni:
1) Mi sembra che tu confonda il fine con il mezzo. Il fine era ed è l'architettura, il mezzo era il carboncino, oggi è il computer. Ma il mezzo vero è il cervello che guidava il carboncino e ora muove un mouse del computer. Il progetto si fa con la testa, non con le mani.
E' vero che il computer tende (basta che il cervello lo voglia) a diventare fine (altrimenti col cavolo che Gehry e la Hadid riuscirebbero a fare quei progetti)nel senso che ci si lascia affascinare dalle grandi potenzialità del mezzo, il quale genera, con una certa facilità, forme tridimensionali. Però a me, in quanto architetto, può interessare molto la potenzialità del software, ma alla fine ciò che resta è un edificio e quello lo giudico, e soprattutto lo giudica chi ci abita, per come è non per il processo che l'ha generato. Il processo interessa a noi (500.000 architetti) ma gli altri 6.999.500.000 abitanti del pianeta se ne fregano alquanto.
2)Gli edifici, le case, le scuole, il comune, la chiesa, gli uffici, ecc. non sono beni di consumo come lo spazzolino o l'automobile. Gli edifici, messi insieme fanno la città mentre gli spazzolini messi insieme fanno un deposito di spazzolini. E quando Vitruvio parlava di Firmitas si riferiva proprio agli edifici e non ad oggetti di consumo (ce li avevano anche i Romani).
La città è vissuta dagli uomini, è il nostro ambiente di vita, e giudicare con lo stesso parametro cose diverse è un errore madornale che, secondo me, fanno moltissimi architetti e forse anche moltissime persone comuni.

Infine ti posso assicurare che almeno io personalmente amo il progresso, il futuro, sono ottimista, mi piace l'informatica, lavoro con Revit, faccio un blog, ecc. ecc.
Saluti
Pietro

FURNITTO.COM ha detto...

Quello affermato dall'arch. Zappala, non è sbagliato! La contemporaneità ha accettato il progresso in tutte le forme piu estreme, ma per quanto riguarda l'architettura, il dibattito sembra di difficile risoluzione. Personalmente non mi sentirei a mio agio a vivere nel palazzo Rucellai per piu di una settimana. Ritengo, però, che la tutela degli edifici storici, sia fondamentale, la teoria del restauro è una cosa e la progettazione nuova è ben altra cosa. Non accetto nella maniera piu assoluta nessuna forma di eclettismo o scopiazzatura del contesto. La stessa cosa varrebbe anche per le scopiazzature del star, anche se i codici personali, nell'architettura contemporanea, sono meno riproducibili. Un saluto

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Palazzo Rucellai è un esempio estremo ed esemplificativo, è chiaro, tuttavia io credo che mi ci troverei molto bene, molto meglio che in stanze con le finestre sfalsate che creano insicurezza, ansia, perdita di orientamento.
Quanto alla scopiazzatura del contesto, come dice, e alla differenza che corre tra il restauro e la progettazione, non posso che rimandare al post sui falsi.
http://regola-allegati.blogspot.com/2008/06/in-difesa-del-falso-storico-ovvero-come.html
Saluti
Pietro

enrico d. ha detto...

Rucellai forse no; non tanto per l'aspetto esterno, ma per la disposizione degli spazi abitativi. Certabene bene si vivrebbe (e si viveva) in palazzo Piccolomini a Pienza, le cui stanze non obbligavano a "passaggi" indiscreti e non tollerabili alla nostra sensibilità.
Peraltro, che l'uso di tecniche e materiali diversi ponga un problema a chi deve progettare, sembra una cosa ovvia.
Personalmente ritengo che si debbano evitare posizioni "assolute", e che la risposta vada trovata nel giusto rapporto tra estetica, funzione e gradevolezza percepita.
Che Gaudì fosse un genio creativo, non mi permetto di metterlo in dubbio; ma che sia geniale progettare "la pedrera" senza prendere in considerazione gli ascensori, lasciando il piano nobile in basso e "relegando" la servitù nell'attico, ho qualche dubbio.
Le città in cui ho vissuto la mia infanzia (Bologna e Firenze) avevano, e hanno, due stadi di calcio importanti. Forse il "Littoriale" di Bologna era l'ultimo costruito alla vecchia maniera, con alcune colonne a sostenere la copertura delle tribune (e a impedire la visuale a chi era seduto dietro). A Firenze, lo sbalzo della copertura era "magicamente libero" (Michelucci?). Mio nonno (classe 1878) vedeva in ciò qualcosa di diabolico, e, pur riconoscendone i pregi pratici, non poteva non provare un certo fastidio.....
Oggi a noi sembra impossibile un tale atteggiamento.
(a proposito di tettoia a sbalzo, personalmente trovo molto bella quella di Nouvel a Losanna).

biz ha detto...

E' giusto non confondere i piani, come dice Pietro.
Però il mezzo è influente.
Il punto è "chi governa la forma", e "secondo quale criterio".

- C'è un criterio che appare emergente e abbastanza facilmente raggiungibile con i nuovi mezzi:
"generare forme nuove, inconsuete, mai viste, spettacolari", che risponde ad esigenze sostanzialmente di marketing urbano. In tal senso, Bilbao ha fatto veramente scuola.
Però, però, e qui mi trovo d'accordo con Pietro ...
1) non si può sacrificare tutto, tutti i contenuti della architettura, al "maivismo" pubblicitario.
2) se lo si facesse, nessuno riuscirebbe davvero ad uscire dal rumore di fondo: tutte le realizzazioni sarebbero tutte diverse ma tragicamente tutte ugualmente irrazionali e in fondo in-significanti
3) il significato, ecco: due direzioni del discorso
a) il linguaggio comune e condiviso: se manca un "accordo di fondo", tutto diventerà in-significante in una babele di forme
b) riguardo al mezzo: molte forme vengono inconsuete perchè derivanti da un processo relativamente casuale dettato dal mezzo ... non sono forme pensate completamente da una mente umana. A me pare che, non di rado, questo è male: perchè comunque, la mente umana è superiore ad un processo di una macchina; b) perchè la mente "forma" secondo certi processi che garantiscono la loro comprensione agli altri, e quindi la loro "significanza".

Quindi: sono per la massima apertura per tutto.
Ma non ad ogni condizione.

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

L'esempio dello stadio, e della differenza tra colonne che nascondono e pensilina a sbalzo che libera la vista del campo, la condivido del tutto per il semplice motivo che lo Stadio appartiene alla categoria "edifici specialistici", quelli cioè deputati ad una funzione assolutamente specifica.
Anche se so che interessa molto lo scambio di opinioni sui progetti architettonici io, se posso, ne faccio generalmente a meno (se non in funzione di una mia "tesi" da dimostrare) ma in questo caso voglio fare un'eccezione per gli stadi e portare ad esempio quello olimpico di Berlino: è raro trovare l'inserimento di tutti quegli elementi necessari allo scopo e previsti dalla "modernità" nel rispetto della forma e della sostanza dell'architettura originale. Il progetto è GMP (Von Gherkan e Marg) di Amburgo che è estremamente rigoroso, molto poco appariscente anche se, essendo specializzato in Fiere fa largo uso di high-tech, per ovviare al gigantismo intrinseco di queste strutture (specialistiche, appunto).
Ma nell'edilizia comune e in quella specialistica "all'interno del contesto urbano" solo di rado c'è veramente "bisogno" di abbandonare forme e strutture tradizionali; in realtà la "ricerca" architettonica è il più delle volte fine a se stessa e tende ad ignorare, quando non a disprezzare, il contesto, e si risolve in pura promozione personale del progettista. Come ho già detto il mezzo (l'architetto) diventa il fine (che dovrebbe essere l'edificio).
Comunqnue questo tema della modernità e del pregiudizio e luogo comune che anche l'architettura per essere "moderna" debba essere "diversa" da quella precedente, al pari degli oggetti di consumo, merita un post più serio ed approfondito (anche se non risolutivo, ovviamente) di quello ironico e leggero sulla rottura di scatole di Gehry.
Perchè parlo di luogo comune? Perchè nessuno, dico nessuno, ancora ha dimostrato con un minimo di rigore logico che gli edifici e la città siano oggetti d'uso al pari dei cellulari, delle auto, dei rasoi elettrici, dell'abbigliamento, ecc. Viene solo affermato che è così perchè è così.
Sono 35 anni che mi sento fare il discorso della carrozza e dell'auto, della penna d'oca e della biro e francamente ne ho proprio piene le scatole di queste ovvietà. La casa è altro, e tutte le funzioni, le necessità, i bisogni, veri o indotti che siano, della vita moderna possono essere tranquillamente soddisfatti a prescindere dall'estetica della modernità, che è invece assolutamente autoreferenziale e si basa, appunto, su un pregiudizio, direi su un'ideologia o come dice Salingaros, su un "credo". Oggi poi, a vantaggio dei bio-architetti e del tema ambientale, che si "scopre" che gli edifici antichi, con masse murarie notevoli e forma adatta, sono energeticamente migliori e più sostenibili di quelli leggeri e di forme irregolari cade anche l'ultimo "ostacolo" tecnico all'architettura tradizionale. Cosa resta?
Per me restano solo gli interessi delle aziende che vivono di immagine, e soprattutto una disciplina che ha perso ogni contatto con la realtà, cioè con le persone che vivono nelle case e nella città e che chiedono, da oltre 60 anni, di avere un ambiente non degradato e alienante.
Si potrà continuare a perseverare nel'errore dopo che è sotto gli occhi di tutti il disastro perpetrato da 6 decenni?
Per questo dico basta ai concorsi decisi dai tecnici e sì ai concorsi decisi dai cittadini: loro, e solo loro, hanno il diritto di scegliere la propria città e la propria casa.
Pietro

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Biz, ho scritto il mio ultimo commento prima di leggere il tuo che, come al solito, richiede un livello di concentarzione alto per evitare di dire sciocchezze; invece è sabato pomeriggio, mi sono svegliato da non molto, ho la pressione bassa e ho solo intuito vagamente la difficoltà che avrò nel trovare argomenti convicenti. Mi è venuto in mente un riferimento biblico: la torre di Babele, ma non so ancora bene perchè. Te lo farò sapere quanto prima: non ti fai vivo molto spesso e dunque non posso perdere l'occasione.
Ciao
Piero

Mr. Peter ha detto...

Mi è piacuta molto la prima risposta di Pietro che ha dato al sig. Zappalà (sarà un flame, troll o sockpuppet???? mmm...) comunque la sottoscrivo a pieno.

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A Furnitto rispondo di stare attento, tutta la teoria del restauro ci viene passata come legge divina e noi ce la beviamo senza pensarci su.

Disse Umberto Eco: "il gusto per l'autenticità è il prodotto di una società mercantile....privilegiare l'originale è come privilegiare la prima edizione numerata di un libro anzichè la seconda edizione: materia per librai antiquari, non per critici letterari."

Quello che voglio dire è questo: E CHI LO DICE CHE IL RESTAURO DEVE ESSERE SINONIMO DI CONSERVAZIONE??

La Carta di Venezia del 1964 è una boiata pazzesca, una svolta radicale dalla Carta Italiana del 1931 che porta il restauro dal RIPRISTINO alla CONSERVAZIONE.

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

E a me è piaciuto un sacco l'uso del termine RIPRISTINO. Se si ricominciasse a parlarne e a farne uso, con giudizio, sarebbe un antivirus contro le varie pensiline (vedi Firenze).
Pietro

Mr.Peter ha detto...

Allora siamo pari...!

Ma cosa intendi te per RIPRISTINO?
Solo il concetto di com'era e dov'era?

Certo, anch'io voglio il com'era dov'era, ma mi affascina l'idea che il restauro di un edifico porti all'utilizzo del edificio stesso... più nel senso di ristrutturazione, nuovo utilizzo... non so come spiegarmi, ma non capisco il significato del restauro conservativo di un edificio.

Ah, se si trattasse di un'opera d'arte sono ovviamente favorevole al restauro conservativo, ma per le architetture è diverso. Devono rimanere vive.

Ammetto di dover ancor sviluppare la questione, fatemi sapere cosa ne pensate voi del restauro conservativo.

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

mr.peter, non vorrei scandalizzarti, ma io per ripristino intendo molto di più perchè non escludo affatto il "rifacimento stilistico" e ti faccio un esempio concreto:
concorso per la solita riqualificazione di una piazza in una città toscana. La piazza, a parte una chiesa, non ha alcuna qualità architettonica particolare, anzi come edifici è scadente, ricostruita dopo i bombardamenti molto male (ma prima non è che fosse splendida), come spazio è molto articolato perchè è nato in tempi successivi ed era marginale rispetto alla città (quella antica intendo).
Però ha un grande pregio: è uno spazio estremamente vivo della città, molto frequantata dai cittadini perchè c'è il mercato giornaliero, era ed è rimasta popolare ed è ormai dentro il centro storico, in un'area di passaggio tra il centro antico vero e proprio e la parte ottocentesca. Bene in quel concorso vi è stato più di un concorrente che ha "reinventato" alcuni degli edifici esistenti, chi come semplice rifacimento di facciate(più facilmente eseguibile ma semre reinvenzione era), chi c'è andato giù più duro, modificandoli in maniera sostanziale anche tipologicamente, progettando "come se" fossero state eseguite nel 1300.
A questo punto inorridiranno il 99 forse il 100% dei pochi lettori ma la domanda è questa: se quel ripristino fosse fatto bene, credibile, che differenza passa tra l'essere fatto nel 1300 o nel 2000? Io credo che i cittadini,e anche i turisti, e anche i proprietari degli immobili modificati, che vedrebbero il loro valore incrementato, sarebbero ben contenti. Gli unici ad essere non contenti sarebbero gli architetti puristi e Lecorbuseriani della "denuncia" della propria epoca.
Ebbene quella città è piena di rifacimenti stilistici fatti, in base ad una precisa legge, ahimè fascista, che ha reso belle ed attraenti parti importanti della città e, guarda caso, proprio quei rifacimenti sono diventate le icone di quella città e i turisti vanno a visitarle fregandosene del periodo e i cittadini sono affezionati a quelle e nessuno, dico nessuno, nè cittadino nè architetto, nè sovrintendente si sognerebbe mai di demolirle.
Certo, ci vuole "giudizio", capacità, lettura e conoscenza della città ma questa è una strada su cui discutere per i nostri centri storici. D'altronde Varsavia è stata ricostruita com'era oppure no?
Saluti scandalosi
Pietro

enrico d. ha detto...

scusate se continuo a dire la mia, senza avere alcuna comptenza specifica.
A Bologna, tra fine '800 e inizio '900 è nato un bel po' di architettura "medioevale" per spinta del Rubbiani. Anche il palazzo di Re Enzo, praticamente in piazza maggiore è, secondo un certo punto di vista, un falso. Ma è gradevole, si sposa bene al contesto.....
La cosa strana è che, nello stesso periodo di tempo, sono state fatte cose assurde, come ampi sventramenti nel centro storico (via Rizzoli, per dirne una) che avevano per lo meno una qualche pseudo-giustificazione di ordine pratico; ma anche è stata demolita la cerchia muraria, a stento salvando una decina di porte.
E' molto vero quello che dici riguardo al fatto che, agli utenti veri, poco importa se la tale facciata o il tale edificio è stato cpstruito 50 o 500 anni addietro.
Esemplare è il caso delle cattedrali "neo-gotiche" sparse per il mondo. San Patrizio a New York City è paradigmatica: i cattolici irlandesi di manhattan volevano una cattedrale; la volevano bella. perchè non avrebbero dovuto rivolgersi al modello di cattedrale più bello ed efficiente , perfezionato dopo secoli di "evoluzione" architettonica ed ingegneristica? Che tale modello fosse di 5, o di 500 anni prima, che importanza aveva?
E così, sulla Quinta Avenue è sorta una cattedrale gotica che, obiettivamente, ha poco da invidiare a Notre Dame.... Mi spingo a dire che sotto certi aspetti, è meglio di molte cattedrali europee, la cui costruzione è durata spesso più di due secoli, e che spesso hanno subito l'assalto di modifiche e rifacimenti barocchi. La cattedrale di New York è, per assurdo, uno dei più puri esempi di gotico; progettato, e costruito in pochi anni, e coerente e puro in sè stesso.
(Quello che le manca è l'impatto visivo a livello di panorama. Pur essendo di dimensioni comparabili con le grandi cattedrali europee, risulta, oggi, annegata tra edifici alti spesso il doppio. L'esatto contrario di quanto accade nelle città del vecchio continente. Ancora oggi la skylline di Colonia, di Milano, di Firenze, di Vienna, di Canterbury, di Cracovia.... sono tutte caratterizzate da cattedrali e campanili. E' quasi inimmaginabile l'effetto che la visione di quelle opere poteva avere al tempo della loro costruzione. In città spesso piene di catapecchie, con pochissimi edifici oltre i tre piani, ci pensiamo che cosa poteva pensare il villano che arrivando da lontano, scorgeva questa mole svettante, magari adorna di guglie candida di marmi come il duomo di Milano !? In un'epoca in cui non c'erano fotografie o documentari che potessero preparare all'emozione...

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

X biz
Si vede che avevo la pressione bassa perché pensavo fosse venuta a me l’idea della Torre di Babele, invece me lo avevi suggerito te e l’occhio ha visto ma il cervello non ha recepito.
Vengo al dunque di quello che dici: intanto constato che abbiamo molto in comune, con qualche accentuazione diversa.
La Babele: è bella quest’idea del linguaggio condiviso altrimenti ognuno parla la propria lingua e nessuno capisce niente. E’ esattamente quello che accade adesso.
Però, quando uno crede di aver trovato una soluzione del problema, ecco che si affaccia il dubbio: la diversità dei linguaggi è anche una ricchezza contro l’omogeneizzazione; la biodiversità è una ricchezza per le specie naturali ma lo è anche per le culture umane.
E allora come sta?
Intanto credo che vi siano delle basi comuni, biologiche e percettive, per cui di fronte all’architettura, a qualsiasi architettura, tutti riusciamo a riconoscere se è adatta a noi. Cambiano le forme, in base alle varie aree culturali, con cui si manifestano quei canoni comuni, ma resta quella percezione comune per cui un tempio indiano, una pagoda cinese, una casa a schiera dei nostri centri storici sono comunque giusti per l’uomo, in base alle varie latitudini.
L'architettura è probabilmente un linguaggio universale che viene declinato secondo le culture locali. E’ come il linguaggio verbale degli uomini: tutti possediamo il linguaggio della parola, che è solo ell'uomo, ma ogni popolo lo articola in modo diverso.
Invece il modernismo ha reso prima tutto uguale, forse in una speranza di malinteso e violento universalismo, azzerando tutti i canoni architettonici creati da secoli di storia, poi si è evoluto in forme pazze, perché la rottura delle regole porta all’esaltazione della creatività di ognuno, ed è arrivata la babele di linguaggi di cui parli, tanti quanti sono gli architetti, annullando non solo le differenze tra una cultura e l’altra ma impedendo di comprendersi all’interno delle singole culture. Di fatto c’è la totale incomunicabilità.
E per tornare alla rottura della scatola da parte di Gehry, le sue opere sono, al pari di altri archistar, e non solo, forme di design, sculture, oggettistica (come gli spazzolini da denti) che dell’architettura hanno solo le dimensioni e la difficoltà dello smaltimento, ma non assolvono al loro compito, cioè l'abitare, anzi sono dannosi per chi ci vive, e per questo non esiste altro canone di giudizio che il “a me piace, a me non piace”, in maniera random, per il semplice fatto che non c’è, appunto, linguaggio condiviso.
Ricorderei infine a Betsky che la scatola era già stata rotta nel seicento senza per questo rompere l’architettura e
con ben altri risultati.
Pietro

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Ce ne fossero di persone "senza competenza specifica" come enrico d.!
Pietro

Anonimo ha detto...

i pseudo-cloni siccuramente sono un atto di pessima architettura senza personalita...

come i pseudo-cloni di le corbusier che inquinano le periferie moderne

o i pseudo-cloni classicisti o post-modernisti che vanno molto di moda in italia mentre per fortuna nel resto d'europa sono superati.

una pessima archiettura è una pessima archiettura sia che sia moderna , classicista , rinascimentale , gotica o romana.

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Sono d'accordo che una pessima architettura è peggio di una buona architettura, di qualunque genere essa sia, ma io preferisco una bella architettura classica.
La risposta da questo blog è praticamente obbligata
saluti
Pietro

Antonio ha detto...

quindi è solo una questione di forma?

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Antonio, la forma è molto spesso sostanza e nell'architettura lo è ancora di più.
Per fare un esempio facile: cosa apprezzi immediatamente, senza troppo riflettere, se ti trovi davanti al Partenone, se non la forma? Perchè nessuno, ma proprio nessuno, si sogna lontanamente di criticare il Partenone? Perchè il tempio greco è l'archetipo dell'architettura, almeno per gli occidentali e ciò è dovuto sia ad un fatto culturale che, credo, ad un fenomeno che attiene alla fisiologia della percezione: un basamento che appoggia a terra e, allo stesso tempo ne emerge, le colonne che vanno verso il cielo e che sostengono il tetto, con il timpano che si conclude in alto.
Dopo ci sono altre cose, c'è l'aspetto funzionale e distribuitivo, c'è l'aspetto simbolico ecc. ma, prima di tutto c'è la forma. Anche nel de-costruttivismo, paradossalmente, conta "solo ed esclusivamente" la forma, anzi il de-costruttivismo è pura forma, chiusa in sè, come un soprammobile, un oggetto di design, avulsa dal contesto e lontana dalla percezione dello spazio che sia giusta per l'uomo. Non c'è sotto e non c'è sopra, si nega la gravità, non c'è destra e non c'è sinistra, non c'è nulla che assomigli all'uomo. E' scultura astratta e perciò non figurativa.
Pietro

Antonio ha detto...

si nega alla gravita pero segue le leggi (se no l'edificcio cadrebbe) sono illusioni ottiche,
solo per fare un esempio il guggenheim di bilbao ha una funzione e una sua distribuzione, con un suo spazio interno, cosa minima nel tempio greco (per zevi addirittura il tempio greco non ha una spazialità intrna.

per quanto riguarda l'astratto.. si sicuramente non figuratifa , pero c'è da dire che l'architettura se pur in ritardo segue le varie arti come pittura e scultura, quindi è lecito pensare che ci siao architetti che traggano ispirazioni dalle nuove correnti artistiche, continuando a fare Architettura.

P.S. come avrai notato abbiamo opinioni molto diverse sull' architettura, nonostante tutto seguo il tuo blog, lo trovo interessante, anche per capire il perchè di tente paure verso qualcosa di nuovo che non ha una storia, anche se in ogni caso sulla stori si fonda, perche niente viene inventato dal nulla.

un saluto
Antonio

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

E' vero che dal nulla non viene nulla e il richiamo alla storia in qualche modo c'è, ma solo nel senso di rovesciare esattamente i canoni precedenti. Tu dici perchè tanta paura di rinnegare la storia: le rispost sono troppe e troppo lunghe e forse valgono un post a parte.
Te ne dico però una banalissima e ovvia per il nostro bel paese: perchè sputtanarlo, il bel paese, con Anti-architetture, è come se gli arabi dessero fuoco ai pozzi di petrolio. Le nostre città, i nostri paesaggi sono una ricchezza economica che il mondo ci invidia e che il mondo vuole venire a vedere. Se possibile, facciamogli trovare tutto quello che si aspettano e non le stesse disumane architetture che trovano in ogni parte del mondo, dalla Cna a Dubai.
Saluti
Pietro

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