Un altro brano tratto da "Il progetto nell’edilizia di base" di G.Caniggia e P.L. Maffei, 1984, che condensa temi diversi e attuali quali la crisi dell’urbanistica, l’egemonia culturale di un’idea dell’architettura dell’"io" e del "mio" fuori da ogni logica disciplinare e che fornisce una risposta non complottista o dietrologica al pensiero unico dominante che oscura ogni altra forma di pensiero che si basi sulla lettura del processo di crescita della città, il meccanismo “imitativo” dei maestri imposto nelle scuole che la dice lunga su quale sia il vero “falso” in architettura, la denuncia della volubilità modaiola della critica di architettura, l’irrazionalità di un’urbanistica basata su discipline diverse che fallisce nel momento in cui deve trasporre dati numerici nella realtà del piano, il richiamo alla disciplina contro un’architettura che attinge ovunque ma che è incapace di riversare nel progetto alcun contenuto che non sia frutto di personalismi.
Brani che non rendono giustizia ad un corpo disciplinare fortemente strutturato che può essere apprezzato e valorizzato solo dallo studio complessivo ed in sequenza logica e temporale dei due testi(1) i quali richiedono un atteggiamento culturale non effimero ma disposto a riconsiderare e rimettere in discussione gran parte di quanto appreso “nei banchi di scuola” e quanto ci viene quotidianamente propinato e spacciato dai media e dalla vulgata corrente tra gli architetti di un’urbanistica e un’architettura figlie ed espressioni di invenzioni artistiche individuali. E non gli rende giustizia nemmeno l’uso polemico che io ne faccio dato che il testo completo non ha certo le caratteristiche del pamphlet.
Gli economisti partono da dati e da indagini economiche per arrivare alla formulazione di proposte riguardanti l’economia; come i sociologi partono da dati e indagini sociologiche per giungere a rimedi dei disagi permanenti alla società. L’architetto della crisi presume di utilizzare dati propri di discipline diverse dalla sua (economia, sociologia, ma anche psicologia o magari arti figurative, ecc) e pretende di riversare tali dati nel fare che gli è proprio, in progetti e piani: ottenendo in realtà uno iato tra dati e progetti, tra dati e piano. Iato che colma, o crede di colmare, con un personalistico intervento di invenzione non suffragata da alcun dato specifico. Nella pratica l’architetto parte dal riversare in indici, in dati numerico-statistici una realtà che contiene effettivamente tali dati, ma aggregati non numericamente, bensì a configurare organismi reali, case, strade, campi coltivati ecc.: tutti organismi che perdono appunto la loro natura di “organismi” una volta trasferiti in dati numerico-statistici.
Basta ad esempio notare la progressiva indicizzazione dei dati fisico-organici dai “regolamenti edilizi”: già dall’Ottocento e nella prima metà del nostro secolo basati sulla limitazione della mera consistenza metrica degli edifici, ed ora ulteriormente astraenti nel delimitare quantità di edilizia attraverso indici metrici e “standard” quantitativi.
Quindi la pratica della pianificazione è fondata sulla traduzione del reale in indici numerici, solo in parte desunti dal costruito ed in parte preponderante derivanti dalle altre logiche disciplinari non proprie né rappresentative del costruito stesso; e sulla nuova proposizione di indici numerici, costituenti il “piano”, ma ancora estranei alla qualità del futuro assetto da questo previsto, indicando piuttosto le quantità futuribili. E’ il passo ulteriore che trova l’architetto sguarnito di strumentazione specifica: il momento in cui le proposte di quantità giudicate compatibili con un nuovo assetto si devono ritramutare in un nuovo reale costruibile, fatto di case, strade, ecc. e non di mere quantità. Ed è in questo trapasso che si rivela la insufficienza di una disciplinarità dell’architetto, che si trova ad intervenire con il solo suo personale corredo di opinioni, con il suo solipsismo architettonico, con la storia personale del “suo” progettare.
Sulla scorta di esperienze, sue e di altri, condizionate da una dialettica del “fare architettura” imitativamente, su modelli di “maestri” riconosciuti internazionalmente, su dettami di circoli elitari, di correnti, di –ismi, di scuole, al di fuori di ogni coerente rapporto con la continuità civile del costruire, e soprattutto con l’incertezza del fare data dalla pletora di modelli reciprocamente oppositivi che gli pervengono dai mass-media della “cultura” e della critica architettonica del momento. (omissis)
Così l’architetto diviene strumento e protagonista della crisi, contribuendo pesantemente a provocare un nuovo assetto condannato a priori ad un minimo rendimento per la radicale opponibilità tra strutturazione esistente ed inserimento da lui proposto: opponibilità che è un insieme di risultato, ossia tra costruito vecchio e nuovo, e di metodo, ossia tra la strumentazione che ha provocato il costruito vecchio e la strumentazione che provoca il nuovo assetto.
Nota (1):
Lettura dell'edilizia di base, 1979
Il progetto nell'edilizia di base, 1984
13 luglio 2009
INSUFFICIENZA DELLA DISCIPLINARITA' DELL'ARCHITETTO
11 luglio 2009
REGOLE E DE-REGULATION
Pietro Pagliardini
In un commento su Archiwatch, il blog di Giorgio Muratore, un architetto di nome Vincenzo scrive:
"Pietro…Non credo bisogna agire senza regole…non credo nell’espressione artistica come soluzione dei problemi urbani…(per fortuna) credo di venire da una scuola di architettura (bari) intelligente, che interpreta l’intervento urbano, a qualsiasi scala, non come un evento, bensì come una trasformazione che si storicizza e che con la storia fa comunque i conti…con la storia più remota e con la storia più recente. Il problema del limite, a mio modo di vedere, è solo una gabbia…è solo tracciare il confine tra luoghi in cui niente si deve fare e (non)luoghi in cui tutto è ammissibile..io penso che ci sia senza dubbio una parte di città da tutelare (sul come ne si può discutere!) con attenzione particolare, ma questo non implica che tutto il resto si possa trasformare senza senso…
da (quasi)specializzato in restauro potrebbe sembrare un’eresia, ma se definire il centro storico/nucleo antico/città consolidata deve voler dire che il resto non lo è, allora non ci sto…come si legge spesso nel suo blog, la regola è fondamentale per l’ordine delle cose ben fatte ma se questa implica deregolamentare tutto il resto, penso che sia del tutto sbagliato
buon lavoro
vincenzo"
Se ho capito bene, Vincenzo mi attribuisce la volontà di voler deregolamentare nelle aree esterne al perimetro della città storica, dopo avere evidentemente letto qualcosa del genere in questo blog.
Immagino che potrebbe riferirsi al fatto che io ho dichiarato da subito il mio entusiasmo per il Piano casa, perché l’ho letto come occasione di libertà, e quindi indirettamente di deregolamentazione, per quei cittadini che hanno il bisogno, o il desiderio, di ampliare la propria abitazione. Se è così, nel riconfermare il mio entusiasmo per quel piano, comprendo però come si possa percepire un’apparente contraddizione tra il desiderio di regole, che in questo blog si propugnano, e la liberalizzazione del 20%. Perché è apparente la contraddizione?
Per dare una spiegazione inizio da un brano tratto dalla quarta di copertina del libro “Adesso l’architettura” di Jacques Derrida:
"Una volta che lo spazio è riempito con case, edifici, strade, templi, chiese e così via, una qualche autorità, qualche potere ha già strutturato lo spazio della città e, per la stessa ragione, ha già determinato un certo numero di norme politiche, comportamenti, costrizioni, ecc. Ecco perché non si può semplicemente decostruire l’autorità politica o il suo discorso senza seguire l’indice dell’architettura"
Prima domanda: che ci fa un libro di Derrida in casa mia? Niente, in effetti, perché dopo avere letto sette pagine l’ho abbandonato in quanto per me incomprensibile. Credo anzi che l’unica frase comprensibile l’abbiano scelta per la copertina. Il libro me lo ha regalato un amico filosofo, molto bravo, con questa dedica: “Caro Pietro, questo è un libro sicuramente più utile a te che a me e altrettanto sicuramente più comprensibile a te che a me. Ammesso che Derrida sia utile e comprensibile! Buon Natale e Buon Anno”. Fiducia mal riposta.
Dunque Derrida individua nella città lo strumento primo del potere e dichiara addirittura che non si può decostruire il potere senza decostruire la città. Questo discorso è chiarissimo anche se non ne condivido l’obbiettivo.
La città è certamente l’opera più importante che l’uomo abbia mai realizzato senza la quale nessun’altra opera, e il progresso stesso, sarebbe stato possibile. Ma Derrida vuole decostruire il potere mentre io, più modestamente, mi limito ad auspicare una minore invadenza dello Stato nella vita dei cittadini. Derrida pensa che decostruendo la città si decostruisca, quindi si annulli, il potere e io invece penso esattamente l’opposto: una città decostruita, come in effetti in gran parte è quella di oggi (ovvio che non mi riferisco alla banalizzazione modaiola della forma stilistica de-costruttiva fatta dagli architetti ma alla rottura completa delle regole urbane) decostruisce la società e lascia il campo libero ai poteri forti che poi altro non sono che i poteri globali economici e finanziari. Direi anzi che la decostruzione della città è cominciata ben prima dell’auspicio di Derrida proprio con l’emergere del potere economico come l’unico in grado di dettare legge, cui si è affiancato, per un certo periodo del secolo scorso, il potere politico delle grandi ideologie totalitarie, con una concezione urbanistica sostanzialmente de-costruttiva che ha trovato diffusione anche nelle società democratiche, dove i rapporti di forza sono determinati da molti fattori, tra cui l’egemonia culturale è uno dei fondamentali.
Dunque esiste una stretta relazione tra città, urbanistica e politica: è noto e superfluo ripetere che politica vuol dire amministrazione della città cioè urbanistica. Derrida ha drammaticamente visto giusto: distruggere la città vuol dire fare esplodere ogni relazione sociale e di civile convivenza, vuol dire minare alla radice l’ambiente entro cui si svolgono i rapporti tra gli uomini e dunque fare saltare la società e la politica.
Se questo è vero, il problema della forma della città non è una variabile indipendente dalla forma politica della società e soprattutto dal tipo di relazioni umane e sociali che si possono instaurare in un modello di città piuttosto che in un altro. Ovviamente non mi illudo che una città con regole costruttive fortemente strutturate e condivise sia necessariamente democratica, però pone certamente le condizioni ambientali perché lo sia, non fosse’altro per il fatto di dare vita a spazi urbani che permettono di intessere relazioni sociali tra gli individui e tra i gruppi invece di creare un deserto affollato di oggetti chiamati edifici.
Il modello urbano che ha decostruito la città è quello che ha cancellato la strada dal suo orizzonte, abbassandola al livello funzionale di supporto alla mobilità, ha parcellizzato la città in aree a funzioni specializzate, creando quartieri esclusivamente residenziali e quartieri esclusivamente produttivi o commerciali, ha tolto le persone dalle strade (che non esistono più) rinchiudendole nei luoghi di lavoro o a casa o in edifici specializzati per il tempo libero, che poi altro non sono che luoghi del consumo, mandandole a correre in tuta nelle specializzate aree verdi o nelle palestre; ha fatto degli edifici oggetti di brutto design sparsi in mezzo ai lotti, staccati gli uni dagli altri, eliminando così, di fatto, ogni luogo e possibilità di relazione sociale. Questa è la città delle “regole” urbanistiche attuali in cui si decanta la libertà individuale ma che in realtà non lascia nessun grado di scelta tra alternative diverse. La vita della città funziona come in un’autostrada: la corsia per viaggiare, la stazione di servizio per il rifornimento, l’autogrill per mangiare e comprare, il casello per pagare.
Questa urbanistica è l’espressione di uno Stato-padrone che tutto vuole regolare mediante un’imponente macchina burocratica cui non deve sfuggire niente, dallo spostamento di un tramezzo di casa all’apertura di una porta interna, che considera i cittadini come nemici pronti all’abuso e all’aggiramento della legge. Si assiste cioè all’apparente paradosso che da una parte si de-costruisce la città e la società e dall’altra si impone un controllo sociale attraverso il controllo edilizio. In una situazione come questa la possibilità di sfuggire a questa camicia di forza con un diritto una tantum di ampliare la propria casa di una misera ma spesso indispensabile stanza, a me sembra una ventata, per quanto effimera, di libertà.
Viceversa una città con regole tipologiche e morfologiche forti simili a quella della città storica non teme affatto una crescita naturale e continua, in base ai bisogni, degli edifici, come Vincenzo credo sappia. Non c’è scempio urbanistico nel fenomeno dell’intasamento dei lotti, anzi c’è proprio la naturale forma evolutiva della città.
Per questo non vedo nessuna contraddizione tra le regole evolutive della città e l’ampliamento in base ai bisogni della propria casa.
Io sono convinto che l’urbanistica e l’architettura tradizionale, che si realizza con regole che non sono di tipo sociale ma di riproposizione critica di quelle spontanee mutuate dalla città storica, consenta gradi di libertà maggiore ai cittadini perché il tessuto urbano che ne risulta è di tipo organico e non funzionale e/o burocratico e astratto, e può crescere in base ai bisogni.
Ciò che è superfetazione nel modello di città (cioè periferia) contemporanea e nell’architettura della geometria astratta diventa crescita naturale nel modello di città e di edilizia tradizionale.
NB: Foto tratte da Google Earth
6 luglio 2009
IL BELLO COMUNE
Pietro Pagliardini
Ettore Maria Mazzola, in un commento di risposta al suo post DE ARCHITECTURA: RIFLESSIONI SUL "FALSO STORICO, scrive del “bello comune” legandolo al “desiderio comune” nel senso che il bello comune, che non sempre corrisponde al giudizio personale, deve fondarsi sull’attenzione da parte dell’architetto al desiderio comune espresso dalla gente.
Vorrei integrare il suo pensiero, che condivido totalmente, con queste poche righe, ma significative, che costituiscono la Premessa del libro “Il progetto nell’edilizia di base”, di Caniggia e Maffei, Marsilio 1984:
A proposito di tipo e tipologia, mi è stato spesso posto un quesito da parte di storici dell’architettura, che può essere così semplificato:
“Se in un fronte di case a schiera cinquecentesche una è stata progettata dal Buontalenti, non conterà di più la lettura e, in assoluto, il valore di questa rispetto alle altre?”
E’ indubbio che l’ottica dello storico di architettura richieda una risposta affermativa. Ma è altrettanto indubbio che, riguardando alla tipologia processuale, sia d’obbligo rispondere il contrario. Questo libro serve anche a tale scopo: ad affermare il valore della “coscienza spontanea” dei muratori che hanno costruito le altre case a schiera di quel fronte, come portato della processualità formativa dell’esperienza edilizia e di quella cultura. Di qui la necessità, nell’edilizia di base, di un diverso progettare, fondato sull’acquisizione critica di quella esperienza e di quella cultura. Il Buontalenti, dal momento stesso in cui si è posto il problema del progetto di una casa a schiera (e ammesso che l’abbia mai progettata) ha tentato certamente di non fare una casa a schiera, ma di farla diventare qualcosa d’altro. Perché il suo mestiere di architetto, la sua attitudine come la sua esperienza, erano basate sul fare l’edificio emergente, eccezionale: lo avrebbero obbligato ad immettervi una carica di intenzionalità ed un’affermazione dell’”io” e del “mio” che avrebbe apportato una personalizzazione del suo prodotto, e quindi a renderlo concorrenziale e sopraffattivo rispetto a quello dei muratori che stavano costruendo le case contigue.
Pure l’architetto attuale si comporta da “architetto”: per fortuna, dicono alcuni; per disgrazia, altri che più dei primi sono attenti alla contiguità degli edifici, alla continuità e alla comprensione dell’edilizia in seno a un aggregato, che è “tessuto” in senso proprio quando è fatto di oggetti analoghi; e che lo è ugualmente, ma non lo vuole apparire, quando è fatto di oggetti resi disparati dalle intenzionalità sovrastrutturali, dal desiderio di ciascun architetto di emergere, di attuare un suo individuale capolavoro.
Così in questo libro si vuole porre il problema del “progetto nell’edilizia di base” come rifiuto del prodotto intenzionalizzato, e come recupero del senso e della logica dell’insieme di case associate, reciprocamente “sociali”, coerenti nello stare insieme a formare il tessuto.
Non è difficile comprendere, alla luce di questo testo, che l’idea di “falso” assume un significato del tutto opposto a quello dispregiativo che gli viene in genere assegnato per trasformarsi semplicemente nella continuità con ciò che esiste come frutto dell’evoluzione della storia della città e dell’uomo. Per fare un paragone estremo, ma nemmeno troppo, è come se, dato che siamo in grado di far nascere figli al di fuori del rapporto sessuale tra uomo e donna, quel metodo, destinato a casi limite, dovesse diventare la regola e quello naturale fosse considerato “falso” in quanto superato dalla modernità delle nuove scoperte scientifiche e dunque a queste non conformi, per esaltare le capacità del medico e della medicina.
Ma emerge anche chiara da queste poche righe di un libro introvabile, e alquanto posteriore all’altro sulla “Lettura dell’edilizia di base”, una forte componente etica nella professione di architetto, di tipo del tutto diversa dai falsi e vuoti moralismi di coloro che affermano di dover progettare per il bene della società “sperimentando” nuove soluzioni e nuove tecniche, in realtà lavorando solo per sé stessi e per l’affermazione della propria egomania ed egemonia o, come dice Caniggia, dell’io e del mio. L’etica che emerge da quel testo è invece fondata sulla ragione, intesa come razionalità, derivante dalla lettura e dallo studio della città come processo ed evoluzione continua delle forme dell’abitare legate profondamente ad una visione antropologica in cui l’uomo è visto come soggetto sociale che trova nella città la forma e l’ambiente migliore in cui potere al meglio sviluppare ed esprimere tale condizione umana.
Un’etica niente affatto diversa nella sostanza da quella che deve guidare e guida altre professioni, salvo devianze che sono però individuali e censurate dalla società, ad esempio quella del commercialista, che ha il compito di far “risparmiare” i tributi ai propri clienti ma non di farli evadere, o quella del medico che non sperimenta sul paziente cure alternative ma applica protocolli e procedure sperimentate dalla comunità scientifica in base a precise regole.
Da qui deriva la mia insistenza contro le archistar, che molti liquidano come soggetti non significativi rispetto alla enorme massa di edifici quotidianamente progettati e realizzati in barba ad ogni qualità e rispetto del “bello e del desiderio comune”.
L’archistar è la punta di diamante, il vessillo di coloro che vedono nella figura dell’architetto il demiurgo che decide per tutti in base alla sua presunta capacità e creatività, che non accetta critiche bollandole come una limitazione della libertà individuale, ma attribuendo a questo valore alto solo il significato di licenza. Sono le archistar, prima erano i maestri o almeno l’uso strumentale che si faceva di questo nome, a sostenere l’alibi della “libertà” per quella massa di edifici di cui sopra.
Smontando, o meglio cercando di smontare nel mio piccolo, quell’idea di architettura creativa e libera da ogni vincolo di luogo, esprimo solo una forma di contro-informazione al pensiero unico dominante che c’è e che tende a mettere il silenziatore ad ogni voce contraria a questo sistema consolidato, dall’università ai concorsi, dai dibattiti in ambito locale per i nuovi PRG alle riviste di “moda” architettonica.
Non so se esista un “complotto internazionale”, per rispondere a coloro che ironicamente ci accusano di essere dietrologici, ma esiste una diffusa e potente egemonia culturale monotematica.
Esistono poi le forme più subdole di questo sistema, spesso in buona fede, portate avanti da coloro che distinguono i progetti in base a fattori stilistici e compositivi individuali, che si atteggiano a critici di architettura separando ciò che di buono c’è in ogni forma di architettura. E’ una forma subdola perché appare più seria, più ragionevole, più colta (e talvolta anche lo è) ma che, di fatto, esaltando un progetto ne salva l’idea che lo sottende di un’architettura individuale, artistica e creativa.
Non nego la possibilità che vi siano architetti bravi e creativi ma non mi sembra più il momento per trastullarsi in questi argomenti autoreferenziali da circolo degli architetti, lontani anni luce dai problemi della realtà, di fronte al fallimento totale di una cultura urbana e architettonica che ha fatto perdere anche quel minimo carattere di socialità per cui le città sono nate. A me almeno non interessa parlare dei singoli progetti di architettura “contemporanea” salvo quelli, pochi e in genere oscurati, che vanno nella tendenza opposta al corso generale delle cose e che tendono al recupero della tradizione e del rispetto della cultura dei luoghi.
Non è nato per questo il blog e ve ne sono centinaia di altri che sanno farlo meglio di me e quando parlo ed esalto Krier non lo faccio per le sue doti di architetto, che pure ci sono, ma per l’idea che egli rappresenta e di cui è, appunto, una bandiera da almeno trent’anni.
Lascio queste disquisizioni, il più delle volte sterili quando non infantili oppure frutto di rispettabilissime passioni private o anche di corposi interessi accademici e professionali, ad altri.
L’importante è che si rispetti, pur dissentendo in maniera argomentata, chi crede che vi sia un modo diverso di affrontare il tema dell’architettura, della città e direi della convivenza urbana come “recupero del senso e della logica dell’insieme di case associate, reciprocamente “sociali”, coerenti nello stare insieme a formare il tessuto”.
NOTA: A proposito di falsi si veda questo filmato sulla "falsità" del Ponte di Mostar
e si legga questa breve voce su Wikipedia.
5 luglio 2009
UNA ARGOMENTATA OPINIONE CONTRARIA
Ho ricevuto da Vilma Torselli questo commento con osservazioni critiche al post sul falso di Ettore Maria Mazzola. Poiché mi sembra che riassuma molto bene la maggior parte degli argomenti "contro" lo pubblico come post. Il titolo al post l'ho aggiunto io.
La riflessione di Mazzola sul falso storico e sull’opera di Brandi è senz’altro esemplare, ma non posso fare a meno di rilevare, specie nella parte finale, affermazioni a mio parere largamente opinabili.
Tutta la storia dell’architettura è una storia "contro", ben prima delle avanguardie del ‘900, e non deve stupire che, freudianamente, anche in architettura diventare adulti voglia dire "uccidere il padre": il Rinascimento impone le regole della prospettiva contro gli spirituali misticismi del gotico, il Barocco combatte la rigida ingabbiatura geometrica del Rinascimento, il Neoclassicismo si volge al repertorio classico contro gli svolazzi barocchi, il Romanticismo esalta l’emotività contro le regole del classicismo, ciascuna di queste epoche è debitrice della sua stessa esistenza a quella precedente, sia che ne derivi sia che le si opponga.
E poi, chi l’ha detto che andare contro significa cancellare la tradizione? Ricordiamoci di Jorge Luis Borges, quando scrive ".....che tra il tradizionale e il nuovo, o tra ordine e avventura, non esiste una reale opposizione, e che quello che chiamiamo tradizione oggi è una tessitura di secoli di avventura."
L’importanza della tradizione sta nella sua funzione catalizzatrice di nuovi linguaggi, nella sua capacità di scatenare reazioni e produrre rinnovamento, nella sua proprietà di sintetizzare “secoli di avventura”.
Paradossalmente si potrebbe dire che la "tradizione" in architettura è proprio questa alternanza di conflitti, che qualunque passato è indispensabile premessa a qualunque presente e che se l’atteggiamento degli architetti fosse stato sempre quello della conservazione e del ripristino, l’Italia sarebbe piena di basiliche paleocristiane e di mura medioevali perfettamente ristrutturate e ricostruite e l’avventura eroica del rinascimento, del barocco, del neoclassicismo non esisterebbe.
Tutte le antiche città sono edificate su una fitta stratificazione di pre-esistenze, per fortuna il tempo e gli eventi hanno deciso per noi di distruggerle e di permettere alla storia di andare avanti e rinnovarsi.
La tanto vituperata modernità nasce dall’implicito confronto con ciò che è stato, nasce dall’elaborazione del passato, quand’anche negato, ineludibile nucleo promotore del cambiamento e della presa di coscienza di una moderna autonomia intellettuale, senza disconoscere i debiti di carattere formale o contenutistico verso chi ci ha preceduti. Ed in questi termini il passato non è un bagaglio inutile, è un elemento di confronto necessario e indispensabile che tuttavia non deve obbligatoriamente concretizzarsi in ripescaggi stilistici o imitazioni morfologiche anticheggianti, il che significherebbe solo mummificazione di linguaggi in un repertorio formale senza tempo, vecchio prima ancora di nascere.
Non è una scusa assolutoria dire che un architetto di oggi che progetti "in stile" “non ha nessuna intenzione di far credere che la sua opera sia stata realizzata in un’altra epoca”, può essere che non ci sia falsificazione, almeno nelle intenzioni, ma c’è senz’altro l’incapacità di parlare un linguaggio autonomo e innovativo, sapendo che la modernità non va copiata (da presunti “grandi modernisti”), va inventata.
Scontata la critica su Sant’Elia, che da tempo la storia ha relegato nell’ambito degli utopisti visionari, quanto alle ragioni addotte nella critica al razionalismo, che trovo piuttosto limitativa nella sua lettura in chiave politica (vogliamo buttare a mare, con Le Corbusier, anche Walter Gropius, Mies van der Rohe e tutta la Bauhaus?), va ricordato che da sempre l’architettura è stata connessa e collusa con il potere, economico o religioso, dato che re, papi, principi, signori e la loro disponibilità finanziaria hanno sempre fatto la differenza grazie a quella elegante e un po’ ipocrita forma di munificità che si chiama mecenatismo, il quale prevedeva sia la committenza delle opere che la gratificazione politica e sociale derivante dalla loro realizzazione. Cioè, non solo Benito Mussolini ha strumentalizzato l’architettura, si tratta di un fenomeno non solo moderno, e possiamo parlare di architetti “neo-razionalisti, neo-funzionalisti, neo-Terragniani, neo-LeCorbusierani, ecc.” così come in passato si è parlato di neo-classicisti, neo-barocchi, post-moderni ecc.
Mi sembra che lodare l’ “architetto tradizionalista” e demolire l’ “architetto modernista” sia una presa di posizione certamente poco costruttiva, oltre che anacronistica, volta a mantenere un ristagno culturale che non giova a nessuno.
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1 luglio 2009
RIFLESSIONI SUL "FALSO STORICO"
Lo scritto che segue mi è stato gentilmente inviato da Ettore Maria Mazzola, docente all'Università Notre Dame di Roma. Poiché scardina molti luoghi comuni e non si perita di criticare alcune icone del "modernismo" immagino che susciterà qualche discussione.
Considerato il proliferare dei commenti che accennano al concetto “Falso Storico”, riporto qualche chiarimento per porre fine all’abuso del termine.
Per evitare fraintendimenti userò le stesse parole di Cesare Brandi – Teoria del Restauro (Giulio Einaudi Edizioni – Torino 1963) e, in particolar modo, del capitolo “Falsificazione”.
“[...] Pertanto la falsità si fonda nel giudizio. Ora il giudizio di falso si pone come quello in cui viene attribuito ad un particolare soggetto un predicato, il cui contenuto consiste nella relazione del soggetto al concetto. Si riconosce così nel giudizio di falsità un giudizio problematico, col quale ci si riferisce alle determinazioni essenziali che il soggetto dovrebbe possedere e non possiede, ma che invece si pretenderebbe possedesse, onde nel giudizio di falsità si stabilisce la non congruenza del soggetto al suo concetto, e l’oggetto stesso è dichiarato falso”.
Non occorrono ulteriori spiegazioni sull’argomento, poiché è sufficientemente chiaro dalle parole del Brandi che il problema della presunta falsità consista nel “giudizio” che si dà di un oggetto, e dunque che il giudizio, in quanto tale, sia un problema soggettivo! ...
Un ulteriore importantissimo passaggio è il discorso sull’intenzionalità di chi produce o mette in circolazione il falso: ancora una volta Brandi chiarisce inequivocabilmente come, a seconda di questa intenzionalità, possa operarsi una netta differenziazione tra copia, imitazione e falsificazione.
Egli individua tre casi:
1) produzione di un oggetto a somiglianza o a riproduzione di un altro oggetto, oppure nei modi o nello stile di un determinato periodo storico o di determinata personalità artistica, per nessun altro fine che una documentazione dell’oggetto o il diletto che s’intende ricavarne;
2) produzione di un oggetto come sopra, ma con l’intento specifico di trarre altrui in inganno circa l’epoca, la consistenza materiale, o l’autore;
3) immissione nel commercio, o comunque diffusione dell’oggetto, anche se non sia stato prodotto con l’intenzione di trarre in inganno, come di un’opera autentica, di epoca, o di materia, o di fabbrica, o di autori, diversi da quelli che competono all’oggetto in se.
Il primo dei tre casi rientra nella sfera della copia o imitazione, gli altri due individuano le due accezioni fondamentali del falso: “solo nella fattispecie potrà allora distinguersi il falso storico dal falso artistico, che del falso storico finisce per presentarsi come una sottospecie, dato che ogni opera d’arte è anche monumento storico, e dato che l’intenzione di trarre in inganno è identica nei due casi”.
La Storia dell’Arte è ricca di esempi di “artisti” e dei loro “allievi”; questi ultimi si ispirarono ai loro maestri raggiungendo livelli artistici notevoli, pur fondando la loro produzione sulla personalità altrui: mai nessuno di questi “allievi” venne denunciato per plagio, per amoralità o per reato estetico, tanto che oggi abbiamo la possibilità di studiare le loro opere su tutti i libri di Storia dell’Arte: Quello del falso è un problema creato da noi “moderni”.
Del resto, se il recupero della tradizione e dei canoni classici fosse stato considerato un atto di falsità, né il Rinascimento, né il Neoclassicismo sarebbero mai potuti esistere: ad eccezione del Movimento Modernista, ogni periodo della Storia dell’Architettura ha fatto tesoro della tradizione precedente ed è stato in grado di aggiungere qualcosa di nuovo. Diversamente il movimento modernista, basando la sua forza espressiva sull’azzeramento della storia, non avrebbe mai potuto convivere con una tradizione in grado di far riflettere, così l’ha rinnegata!
Chi sarebbe mai un certo Winckelmann senza i falsi realizzati dagli antichi romani? Quelli sì che vennero realizzati a scopo di lucro! Molte botteghe di scultori – facendosi pagare profumatamente – eseguivano copie delle opere dei più grandi artisti greci per abbellire le case dei ricchi romani: solo grazie all’opera di questi falsari oggi possiamo apprezzare opere come il Laooconte, il Toro Farnese, il Discobolo di Mirone, ecc. ... queste sono opere mirabili, benché copie, la gente le apprezza, e le apprezzava, indipendentemente dalle considerazioni intellettualoidi dei critici e degli storici dell’arte.
Quando in antichità un edificio cadeva in rovina, esso veniva ricostruito. Templi arcaici vennero ricostruiti secondo il gusto ellenista operando dunque, secondo quello che è il pensiero contemporaneo, un crimine di falsità, ma nessuno – tranne qualche faziosa teoria ottocentesca, mai peraltro dimostrata – ha mai posto l’interrogativo se i romani furono dei grandi artisti o semplicemente degli squallidi copisti. È ovvio che essi furono dei grandi artisti, ed è altrettanto ovvio che il problema non va ricercato nel metodo dell’artista ma nel giudizio, spesso ipocrita, del giudicante.
Cosa potremmo dire delle splendide opere di integrazione, ricostruzione e completamento, eseguite dalla bottega di Bartolomeo Cavaceppi su gran parte della statuaria romana (oggi nei più importanti musei del mondo): quello suo, per i benpensanti della sua epoca, fu un gesto criminale che li offese a morte, o diversamente egli fu considerato un grande cui commissionare opere del genere?
Tornando al concetto di falso storico in architettura, Brandi (che non parla di architettura ma di arti figurative) ci ha chiarito come il problema principale sia dato dal comportamento ingannevole che l’autore dell’oggetto assume nei confronti di chi lo osserva.
Estensione del “falso” all’architettura
Per chi l’avesse dimenticato, o non lo conoscesse, questo è ciò che Antonio Sant’Elia scrisse nel Manifesto dell’Architettura Futurista dell’11.07.1914:
«... IO COMBATTO E DISPREZZO: 1° tutta la pseudo-Architettura d’avanguardia, austriaca, ungherese, tedesca e americana. 2° Tutta l’Architettura classica, solenne, ieratica, scenografica, decorativa, monumentale, leggiadra, piacevole. 3° L’imbalsamazione, la ricostruzione, la riproduzione dei monumenti e palazzi antichi. 4° Le linee perpendicolari e orizzontali, le forme cubiche e piramidali che sono statiche, gravi, opprimenti e assolutamente fuori dalla nostra nuovissima sensibilità»
«E PROCLAMO: 1° che l’Architettura Futurista è l’Architettura del calcolo, dell’audacia temeraria e della semplicità; l’Architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo dell’elasticità e della leggerezza»
«2° Che l’Architettura non è per questo arida combinazione di praticità e utilità, ma rimane arte, cioè sintesi, espressione»
«3° che le linee oblique e quelle ellittiche sono dinamiche per la loro stessa natura e hanno una potenza emotiva mille volte superiore a quella delle perpendicolari e delle orizzontali, che non vi può essere un’Architettura dinamicamente integratrice all’infuori di esse»
«4° che la decorazione, come qualche cosa di sovrapposto all’Architettura, è un assurdo, e che soltanto dall’uso e dalla disposizione originale del materiale greggio o nudo o violentemente colorato, dipende il valore decorativo dell’Architettura Futurista»
«5° che, come gli antichi trassero l’ispirazione dell’arte dagli elementi della natura, noi – materialmente e spiritualmente artificiali – dobbiamo trovare quell’ispirazione negli elementi del nuovissimo mondo meccanico che abbiamo creato, di cui l’Architettura deve essere la più bella espressione, la sintesi più completa, l’integrazione artistica più efficace»
«6° l’Architettura come arte di disporre le forme degli edifici secondo criteri prestabiliti è finita».
«7° per l’Architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia, l’ambiente con l’uomo, cioè rendere il mondo delle cose una proiezione diretta del mondo dello spirito»
«8° da un’Architettura così concepita non può nascere nessuna abitudine plastica e lineare, perché i caratteri fondamentali dell’Architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà. “Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città” questo costante rinnovamento dell’ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del “Futurismo”, che già si afferma con le “Parole in libertà”, il “Dinamismo plastico”, la “Musica senza quadratura” e l’”Arte dei rumori”, e pel quale lottiamo senza tregua contro la vigliaccheria passatista».
La conseguenza di questa visione folle è che, a causa di una formazione studentesca distorta in nome del modernismo, nella realtà di oggi si registra tra gli architetti una diffusa incapacità di relazionarsi con certi temi, e chi prova a rispolverare i canoni della progettazione tradizionale viene attaccato come anacronistico, passatista, ecc. … come ricordava Viollet-Le-Duc: «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo ... ma sdegnare non significa provare!(1)».
Chiunque abbia un po’ di sale in zucca potrà comprendere che le parole di Sant’Elia, giovanissimo ribelle all’epoca delle avanguardie artistiche internazionali – epoca in cui l’Italia cercava il modo per riappropriarsi del ruolo di centro artistico e culturale del mondo – possono giustificarsi in quel contesto, ma non necessariamente che esse si debbano prendere come una “Bibbia” per tutta l’architettura che è venuta dopo.
Purtroppo però, gli interessi economici, le teorie di Le Corbusier a favore dell’industria automobilistica (2), e soprattutto il complesso di inferiorità culturale degli italiani fecero sì che le cose andassero via via peggiorando; così, di lì a poco, si ebbero degli eventi che segnarono definitivamente il modo di costruire nel nostro Paese.
Nel 1931, a Roma, Pier Maria Bardi organizzò una mostra che aveva come unico scopo la messa al bando dell’architettura “vigliacca e passatista”. In occasione della Esposizione Italiana di Architettura Razionale, una stanza venne dedicata ad un pannello realizzato con la tecnica del collage, in cui foto e disegni delle architetture tradizionali realizzate nel primo novecento in Italia venivano ribattezzate la “Tavola degli Orrori”.
Per comprendere il peso di questo evento, e le conseguenze su ciò che avvenne di lì a breve, è necessario ricordare quella che fu l’influenza che esso ebbe nella mente di Benito Mussolini e dell’Intellighenzia italiana dell’epoca. Eccovi un sunto.
Nel 1929 Armando Brasini aveva ricevuto l’incarico per costruire a Roma, in via IV Novembre, un edificio che rimpiazzasse il demolito Teatro Nazionale di Francesco Azzurri. Il Teatro era stato demolito, nonostante la notorietà dell’autore e l’importanza funzionale dell’edificio, perché ritenuto inadeguato al carattere architettonico di Roma. D’Annunzio accusò la facciata di «essere pretenziosa e volgare e la tettoia in vetri orribile perché è una cosa industriale, brutta, meschina, comprata un tanto al metro, appiccicata là a far da testimonianza alla taccagneria che ha presieduto al compimento di tutta la parte ornamentale!» Mussolini ritenne Brasini l’unico architetto degno di poter mettere le mani su quel delicatissimo punto di Roma, tra l’altro allineato frontalmente a Palazzo Venezia, e si compiacque del progetto che dimostrava la validità della scelta dell’architetto.
Roma, Armando Brasini, Palazzo dell’I.N.A.I.L. (1929-’32)
All’indomani della mostra di Bardi, in occasione dell’inaugurazione di quel Palazzo (28 marzo 1932), l’opinione del Duce era totalmente cambiata: nel suo discorso alla Camera dei Senatori disse: «il palazzo è un autentico infortunio capitato proprio alle Assicurazioni agli Infortuni». Questa frase fece sì che l’INAIL decidesse di non utilizzare più quell’edificio come sua sede, perché ritenuto una “vergogna”, e lo cedette in affitto all’Aviazione Italiana.
Già nel ’31 la pubblicazione della splendida rivista Architettura e Arti Decorative era stata sospesa e rimpiazzata da quella di riviste schierate in nome del Modernismo, nel ’32 lo stesso Bardi – che dopo aver ripetuto per tre volte la terza elementare, era stato costretto per legge ad abbandonare gli studi (3) – fondò la rivista Quadrante di cui dirò presto.
Tra il ’32 e il ’36 un’altra battaglia venne combattuta in quel di Como, tra “tradizionalisti” e “modernisti”, i primi facenti capo in Federico Frigerio, i secondi in Terragni, Pagano, Cattaneo, ecc. La causa scatenante era stata l’edificazione, nel 1927, del Novocumum da parte di Terragni, edificio inaccettabile per i comaschi dell’epoca. Ciò che aveva disturbato era stato il trucco di presentare un progetto per poi realizzarne un altro.
La storia si ripeté con la “Casa del Fascio”, e questa volta la reazione dei comaschi indignati fu più forte.
L’intera città si era indignata per la costruzione di Giuseppe Terragni: il progetto presentato ed approvato era totalmente diverso da quello realizzato, e tutto era avvenuto sotto l’egida del Podestà locale, il fratello del Terragni: ecco il “trucco” – come lo definisce Alberto Artioli (4) – per aggirare l’ostacolo alla costruzione. In una lettera inviata dal Podestà a Giuseppe si suggeriva: «presenta un “progetto in stile”, poi quando tiri su i ponteggi fai quello che vuoi!».
L’indignazione fu talmente forte che la popolazione si rifiutò di assistere all’inaugurazione dell’edificio e si dovette ricorrere astutamente ad una cerimonia di commemorazione dei caduti della Prima Guerra Mondiale per far confluire il popolo nella “piazza” antistante la Casa.
Lo stesso Mussolini era rimasto profondamente turbato dall’edificio ma poi, la furbizia lessicale di Terragni e Marinetti (il teorico del Futurismo), coniarono la giustificazione plausibile all’edificio: esso trasformava in Architettura ciò che il Duce aveva detto, «il Fascismo è una casa di vetro dove tutti possono guardare!». Fu così che il Duce fece sua l’idea dell’edificio.
Forte di questo successo politico Carlo Belli, sul numero 35 della rivista Quadrante del 1936, nel paragrafo intitolato “Dopo la polemica” – per celebrare la vittoria del Modernismo conseguente la costruzione della Casa del Fascio di Como – diceva: «Non so quanti, in Italia, potranno capire oggi la nostra gioia per il compimento della Casa del Fascio di Como. Quando, tra qualche anno, un’adesione universale conforterà quest’opera di Terragni, allora sì, molti si arrenderanno, per riconoscere onestamente che avevamo ragione. […] Ma, ora, possiamo rispondere che vogliamo la Casa del Fascio di Como, intanto, come modello-base per tutti gli edifici d’Italia (compresi i ministeri). […] L’idea di un “Nuovo Vignola” dell’architettura italiana, idea ventilata in questi giorni, più che originale, assai più che brillante, è una proposta veramente saggia da attuarsi subito per l’onore e la salvezza del nostro prestigio in fatto di architettura. In questo manuale la Casa del Fascio di Como sarà la tavola logaritmica delle costruzioni del genere, il vocabolario in cui sono espresse nella loro forma migliore, tutte le soluzioni più esatte dei più complicati problemi. Un prontuario di bellezza, un paradigma di saggezza: un’opera completa sotto tutti i punti di vista».
Davanti a cotanta fermezza e furbizia non c’è da meravigliarsi se il Regime, per la prima volta, arrivò ad imporre il nuovo modo di concepire l’Architettura: Un regime totalitario che racconta di dare delle case moderne, simbolo di libertà e di progresso, non può che essere apprezzato ... peccato però che gli abitanti degli edifici nati seguendo questi dettami non abbiano mai ritenuto di vivere negli spazi che avrebbero sognato, e anzi, molto spesso, ci abbiano lasciato di loro definizioni come quartieri ghetto, edifici lager, eccetera.
Sebbene possa sembrare impossibile che questo piccolo evento comasco possa aver avuto una risonanza così drammatica sul nostro Paese, la lettura di un testo di legge emanato due anni dopo ci dimostra che la delirante richiesta modernista di Belli, Pagano, Terragni, Cattaneo, ecc., ben presto venne tramutata in realtà.
Nel 1938 – nell’interesse dei soli “palazzinari” – affinché non si osasse più costruire in modo tradizionale, a cura del Ministero della Pubblica Istruzione Italiano venivano promulgate le “Istruzioni per il Restauro dei Monumenti” il cui punto 8 così recitava: «per ovvie ragioni di dignità storica e per la necessaria chiarezza della coscienza artistica attuale, è assolutamente proibita, anche in zone non aventi interesse monumentale o paesistico, la costruzione di edifici in “stili” antichi, rappresentando essi una doppia falsificazione, nei riguardi dell’antica e della recente storia dell’arte» (5).
La strenua resistenza dei membri della Associazione Artistica fra i Cultori dell’Architettura agli attacchi delle riviste monodirezionali, come la tedesca Moderne Bauformen o le italiane Casabella, Quadrante, ecc., ormai non aveva più campo d’azione: gli architetti tradizionali erano stati banditi per legge!
L’Architettura era morta in nome del Modernismo di Stato ... ma da noi continuano a farci credere il contrario, bollando come fascista chi si interessa di architettura neo-tradizionale!
Questi aneddoti cambiarono radicalmente il modo di insegnare, costruire e concepire l’Architettura in Italia.
Chi inganna chi?
L’altra faccia del falso storico è rappresentata da quelle città italiane le quali, per il fatto di aver dato i natali ad architetti “moderni” o ad architetture razionaliste, hanno dimenticato tutto quanto successo prima del XX secolo, in questo modo, architetti, critici, e politici locali chiedono, o addirittura impongono, che l’edilizia prodotta dal movimento modernista venga presa come modello da seguire: così sono nati, e continuano a nascere, interventi neo-razionalisti, neo-funzionalisti, neo-Terragniani, neo-LeCorbusierani, ecc., mentre vengono ridicolizzati, o peggio criminalizzati, gli interventi di chi si sforza di riappropriarsi dei canoni tradizionali.
Perché il cercare di dare una casa ed un ambiente urbano dignitoso e piacevole, ispirandosi al Passato più nobile, è da considerarsi un atto criminale, mentre il copiare i presunti “grandi modernisti” è invece un comportamento da perseguire?
Se il problema è solo quello dell’inganno, nessun “architetto tradizionalista” intende ingannare nessuno con il suo modo di operare, egli semmai è mosso dal rispetto dei monumenti, dei centri storici, del paesaggio e, soprattutto, degli abitanti; egli non ha nessuna intenzione di far credere che la sua opera sia stata realizzata in un’altra epoca, o da un grande del passato: egli non vuole offendere nessuno, piuttosto è interessato a cancellare le offese che la “povera gente incolta” è stata costretta a subire da chi, con la “presunzione della cultura”, l’ha ingannata facendogli credere che gli stava creando intorno una città figlia della “civiltà moderna”, “espressione del nostro tempo”.
Inganno letteralmente significa presentazione falsata della verità.
La realtà dei fatti urbanistici di oggi ci dimostra come l’unico vero inganno, sia stato proprio quello compiuto dai cosiddetti esperti i quali, con il loro modo di sentenziare, ci hanno voluto far credere che la zonizzazione, le moderne periferie, le grandi arterie di traffico nel bel mezzo dei centri abitati, le unità di abitazione, la rimozione di ogni aggiunta decorativa, ecc. corrispondessero alla vera espressione di civiltà moderna, ai veri ideali di vita, di urbanistica e di architettura.
Credo senza alcun dubbio che gli unici falsari siano i teorici del falso storico, coloro i quali, con la loro “colta saccenteria”, hanno convinto, o cercato di convincere, la “massa incolta”, che il loro “sapere” li avrebbe guidati ad un futuro migliore. Questa massa, ammalata di un certo complesso di inferiorità culturale nei confronti degli esperti, ha passivamente accettato questi teoremi perché “detti da chi capisce” … anche se poi, nel proprio intimo, ha sempre covato un senso di disgusto e di rifiuto, puntualmente tirato fuori quando era troppo tardi, oppure sottovoce in qualche discorso tra amici con i quali non c’era da vergognarsi di “non capire” l’architettura e l’urbanistica contemporanea.
Ettore Maria Mazzola
Note:
1) Conversazioni sull’Architettura – Edizioni Jaca Book S.p.A. – Milano 1990
2) Prima il Plan Voisine (Voisine era un costruttore d’auto) e poi la Ville Radieuse secondo cui «le città saranno parte della campagna; io vivrò a 30 miglia dal mio ufficio, in una direzione, sotto alberi di pino; la mia segretaria vivrà anch’essa a 30 miglia dall’ufficio, ma in direzione opposta e sotto altri alberi di pino. Noi avremo la nostra automobile. Dobbiamo usarla fino a stancarla, consumando strada, superfici e ingranaggi, consumando olio e benzina. Tutto ciò che serve per una grande mole di lavoro ... sufficiente per tutti.»
3) R. Mariani, Razionalismo e architettura moderna, Milano 1989
4) Alberto Artioli, “La Casa del Fascio di Como”, BetaGamma Editrice, Roma 1990, pag. 20; confrontare anche Ada Francesca Marcianò, “Giuseppe Terragni. Opera completa 1925-1943”, Officina Edizioni, Roma 1987, pag. 306
5) In materia di “Falso Storico” rimando al mio saggio “Falso storico? … Tutto falso!” in Como, la Modernità della tradizione, di Samir Younés ed Ettore Maria Mazzola, Gangemi Edizioni, Roma 2003, pagg. 33 - 47
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24 giugno 2009
COMMENTO SU KRIER A NOVOLI
Pietro Pagliardini
In un articolo su la Repubblica edizione di Firenze, l’architetto Antonio Godoli, direttore del Dipartimento Architettura degli Uffizi, presente all’incontro di Lèon Krier con la cittadinanza a Novoli, oltre a continuare nell’improponibile difesa d’ufficio (d’ufficio?) del Palazzo d’in-Giustizia di Leonardo Ricci, scrive, tra l’altro:
“Credo che l’errore del Comune fiorentino fu proprio quello di chiamare un unico progettista e di un preciso indirizzo architettonico a disegnare un pezzo di città, pensando così di risolvere automaticamente ogni problema, facendogli riproporre forma, dimensioni e tracciato uguali a quelli di un insediamento storico. Krier rappresenta quel pensiero che vuole il linguaggio dell’architettura moderna causa di ogni male, di ogni disagio, di qui il ritorno a canoni, principi del passato. E’ evidente il richiamo, il fascino dei centri storici ma essi sono prodotti da stratificazioni di eventi nei secoli, memoria del passaggio della vita, la ricostruzione artificiale della loro forma non riprodurrà mai la felicità di un tempo”. Conclude attribuendo a Krier stesso una parte della responsabilità per il disagio dei residenti. Non si capisce, in verità, come possa essere responsabile di un progetto non suo, nè l'articolo accenna ad una spiegazione, ma questo non è l'argomento del post.
L’architetto Godoli è un caso rappresentativo, e non mi riferisco alla persona ma al ruolo che egli svolge e all’istituzione che egli rappresenta ai massimi livelli, di uno strano sdoppiamento della personalità niente affatto infrequente nel mondo della tutela dei monumenti e del patrimonio storico in genere.
Una persona normale, anche un architetto normale, sarebbe portato ad immaginare che l’Istituzione che sovrintende al patrimonio storico dell’architettura dovrebbe nutrire un amore per determinate forme, per un certo tipo di architettura diciamo classica e che aspirasse a vedere riprodotta, almeno in parte, tale bellezza anche negli edifici e nella città nuova. Invece non è così. Diranno gli amici modernisti: ma è ovvio che non sia così, anche se sono restauratori (o conservatori?) vivono nel loro tempo e quindi desiderano l’architettura della modernità! Anzi, immagino che proseguirebbero, proprio per l’amore e il rispetto dell’arte e dell’architettura antica, desiderano, anzi auspicano ed esigono che non si faccia ad esse il verso creando “falsi” che, quand’anche fossero del tutto simili al vero, trarrebbero in inganno gli abitanti e gli osservatori, e sarebbero inoltre anacronistici e sbagliati perché non adatti alla società contemporanea. Forse direbbero anche altre cose, meno garbate, ma per certo queste non mancherebbero.
Tralasciando il luogo comune della non meglio identificata modernità, perché se io faccio un edificio oggi è moderno per definizione, anzi contemporaneo, ma questa semplice ed evidente verità è abbastanza dura da farla entrare in testa a molti, è interessante ricordare come il prof. Paolo Marconi spiega questo paradosso molto italiano nel suo libro “Il recupero della bellezza”. Egli lo fa risalire ad Arrigo Boito e alla trasposizione in architettura della deprecabile usanza del falso pittorico (venduto però come autentico). Ecco il distico di Boito sotto accusa: “far io devo così che ognun discerna/esser l’aggiunta un’opera moderna”.
Marconi avverte però che Boito si riferiva solamente al restauro archeologico ed era rivolto contro i falsari-duplicatori. A questo Marconi fa risalire la cultura modernista delle Soprintendenze, le quali seguono il principio della “conservazione” piuttosto che quella del restauro.
Ha sicuramente ragione, come avrà sicuramente ragione quando attribuisce anche a Cesari Brandi l’equivoco di aver assimilato le falsificazioni di oggetti d’arte finalizzate a frodi commerciali alle “repliche architettoniche a fini di conservazione dei monumenti, seguendo troppo pedestremente l’invettiva di Boito”.
Ma a me sembra vi sia anche dell’altro, più profondamente legato alla cultura architettonica del novecento. Per questo riporterò parte di un post scritto circa un anno fa:
"Parlare di falso vuol dire partire inevitabilmente dalle teorie estetiche e dalla teoria del restauro. L’origine del dibattito e le diverse posizioni sono riconducibili a Ruskin e Viollet le Duc, l’uno con la sua intransigente visione di non restaurare i monumenti e lasciarli decadere per farli tornare parte della natura da cui provengono, una concezione frutto di profonde e rispettabili convinzioni personali ma difficilmente praticabile; l’altro con l’introduzione del restauro stilistico che ammette, quando non vi è sicurezza dell’originale, l'aggiunta cercando di interpretare le intenzioni autentiche dell’autore o, addirittura, l'invenzione, cioè il massimo del “falso”.
Ma è la Carta di Atene che istituzionalizza il concetto di falso, stabilendo che laddove vi è la necessità di inserire nuovi elementi, questi dovranno essere chiaramente leggibili, per riconoscerne l’epoca e per non creare, appunto, falsi.
Questa è la teoria che ha dominato il XX secolo e il metodo di lavoro delle Soprintendenze, trasformandola però nel manuale del politically correct dell’architettura, perché, col trascorrere del tempo, questa è trasmigrata, per osmosi, dal restauro al progetto, con la conseguenza che “l’antico” è stato definitivamente fossilizzato e fissato all’epoca di appartenenza e, per analogia con la teoria del restauro, il nuovo si dovrà esprimere con le forme e con i materiali del proprio tempo; così si è determinata la paradossale situazione che tutto ciò che è antico è intoccabile ma, quando si deve intervenire accanto ad edifici antichi o dentro la città storica si ammetterà qualunque cosa, purché “moderna”.
E’ da qui che è nato il luogo comune e il pregiudizio di falso = zotico; invece io affermo che la falsificazione è una qualità fondamentale dell’architettura”.
Ecco mi pare che questo post si adatti benissimo a quanto l’architetto Godoli ha scritto e a quanto ha detto durante l’incontro.
Per inciso, l’architetto ha dichiarato, con un certo orgoglio, di aver partecipato alla commissione che ha selezionato il progetto di Arata Isozaki per gli Uffizi.
Sì, proprio la famosa pensilina-gazebo.
E' stato forse l'unico momento della serata in cui si è sentito un mormorio e un mugugno proveniente da gran parte del pubblico, ma questo non l'ho letto ancora in nessun articolo di giornale.
20 giugno 2009
GLI ARCHITETTI CON IL "FALSO" SEMPRE IN BOCCA
Pietro Pagliardini
Sul quotidiano La Nazione, nella cronaca di Arezzo, è uscito oggi questo articolo di Salvatore Mannino su quello “splendido falso” che è la Piazza Grande di Arezzo. Mannino, giornalista che segue con attenzione i fatti di città, sapendo e conoscendo quanto gli aretini siano affezionati alla loro Piazza Grande e quanto i turisti apprezzino questo spazio che non ha certo l’omogeneità e la coerenza di altre famose piazze italiane ma che riesce comunque a lasciare un forte ricordo di sé a distanza di anni, non solo non si è posto il problema se quei “falsi” sia stato bene farli ma ha anche ironizzato, con il suo virgolettato, sul fatto che qualcuno li possa chiamare falsi. Ma molti architetti, sono certo, penseranno che sia Mannino, sia gli aretini, sia i turisti siano tutti ignoranti e incolti.
Se gli architetti afflitti da carie dentaria (e ce ne saranno, immagino) fossero coerenti con il loro pensiero, invece che usare dentiere in porcellana o impianti al titanio rivestiti di materiale il più simile possibile ai denti veri, usassero apparecchi che mostrassero la loro falsità, ad esempio l’oro, come accadeva una volta, allora m’inchinerei loro e sarei costretto a cambiare idea. Ma se, come immagino e come è giusto, anch’essi scendono, in questo caso, al livello dei comuni mortali e, oltre che conservare al massimo la funzionalità della loro masticazione, garantita dalla solidità del lavoro del dentista, vogliono anche salvaguardare la bellezza e l'ordine del loro volto con una dentatura il più mimetica possibile, per garantire l'armonia complessiva di quelle loro belle e pensose immagini delle riviste, allora la smettano di fare inutili discorsi sui “falsi” architettonici, perché i primi falsi ce li hanno proprio in quell'organo da cui escono tutte le stupidaggini sui falsi, al pari di tutti coloro che vi sono costretti dalla malattia.
E così ho scoperto che la Vitruviana triade di utilitas, firmitas e venustas non è esclusivo appannaggio dell’architettura ma anche dell’odontoiatria.
Almeno fino a che non arriveranno i critici odontoiatrici a fare danni.
16 giugno 2009
ANCORA UN LINK SUL TEMA RICOSTRUZIONE
Il Covile continua nell'approfondimento del tema restauro e ricostruzione con un articolo di Ettore Maria Mazzola.
Inevitabile il link:
10 giugno 2009
LEON KRIER A FIRENZE
Mercoledì 17 e Giovedì 18 giugno Lèon Krier sarà a Firenze per la presentazione di un libro e per un incontro pubblico con i cittadini.
Questo il testo pervenutomi dalla LEF Libreria Editrice Fiorentina:
L'interesse di questo incontro mi sembra stia, oltre che nella qualità del personaggio, anche nella possibilità di valutare se le idee, i progetti, l'architettura di Lèon Krier incontrino ai gusti e le aspettative della gente.
6 giugno 2009
UN LIBRO NON RECENTE DEL PRINCIPE CARLO
Mi è stato prestato un libro del Principe Carlo d’Inghilterra, “Uno sguardo sulla Gran Bretagna. La mia concezione dell’architettura”, 1989 edizioni Frassinelli. E’ un bel libro incentrato sulla Gran Bretagna ma con un occhio attento all’architettura in generale. Ne riporto qui alcuni brani tratti dall’introduzione per infrangere il luogo comune e il pregiudizio, diffuso ad arte, sulla sua presunta incompetenza e anche perché, pur essendo datato 1989, vi sono temi ricorsi di recente con la nota protesta delle archistar contro di lui. A distanza di tempo si ritrova a dover affrontare le stesse polemiche senza retrocedere di un passo. E per essere scritto venti anni fa mi sembra che il Principe abbia saputo cogliere con lucidità e competenza importanti problemi dell'architettura che ricorrono ancora oggi. E' perfino divertente vedere confermati tutti i vizi dell'establishment culturale del tempo (siamo nell'anno della caduta del muro di Berlino) e che continuano tutt'ora, anche se con un po' più di affanno.
Ad alcuni piace definire le mie idee sull’architettura e l’ambiente come reazionarie e contrarie al progresso e alle esigenze del mondo contemporaneo. Più mi addentro nel mondo torbido dell’architettura, della pianificazione e della proprietà edilizia, più mi accorgo della possente influenza di vari gruppi di interesse.
Da qui le reazioni spesso violente e velenose alle mie prese di posizione. Mi si imputa persino di abusare del mio potere (sic) in quanto principe di Galles, intervenendo in questioni che sarebbe più opportuno delegare agli architetti e di agire in modo antidemocratico.

Mi si dice che sono grossolanamente ingiusto nei riguardi della professione, in quanto punterei l’arma contro gli architetti, mentre in realtà i responsabili sarebbero i pianificatori, la proprietà edilizia, i politici a livello nazionale e locale. Perché allora ho preso di mira gli architetti in particolare? Perché sono convinto che è stato l’establishment degli architetti, o un gruppo potente al suo interno, che ha dettato legge negli ultimi anni Cinquanta e Sessanta. Sono stati loro a dimostrare la necessità di una “nuova” architettura ai fini della ricostruzione della Gran Bretagna postbellica e ad attuare scientemente una rivoluzione all’interno dell’ordine professionale e del loro sistema educativo. Sono stati i “grandi architetti” di questo periodo a persuadere tutti che il mondo sarebbe stato più sicuro nelle loro mani. I loro successori mantengono ancora prestigio e una specie di fascino tra i colleghi: decretano lo stile, controllano i curriculum e detengono posizioni di potere nel Royal Institute of British Architects (RIBA) e nella Royal Academy. Sono loro a governare con mano ferrea le scuole d’architettura e loro che vengono fatti passare per eroi dalle riviste di architettura, in gran parte osannati, e che stanno al centro dell’attenzione scarsamente critica della stampa in generale.
Effettivamente questi signori sono così abituati a sfuggire alla critica, che il mio mite appunto in cui definivo il progetto No 1 Poultry “un vecchio apparecchio radio degli anni Trenta” fu considerato in certi ambienti un’interferenza incostituzionale nel processo di pianificazione.
Può sembrare una scappatoia, ma non ho un desiderio particolare di battermi contro gli architetti o gli speculatori edili.
D’altra parte sono preoccupato per il loro approccio filosofico rispetto all’intera questione della progettazione edilizia nella misura in cui in cide sulla gente e la sua vita.
Molti architetti e imprenditori edili credono che l’architettura debba rispecchiare lo spirito del tempo….dato e non concesso si sappia cos’è! Allo stesso modo in cui il Rinascimento ha rappresentato in architettura l’affrancamento dalle catene della chiesa medievale, così sostengono loro, l’architettura contemporanea deve rispecchiare il dominio dell’alta tecnologia e l’evidente trionfo meccanico dell’uomo sulla natura che per tanto tempo l’ha tenuto in scacco.
Evidentemente, in quest’ordine d’idee, il passato è ampiamente irrilevante e il suo significato e le sue lezioni devono essere cancellate.
Credo che quando un uomo perde il legame col passato perde l’anima. Allo stesso modo, se respingiamo il passato architettonico allora anche i nostri edifici perdono la loro anima. Se abbandoniamo i principi tradizionali su cui l’architettura si è basata per 2.500 anni o più, la nostra civiltà ne soffre. Le nostre vite possono essere dominate da forme di tecnologia sofisticata, ma noi possediamo anche un più grande retaggio.
Non c’è nulla di erroneo da imparare dal passato, nell’applicare le lezioni che i nostri predecessori hanno appreso con tanta pena, nel riconoscere che il nostro particolare retaggio isolano è il risultato della risposta a condizioni climatiche e alla disponibilità di determinati materiali locali e dell’ispirazioni fornita dai grandiosi esempi dell’architettura europea.
Questi concetti ci danno un senso di appartenenza di ordine, d’importanza vitale per il nostro sviluppo di esseri umani. Non siamo i soli a nutrire inquietudini per la strada intrapresa dall’architettura moderna o anche postmoderna. (Non fatevi confondere dal postmodernismo e dagli altri “ismi” che i critici di architettura escogitano per cullarci in un malinteso senso di sicurezza!).
In paesi come l’Arabia Saudita dove il ritmo dello sviluppo è stato sorprendentemente rapido e il concetto prevalente che vige è “se è americano”, “se “è nello stile di vita internazionale, deve essere la miglior cosa per noi”, cominciano a rendersi conto che nell’ansia di modernizzarsi allineandosi alle tendenze occidentali hanno perso qualcosa. Sta emergendo un movimento inteso a riscoprire l’eredità islamica e autoctona e a imparare dalla saggezza ambientale locale degli antenati che conoscevano alla perfezione l’arte di costruire tenendo in debita considerazione le condizioni climatiche prevalenti.
Nel Medio Oriente si ascolta con interesse crescente un notevole architetto egiziano Hassan Fathy, che per quarant’anni ha dovuto subire critiche e denigrazioni velenose da parte della classe professionale modernista per aver propugnato con ostinazione la causa dell’architettura islamica tradizionale. E’ stato sempre accantonato come un romantico privo di contatto con la realtà moderna. “Quando si attira l’attenzione della gente sull’estetica e la cultura”, ha scritto il dotto Fathy, “ti tacciano di romanticismo. Questo sta a dimostrare lo stato della nostra società attuale”. [Omissis]
Il dottor Fathy sostiene che “l’architettura per i ceti meno abbienti non deve essere concepita come la cura di una malattia particolare” e si schiera per un’”architettura fruibile sia dai ricchi sia dai poveri”, non privilegio di un determinato ceto sociale. L’estetica dovrebbe essere una componente di tutta l’architettura: “Purtroppo” lamenta il dottor Fathy, “oggi al popolo non è concesso il vantaggio estetico e si assimila a torto la povertà con la bruttezza, il che è un errore grave. Più i costi del progetto sono contenuti, maggior cura e attenzione dovrebbe essere prestata all’estetica”.
Il dottor Fathy è un uomo notevole, la cui voce coraggiosa dovrebbe essere ascoltata. Sentite questa: “Io dico che la bella architettura è un atto di civiltà verso chi entra nell’edificio; si inchina a voi ad ogni angolo, come in un minuetto….Ogni costruzione brutta è un insulto a chi le passa di fronte. Gni edificio dovrebbe rappresentare un ornamento e un contributo alla propria cultura. Ora è molto difficile raggiungere questo obiettivo perché abbiamo abbandonato la scala umana e il riferimento umano. Dobbiamo quindi reintrodurre questi due elementi, più la musicalità in architettura”.
Seguono alcuni link su Hassan Fathy e l'architettura tradizionale islamica:
http://www.youtube.com/watch?v=0myHEjXWElo
http://www.youtube.com/watch?v=LlWFjxd935s&feature=related
http://web.mit.edu/akpia/www/
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2 giugno 2009
IL PROF.PAOLO MARCONI SULLA RICOSTRUZIONE A L'AQUILA
Il Covile propone oggi uno straordinario intervento sulla ricostruzione A L'Aquila del Prof. Paolo Marconi, con una nota sull'autore del Prof. Ettore Maria Mazzola.
Corre l'obbligo di un link immediato:
COSA FARE IN CITTA' COME L'AQUILA DOPO IL TERREMOTO?
LETTERA APERTA DA UNO STUDENTE DI ARCHITETTURA
Questo post è stato scritto da Riccardo Verdelli, studente di architettura di Arezzo, che conosco e a cui avevo chiesto di scrivere qualcosa dopo aver scoperto che è animato da grande passione civile che non riversa solo nell'architettura.
Riccardo ha anche un blog, Il Verde Polemico. Il verde potrebbe avere un doppio senso ma il polemico, ve ne renderete conto, ne ha uno solo.
L'amico Piero mi ha chiesto qualche tempo fa di scrivere qualcosa, di riassumere i pensieri di uno studente di architettura che si appassioni al dibattito su architettura ed urbanistica; ecco, ci ho messo un sacco di tempo, ma alla fine ho trovato il tempo per farlo.
Proprio domenica un'interessante puntata di Report (ovviamente diretta a tutti, quindi magari un po' "banale" in alcuni passaggi per una persona del settore) mi ha dato la spinta: si parlava della morte dello strumento urbanistico e della nascita della città del palazzinaro. E' inutile dire quanto piacevole e confortante sia che anche la società civile finalmente si schieri contro le varie forme di non-città che proliferano oggi e che eminentemente sono sconfinati quartieri dormitorio o marmellate di villettopoli sparse qua e la.

Il punto forte della trasmissione stava proprio nella continua violenza cui son sottoposti i piani in Italia, raramente rispettati se un qualche imprenditore mette sul piatto soldi sufficienti a far rifiatare un comune, che accetta così di far stuprare in qualunque modo il proprio territorio, fregandosene non solo dei costi sociali di migliaia e migliaia di metri cubi messi in un posto alieno alla città, ma anche a quelli poi dovuti ad un'architettura che nelle migliori delle ipotesi è semplicemente banale.
Cos'è oggi un architetto? A cosa si è ridotta la figura che nel tempo ha costruito le città? Se il lavoro dell'urbanista viene violentato in nome dei soldi dei palazzinari, se questi vuole spender poco e se i professori universitari insegnano che non ci sono regole, che tutto è soggettivo ma ingiudicabile, che ciò che fa un architetto è giusto e incontestabile? Cosa viene fuori da questo quadro? Architetti che quando siano rispettosi dell'architettura, della storia ma anche del progresso, dell'urbanistica, conoscitori della città, vengono comunque ridotti a poco più di "disegnatori di cartine". A che serve, dunque, che un urbanista presti attenzione a come e dove costruire, alle infrastrutture, alle linee di trasporto pubblico, quando poi un palazzinaro compra ettari ed ettari di terreno agricolo e si presenta al comune con i milioni degli oneri in mano e il comune non possa (o voglia, nella peggiore delle ipotesi) che prostituirsi per far cassa in qualche modo?
La questione è inevitabilmente prima politica che di qualunque altro tipo: evidentemente i comuni italiani non hanno soldi a sufficienza e voglio spendere critiche bipartisan a questo punto, o meglio fare un plauso e una critica a questo governo. Ben venga il federalismo fiscale, gli enti locali sono quelli a più stretto contatto con il cittadino e devono "prendersi cura" di lui, orribile la scelta di togliere l'ICI sula prima casa, ossigeno fondamentale per i comuni.
Oggi ci troviamo in condizioni serie, e non parlo di ambientalismo quanto di qualità della città, anche perché i professionisti capaci, che hanno la possibilità economica di non prostituirsi, hanno un ruolo marginale e possono essere facilmente scavalcati da un amministratore poco capace o semplicemente senza sufficienti fondi.
Lo strumento urbanistico dovrebbe avere un valore molto maggiore, dovrebbe essere "inviolabile" ed è qui secondo me che si può e deve ragionare di qualità edilizia, qualità urbanistica e ridensificazione della città, restituzione della città ai cittadini.
Sottrarre la città ai SUV e restituirla ai cittadini DEVE essere priorità in Italia dove, non fosse chiaro, nessuno viene a vedere i quartieri dormitorio o le villettopoli terzo millennio, ma si viene a vedere la meraviglia di centri storici stratificati, che offrono tessuti nei quali si legge la storia della città, la città dei cittadini; le città delle auto non interessano a nessuno, anzi potendo se ne fugge.
Il piano dovrebbe appunto essere inviolabile, ed indicare nuove aree, che valgano le "C" ma che siano esclusivamente dedicate a "premio" (preferisco scrivere in modo che sia chiaro a tutti, non so quanto sia vasto il tuo pubblico) per coloro i quali accettino la sostituzione edilizia. Dovrebbe cioè indicare gli edifici cittadini impropri e consentire, in funzione della sostituzione, di aggiungere metri cubi, tanti, tantissimi vi prego, se non in sito almeno in queste aree "C bis", e l'allargamento della città deve quindi esistere solo in funzione di una riqualificazione dell'esistente, e ovviamente rispettoso della città. L'esempio della sede della Banca Toscana ad Arezzo l'avevo già fatto (edificio moderno le cui storture sarebbero elencabili solo in un topic dedicato, ma situato in una strada ordinata e di un certo pregio architettonico): sostituisci quell'oggetto e io ti assicuro tanti metri cubi in più, nello specifico anche in sito, essendo l'edificio attuale molto basso rispetto al contesto, in altri casi in aree IMMEDIATAMENTE periferiche, che ovviamente deve individuare l'urbanista; questa dovrebbe essere la concessione che il comune potrebbe fare: può vendere spazio in virtù di una sostituzione che permetta di riqualificare la città, non può vendere la città per soldi, non può l'amministratore far prostituire la città.
I piani dovrebbero essere frequenti, e non indicare come allargare la città, ma come farla crescere qualitativamente, ma soprattutto dovrebbero essere inviolabili!!! Un accordo di programma può vertere su indici e standard, il comune può prendere la "mazzetta" (oggi è tecnicamente questo) per far costruire 100.000 mc laddove se ne potevan fare 80.000, non per far costruire laddove non si può.
Ne viene fuori un disastro sia ambientale (minori aree verdi, maggiori consumi di carburanti) che economico (maggiore dispersione per reti di utenze più lunghe, bisogno di nuove infrastrutture), che sociale (migliaia di cittadini che non si sentono cittadini, non padroni ma schiavi della città, di una città che è a sua volta schiava dell'auto).
Un comune può accettare un piano in più molto più facilmente che una casetta "più in la", una città può alzarsi e rimanere vivibile, non può farlo allargandosi a macchia d'olio.
Ed è qui che bisogna che il piano individui, dopo che abbia fallito la commissione edilizia, cosa c'è bisogno di sostituire, cosa non è città ma villettopoli, cosa non è città ma dormitorio, cosa non è edificio ma delirio di un architetto "universitario".
Assistiamo oggi in facoltà ad architetti che insegnano che non ci sono regole (ovviamente non tutti, ci mancherebbe), che tutto dipende dal gusto dell'architetto (quindi non ancora dello studente, che deve semplicemente assecondare il professore di turno e sperare di incontrarne il gusto), che non esistono regole, che quando si fa un intervento "deve essere chiaramente riconoscibile" e si portano esempi di abitazioni di Gehry, prontamente riproposti poi dagli studenti in pieno centro storico di Firenze, che quella di Richard Meier è una chiesa anche se a fare fotomontaggi che la collocassero altrove è stata scambiata (non scherzo) per centro velico per la Coppa America e per palazzetto dello sport.
Assistiamo alla negazione aprioristica del tetto a padiglione, che appare quasi come un'offesa, se presentata al professore, oppure ad obiezioni del tipo "ma qui c'è umidità" di fronte ad un tema "fai una casa in mezzo al letto dell'Arno" o a giudizi opposti su progetti identici presentati a soli 7 giorni di distanza.
All'interno di un panorama del genere forse la speranza può venire da "Report", inteso come società civile che si interessa al problema e si rende conto della situazione caotica (ad essere buoni) in cui versano l'urbanistica e l'architettura in Italia; forse la coscienza che il traffico si crea quando si costruisce male, violentando il piano, lasciando la città in mano ai palazzinari, forse la coscienza che l'inquinamento dipende da migliaia di alloggi cresciuti dove non era previsto né prevedibile né auspicabile, forse la nuova spinta ecologista verso consumi più bassi scoraggiata da distanze troppo grandi, forse la rinnovata tensione verso una città da percorrere a piedi potranno quello che politica, urbanistica ed architettura non hanno potuto, o forse voluto, cioè restituire la città ai cittadini. E questo è possibile restituendo l'urbanistica agli urbanisti e l'architettura agli architetti.
E purtroppo per questo la strada sarà lunga e passa anche da un'università che non forma architetti, forma studenti impauriti dal mondo dell'architettura, con nessuna forza culturale da opporre al dio denaro: come può un giovane architetto imporre una corretta visione architettonica che non ha ad un imprenditore che deliberatamente la nega poiché non economicamente vantaggiosa?
La strada è lunga, ma la società civile, se pur prima per la paura sismica e ora per la tensione ecologista, e non per una questione prettamente architettonico/urbanistica, può essere la spinta per riuscire in un prossimo futuro a recuperare le nostre città, a restituircele, togliendole dalle mani di amministratori inadeguati, architetti incompetenti ed urbanisti senza potere.
Spero di non essere stato troppo prolisso e di aver inquadrato la richiesta che mi hai fatto: questa è una sintesi (una sintetica sintesi...) della mia visione dell'architettura e dell'urbanistica attuali e delle prospettive delle stesse, o meglio delle mie speranze perché queste cambino nella direzione che auspico, e credo auspichi anche te.
Ciao Riccardo
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1 giugno 2009
RUDY RICCIOTTI SU ITALIA OGGI
Che non sia un prototipo di archistar?
ITALIA OGGI - RUDY RICCIOTTI:LE GRANDI OPERE A MILANO SONO DI ARCHITETTI APOLIDI
31 maggio 2009
UN COMMENTO A EDDYBURG
Pietro Pagliardini
Ecco un esempio di pratica pre-moderna dell'urbanistica moderna: nel sito Eddyburg, curato dal Prof. Edoardo Salzano, ho trovato questo articolo “Edificabilità. Il Consiglio di Stato ribadisce: il piano la dà, il piano puo’ toglierla” scritto dallo stesso Edoardo Salzano a commento di una sentenza del Consiglio di Stato che rigettava il ricorso contro una scelta del PRG di classificare come agricola un’area individuata nel precedente PRG come edificabile.
Per la precisa lettura dei fatti e della sentenza rimando all’articolo stesso che è completo di ogni informazione.
Perché mi occupo di una sentenza, dato che non sembra questo il luogo adatto? Me ne occupo perché mostra quali siano le preoccupazioni principali di una parte importante della cultura urbanistica italiana.
Ormai da molti decenni l’urbanistica è soffocata da leggi, procedure, interpretazioni giuridiche; su queste si fanno convegni, la legislazione urbanistica è cresciuta a dismisura tanto da far perdere quasi il rapporto con la realtà e i piani regolatori vengono costruiti sulle leggi regionali non solo per dare ai piani la loro necessaria legittimazione giuridica, che sarebbe la regola, ma in base ai dettati delle leggi stesse piuttosto che sui dati reali delle città e del territorio.
Il metodo ha preso quasi il totale sopravvento sul merito e questa sentenza, e ancor di più il tono di Salzano, lo fa capire bene.
Nutro il massimo rispetto per il prof.Edoardo Salzano, per la sua storia, per la sua infaticabile attività a favore di quella che lui ritiene essere, ed in parte lo è, la strada giusta per l’urbanistica, ma questo non mi impedisce di dissentire da lui.
Dunque, dice Salzano non nascondendo una grande soddisfazione alla conferma della sua concezione del rapporto stato-cittadino, il PRG non crea diritti edificatori e il diritto gli dà ragione. Su questo niente da obiettare. Ma il fatto che ad una sentenza del Consiglio di Stato, organo di rilievo Costituzionale, ci si debba piegare, non vuol dire perdere il diritto di criticarla e di pensare che non vi sia aderenza alla realtà. Ciò alla luce del diritto positivo, dato che questo è un diritto “in itinere”, cioè è soggetto ai cambiamenti che si manifestano nella società; questa fatto determina la possibilità che ciò che non è ammesso in un determinato momento storico possa diventarlo in un momento successivo, per un cambiamento del costume, dei rapporti economici, del comune sentire di una società.
Dunque, proprio in questa logica, guai a sedersi sulla conservazione dello status quo perché il diritto segue necessariamente l’evoluzione della società, con alcuni punti sacri e inviolabili che sono assolutamente non negoziabili.
Edoardo Salzano introduce l’articolo con la seguente battuta:
"Con buona pace di quanti cianciano di “diritti edificatori” attribuiti dai piani urbanistici e non revocabili senza pagare. Una nota, e il testo della sentenza 2418/2009".
La sentenza afferma dunque il principio che i piani urbanistici non attribuiscono diritti edificatori non revocabili e Salzano sembra attribuire alla legge un potere ed una forza definitiva e quasi di verità assoluta, quasi fosse la legge a determinare la realtà e non l’inverso. Io vorrei mostrare che vi sono in quella sentenza parti assolutamente logiche che derivano dalla funzione stessa del diritto e parti che non trovano fondamento nella realtà ma, al massimo, la trovano solo in quella specifica e particolare situazione e in base a concetti urbanistici assolutamente aleatori se non inesistenti nella sostanza. Non che la sentenza sia sbagliata, non lo penso proprio, ma quella sentenza si basa, come tutte le sentenze, su una "verità giuridica", che non è detto sia una "verità fattuale" e ciò che è sintomatico è proprio il fatto che un urbanista mostri tanta soddisfazione di fronte ad una sentenza che, per sua natura, potrebbe non corrispondere alla reale situazione urbanistica.
La motivazione al primo quesito afferma che “mentre la variante di PRG assume immediata efficacia, per contro non sussiste alcuna approvazione di atto giuridico che sia perciò assurto al rango di uno strumento urbanistico efficace (nella specie attuativo, ad iniziativa di parte privata, quale il piano di lottizzazione) e del quale debba in qualche modo tenersi conto”. Questa è assolutamente corretta perché è il diritto stesso che stabilisce quelle regole che servono a garantire i rapporti e le gerarchie tra i piani, le procedure di approvazione e quant’altro, in modo tale che vi sia certezza del diritto, e in questo caso l’adozione del PRG è intervenuta prima dell’approvazione del piano attuativo, dunque nulla da eccepire sulla prevalenza dello strumento generale sul piano attuativo.
Ma che dire della motivazione su cui si basa il diritto del pubblico di variare il regime delle aree?:
“…tale correlazione non può fondare alcun vizio di illegittimità, rappresentando il contenuto stesso del legittimo esercizio dello “jus variandi” in sede pianificatoria e comporta proprio il potere di mutare il regime giuridico-urbanistico dell’area, che vede quindi cambiare la sua “vocazione” in senso giuridico (nella specie da edificatoria ad agricola). Altra nozione è invece rappresentata dalla “vocazione” intesa come la situazione dell’area nelle caratteristiche geomorfologiche del contesto in cui essa si trova al momento dell’esercizio del potere pianificatorio e quindi indipendentemente dalla destinazione giuridica sino a quel momento impressa ma che può avere o meno avuto esplicazione mediante un effettiva trasformazione del territorio. Ed è tale situazione che viene in rilievo rispetto alla nuova destinazione giuridico-urbanistica che all’area si intende conferire e che, come correttamente confermato dal TAR, il Comune risulta aver nella specie preso in considerazione ove ha evidenziato (nello studio preliminare e carta d’uso del suolo) che l’area ha oggettivamente caratteristiche agricole essendo di natura “seminativo-irrigua”. Rispetto a tale valutazione tecnica, quindi, la scelta del nuovo PRG di imprimere destinazione agricola è del tutto coerente […]”.
Cosa significa questa motivazione? Significa che il Comune ha la potestà di variare il regime giuridico-urbanistico dell’area, e anche qui nulla da obiettare, ma questa variazione si basa su una diversa “vocazione” dell’area stessa, e qui c'è il punto debole. Si noti bene che nella sentenza si scrive, correttamente, “vocazione” giuridica.
Non voglio essere equivocato, non contesto la sentenza, contesto il fatto che Edoardo Salzano creda, o mostri di credere, che la sentenza affermi “una verità assoluta”, quando è palese che non è così. Se un’area aveva precedentemente una “vocazione” edificatoria come fa a cambiare tale “vocazione” in agricola? La vocazione dei terreni è evidentemente a geometria variabile e comunque è ben difficile che la trasformazione passi dall’edificabile all’agricolo, a meno che quella precedente destinazione non fosse frutto di qualche strano marchingegno per cui fosse stata resa edificabile una zona in mezzo alla campagna. Ma anche in questo caso si dimostra la assoluta mancanza di “verità” della sentenza, rispetto a quanto ne sa Salzano e anche noi, perché, come minimo, bisognerebbe conoscere le reali condizioni dei fatti e delle situazioni.
Invece Salzano prende per buono tutto perché la sentenza soddisfa un suo desiderio e una sua convinzione legittima ma su cui è facile constatare la assoluta mancanza di aderenza alla realtà. Inoltre la verifica della “vocazione” dal punto di vista geo-morfologico si basa sulla carta dell’uso del suolo in cui quell’area è indicata come “seminativo-irriguo”; ma è evidente che queste caratteristiche agricole le aveva certamente anche quando venne inserita nel precedente PRG come “edificatoria”!
Può essere questa, per un urbanista, una giustificazione soddisfacente? Per un giurista certamente sì, e io non contesto la sentenza, io contesto Salzano a cui interessa stabilire un principio di tipo ideologico e poco conta se quel principio passa con motivazioni che ad un urbanista dovrebbero apparire, come minimo, deboli, ma meglio sarebbe dire risibili. Se, ragionando per assurdo e per ipotesi, in quell'area fossero state presenti due case e in base a questo "fatto" il CdS ne avesse stabilito la "vocazione" edificatoria, Salzano avrebbe potuto giustamente contestarla perché due case in campagna non costituiscono un inizio di insediamento urbano: ugualmente, l'edificabilità di un'area deriva da ben più complessi rapporti territoriali che non l'essere classificata con la definizione catastale di "seminativo-irrigua".
La sentenza sembra essere, per Salzano, strumentale al fatto di confermare la prevalenza indiscutibile del pubblico sul privato, ma direi la sottomissione del privato al pubblico.
Questo tipo di urbanistica è proprio quella su cui da decenni si dibattono autorevoli esponenti del mondo della cultura; è una cultura urbanistica politicizzata, ideologizzata, che lotta sulle procedure che sono diventate fine invece che mezzo per raggiungere l’obiettivo di progettare un ambiente urbano migliore di quanto non sia stato fatto fino ad ora con tutte queste leggi e sentenze.
Molto bene, professor Salzano, c’è la sentenza giusta e non sarà realizzata quella lottizzazione, ma adesso cosa facciamo: aspettiamo un’altra sentenza, magari contraria, e così il processo può continuare all’infinito e dare voce ad altri autorevoli esponenti dell’urbanistica per condurre la loro guerra?
Nel frattempo la città va avanti e senza alcuna relazione tra quella sentenza e il fatto che vada avanti nel verso giusto, non fosse altro per il fatto che nulla si sa di quella situazione. Ma questo non è significativo perché quello che conta è il risultato politico.
30 maggio 2009
LA PRESA IN OSTAGGIO, ESTETICA, DEL DOLORE
Pietro Pagliardini
Rudy Ricciotti è, per me, il prototipo dell’archistar, forse suo malgrado, non saprei dire. Però devo riconoscere che quanto da lui detto nel comunicato stampa rilasciato al Centro Studi CESAR, sul tema “Archistar a L’Aquila”, mi è sembrato ragionevole e, soprattutto, intellettualmente onesto.
In particolare questa frase mi ha colpito:
"È impensabile a mio avviso - ha osservato - che ci sia una presa in ostaggio, estetica, del dolore; questa è piuttosto una questione politica. Se veramente dovessero venire coinvolte delle archistar, queste dovrebbero confrontarsi con le più umili necessità, con i budget più modesti e con i programmi più urgenti, come la ricostruzione delle abitazioni per le famiglie. La bellezza è sempre utile ma la priorità va data all’efficacia sensata".
La chiarezza con cui ha inquadrato il “fenomeno archistar” nella sua essenza profonda e ineluttabile è formidabile. Quando Ricciotti parla del rischio di “una presa in ostaggio, estetica, del dolore” non credo voglia fare del facile moralismo, non vuole dire che qualunque archistar andrebbe volontariamente a fare la passerella tra i terremotati, in barba ai lutti subiti; non vuole attribuire a nessuno in particolare il cinico calcolo professionale di sfruttare il terremoto come una ghiotta possibilità di apparire a livello mediatico. A me sembra proprio che Ricciotti abbia capito la ineluttabile, intrinseca e tragica “condanna mediatica” di un’operazione del genere se affidata alla presenza delle archistar.
Qualunque progetto, anche non eseguito, ma direi qualunque dichiarazione fatta sul campo da una qualsiasi archistar avrebbe una risonanza spettacolare, capace di coprire la realtà della fatica della ricostruzione, anche contro la volontà dell’archistar stesso e di mettere in secondo piano i problemi e i drammi umani dei cittadini di L’Aquila.
Le archistar, per loro natura, devono apparire continuamente, devono essere al centro dell’attenzione di TV e giornali. Loro sono archistar proprio per questo, altrimenti sarebbero bravi e normali architetti. Non può esistere l’archistar che si mimetizza, che si mette in seconda linea, che “si confronta con le umili necessità” perché il suo progetto sarebbe in ogni modo sotto i riflettori e dovrebbe esprimere comunque “una tappa” del suo lavoro e non potrebbe permettersi il lusso, un vero lusso, di fare un’opera “normale”, modesta, umile, non riconoscibile. Se anche lo facesse verrebbe interpretata, suo malgrado, come un’opera che si è calata nella realtà ma che porta impresso il marchio dell’architetto. La macchina mediatica del successo svolgerebbe, per conto dell’archistar e indipendentemente dalla sua volontà, la “presa in ostaggio, estetica, del dolore”.
L’archistar, fino a che non decade, è condannato ad essere grande e famoso comunque e a coprire e sovrastare tutto ciò che gli è intorno. Non è certo una novità, questa, per il mondo dello spettacolo e ormai non lo è neanche più per il mondo dell’architettura.
Ricciotti mi sembra abbia avuto il merito di cogliere il fenomeno archistar in tutta la sua dimensione mediatica e perciò effimera e questo, a prescindere dal fatto se egli stia o meno all’interno del cerchio di quel fenomeno, non può non essergli riconosciuto come prova di grande intelligenza.
23 maggio 2009
PRATICHE PRE-MODERNE DELL'URBANISTICA MODERNA
Pietro Pagliardini
Una serie di commenti piuttosto critici agli ultimi tre post hanno affrontato il rapporto tra l’urbanistica, ma direi meglio l’abitare, e la libertà. In realtà credo che questi commenti fossero lo strascico di un precedente post, quello dell'Arch. Pier Lodovico Rupi, nel quale si sosteneva, in maniera esplicita, che le principali scelte urbanistiche fatte dal dopoguerra ai giorni nostri sono state influenzate da precise e consapevoli scelte politiche e ideologiche. Premesso che io condivido i contenuti di quel post, altrimenti non lo avrei pubblicato o almeno l’avrei fatto prendendone le distanze, non intendo proseguire quel discorso che mi sembra svolto in maniera egregia, esauriente e documentata dall’autore, quanto di riaffermare, più in generale, che la visione politica di una società si ripercuote in maniera consistente e diretta nella visione della città e nel rapporto, infine, tra stato e cittadini.
Non che io pensi che questa sia una mia grande scoperta, anzi direi che a me sembra così ovvio e scontato da apparire perfino banale doverci ritornare, ma sembra invece che questo aspetto sia dimenticato o rimosso al punto che, quando se ne è parlato, sono stato sospettato di farlo strumentalmente, in funzione di subdoli fini elettorali.
Giova perciò ricordare, per l’ennesima volta, che politica deriva da polis, città, e dunque la politica altro non è che l’arte di amministrare la città e in quest’arte rientra, a pieno titolo, la modificazione fisica della città la quale ha, ovviamente, influenza diretta sulla vita dei cittadini; perciò l’urbanistica, almeno per certi aspetti, è il metro per misurare il rapporto che esiste tra stato e cittadini e, in ultima istanza, per giudicare il grado di libertà che una società esprime.
Francesco Finotto, nel suo bel libro “La città aperta”, saggi Marsilio, 2001, ha mirabilmente sintetizzato questo rapporto stato-cittadini con questa frase ad inzio libro:
“In che cosa consiste l'urbanistica moderna? Nella possibilità di condurre una pratica premoderna in una società moderna. Di fare una politica premoderna in una società moderna”.
La pratica pre-moderna è certamente quella che costringe gli individui a sottostare a limitazioni e controlli della collettività nell’uso del bene privato, in una società fortemente individualistica.
L’urbanistica moderna è il risultato del conflitto continuo tra il diritto alla libertà dell’individuo, che è anche diritto di disporre della proprietà privata, e l’esigenza di imporre limitazioni a questo diritto. Questo limite è connaturato all’idea stessa di città, che è spazio collettivo in cui si devono armonizzare interessi diversi, per cui esiste una soglia oltre la quale il diritto dell’individuo collide con quello degli altri e, infine, con la collettività. L’esempio più semplice è, ovviamente, quella parte del Codice Civile che impone determinate regole tra i confinanti.
Continua il libro di F.Finotto:
“Si tratta di un vero e proprio rovesciamento di termini: prima era la libertà a doversi giustificare; la politica era di per sé legittima. Ora accade il contrario: è la libertà ad essere legittima; la politica, anche quella urbanistica, deve legittimarsi, fornire spiegazioni, darsi una teoria credibile, accettabile”.
Non si pensi, da queste poche righe, che il libro appartenga alla categoria dei libri militanti; è invece un serio esame storico delle varie teorie urbanistiche nate con la rivoluzione industriale e del conflitto tra la libertà dei cittadini e il disegno urbano.
Contrariamente ad altre realtà, quali ad esempio gli USA, dove esistono vaste aree il cui territorio non è sotto la giurisdizione di nessuna Contea o ente territoriale e in cui comunità di privati possono auto-organizzarsi (1), in Italia non esiste cmq di territorio che sia libero da tale giurisdizione e si può anche affermare che non è data città europea che possa ammettere una totale assenza di regole. Ciò che non è affatto naturale è il metodo con cui avviene questa limitazione.
Una breve citazione:
"La prima imposta (sulla casa), di questo genere fu il denaro del focolare, ossia un’imposta di due scellini per ciascun focolare. Per accertare quanti focolari vi fossero nella casa era necessario che l’esattore entrasse in ogni camera della casa. Questa odiosa visita rendeva odiosa l’imposta. Perciò, subito dopo la rivoluzione, essa fu abolita come segno di servitù". (Adam Smith- Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle Nazioni).
L’odiosa visita è esattamente l’atteggiamento prevalente nel rapporto tra stato italiano e cittadino. Uno stato occhiuto e invadente è preoccupato di ogni intervento, anche minimo, che viene fatto entro le mura domestiche. In realtà lo stato, attraverso norme di questo tipo, esercita un controllo sociale capillare proprio nello spazio sacro ed inviolabile di ciascun individuo, la casa, che la stessa Costituzione Italiana tutela, dichiarandola appunto inviolabile (art. 14 - Il domicilio è inviolabile).
Paradossalmente, tanto è curioso lo Stato di quanto accade dentro casa quanto è indifferente a ciò che avviene fuori di essa. Sembra avere dimenticato che “l’opera esterna non appartiene al proprietario quanto alla città”, e così ha fatto norme che rendono superflua la Commissione Edilizia e ha inventato la DIA che non è soggetta a valutazione di merito. Le procedure burocratiche sono aumentate a dismisura ma l’unica che è stata tolta è proprio l’ultimo residuo di un passato capace di dare senso alla scelta di condivisione del progetto, da sempre, specie per le opere importanti, appannaggio della civitas.
Controllo sociale in casa, indifferenza al valore della qualità della città.
C’è, inoltre, l’esclusione dei cittadini dalle scelte importanti per la città.
Almeno dal 1200, le principali scelte per quelli che Marco Romano chiama i “temi collettivi” non sempre sono state imposte alla città, anzi spesso sono state rimesse nelle mani dei cittadini in varie forme, tra cui quella del concorso. Osservo dunque che nella società pre-moderna l’urbanistica presentava qualche segno di maggiore modernità che non in quella moderna.
Senza voler mitizzare il passato non si può cioè non constatare che la “forma” della città era decisa con metodi più democratici di quanto avvenga oggi.
Sul piano della libertà individuale, il fallimento dell’urbanistica moderna è dovuto anche all’imposizione dall’alto delle idee elaborate da architetti ed urbanisti che, dal Bauhaus in poi, passando per Le Corbusier, sono riusciti ad imporre l’idea di essere loro gli unici depositari della conoscenza e della verità. Questa cultura architettonica elitaria, che ben si sposa oggi con la globalizzazione economica e culturale, configura l’idea di un potere non democratico e rifiuta con disprezzo la possibilità che i cittadini abbiano qualsiasi capacità di decidere.
Scrive Le Corbusier in una lettera del 1946:
“L’alloggio è lo specchio della coscienza di un popolo. Saper abitare è il grande problema, e alla gente nessuno lo insegna”.
Anche Platone nel Politico afferma:
“Non crederemo certo che sia possibile che una moltitudine in una città possa acquisire questa scienza?..Una moltitudine di persone di qualunque genere non diverrà mai in grado di amministrare la città con intelligenza per avere acquisito tale scienza”.
La sintonia è perfetta e dunque di pre-moderno in campo urbanistico non c’è solo la limitazione dell’uso del bene privato ma c’è anche il patto tra sapere e potere, appannaggio degli esperti e della politica, e da cui il popolo è escluso in quanto ritenuto ignorante.
Di un’applicazione diretta e grossolana di questo pensiero ne è testimonianza l’uso invalso nella Russia di Stalin di costruire abitazioni con servizi collettivi e comunitari, al punto che i singoli alloggi erano progettati privi di cucina, allo scopo di fare forzosamente convivere insieme gli abitanti anche in uno dei momenti più intimi della famiglia, quello cioè dei pasti, annientando così la libertà individuale ma anche scardinando la famiglia stessa, annullata e assorbita nel bene supremo che è la collettività, cioè lo Stato. Un sistema che è stato veicolato dalla critica urbanistica occidentale al mondo come una forma superiore di vita collettiva, suffragando questa idea con il fatto che essa è nata proprio nell’occidente stesso, dove analoghi concetti furono poi applicati e magnificati nell’Unitè d’habitation di Le Corbusier.
Ecco dunque che si giustifica, all’uscita della proposta di legge del Piano Casa , la reazione immediata e viscerale di alcuni governatori, con il loro: “Noi non lo adotteremo”. Perché tanta reattività, poi in parte rientrata, pena la defenestrazione da parte della base? Perché il diritto automatico all’ampliamento del 20%, piccola cosa in verità, mette in discussione il potere di controllo della politica su milioni di proprietari di case. Il piccolo proprietario avrebbe ottenuto, probabilmente, lo stesso incremento nel corso del tempo, al piano regolatore successivo, ma passando, in questo caso, per tutta una serie di procedure in cui sarebbero stati i vari enti ad elargire, al termine di quell’estenuante rito collettivo che è la trattativa del piano, durante il quale il cittadino viene portato ad essere totalmente alla mercé della politica e della tecnica (in genere architetti e geometri).
In questo senso il Piano Casa ha destabilizzato uno schema politico consolidato, è stato cioè un gesto dal forte significato liberatorio.
Se dunque è inevitabile che l’urbanistica sia praticata attraverso strumenti pre-moderni è anche vero che si tratta di dosare tale strumenti in modo tale che si ribaltino i ruoli, e l’onere della prova, per poterli applicare, spetti allo Stato. Deve insomma avere fine l’atteggiamento punitivo che caratterizza il tono, lo spirito e la sostanza di molte leggi.
L’interesse pubblico esiste in campo urbanistico ma le limitazioni all’uso del bene, e dunque alla proprietà privata, per essere accettate devono essere fortemente motivate da un interesse pubblico e trovare contropartite in efficienza dell’amministrazione pubblica, in incentivi e in partecipazione dei cittadini alle scelte fondamentali della città.
Perciò la città deve essere chiamata a prendere le decisioni importanti, come è avvenuto, ad esempio, per la tramvia in Piazza Duomo, a Firenze. Possono essere trovati anche metodi più informali ma ciò che conta è che passi questo principio: la città appartiene a tutti i cittadini e non solo ai politici e tanto meno ai gruppi economici e agli architetti; nel caso di nuovi importanti insediamenti, di opere pubbliche, di progetti di concorso, si affianchi al giudizio degli esperti quello dei cittadini, senza bollare la democrazia come populismo dato che il suo contrario è proprio l’autoritarismo platonico.
Nota 1) vedi questo link all’Istituto Bruno Leoni sul caso Partigliano:
http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_134_Boccalatte.pdf
15 maggio 2009
UNA CLASSE DIRIGENTE SENZA MEMORIA
Pietro Pagliardini
Non so dire come possa essere accaduto, né quando, ma è un dato incontrovertibile che la grande maggioranza della nostra classe dirigente ha perduto la percezione del tempo, della storia e con essa la memoria. Per classe dirigente intendo i politici, gli amministratori, i sindaci, il mondo della cultura (almeno quella che più appare), il mondo accademico, i media, le professioni, perfino le Soprintendenze che per definizione dovrebbero essere deputate a tramandarla intatta a chi verrà dopo di noi.
Come decifrare diversamente quello che sta accadendo nelle nostre città, in quasi tutte le città, comprese le nostre grandi città d’arte, compreso il povero Abruzzo che, dopo i danni del terremoto, dovrà subire anche la devastazione degli architetti famosi (per una volta non li chiamerò archistar), degli uomini immagine e simbolo stesso della perdita della memoria?
Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, la caduta del muro di Berlino e la vittoria, senza guerra, dell’Occidente e dei suoi principi di libertà, Fukuyama parlò di fine della storia. Non ho letto i suoi scritti ma solo articoli di giornali e riviste e ricordo che il senso del suo pensiero consisteva nel fatto che la democrazia liberale sarebbe stato il punto di arrivo del lungo cammino umano dal quale non sarebbe stato possibile tornare indietro. Dunque l’obbiettivo, almeno sotto il profilo politico, era stato raggiunto e, in questo senso, la storia avrebbe potuto considerarsi chiusa. Da molto tempo non mi appassionano più le grandi visioni e previsioni sul futuro e anche allora non detti molta importanza a questa teoria. Credo di avere avuto una facile ragione (lo scetticismo, purtroppo, premia sempre).
Però, in fondo, anche Fukuyama un po’ di ragione deve averla avuta perché, se è vero che il cammino dell’uomo prosegue, e con esso la storia, secondo strade difficilmente prevedibili da chiunque, è altrettanto vero che tutto ciò che è accaduto prima di quella data sembra dimenticato, rimosso, cancellato, come accade ad uno sportivo che, dopo aver tagliato il traguardo per primo, si gode la sua vittoria senza pensare a come essa sia maturata.
Molti sono gli esempi in tal senso, e non solo nel campo della cultura, dell’architettura e dell’arte; solo per citarne alcuni e per capire quanto sembrino lontane certe prospettive, almeno per me che, pur avendo i miei bei anni, non sono ancora medicalmente considerato vecchio e nemmeno anziano: l’eugenetica, che io associo all’infame vicenda del nazismo e che invece oggi ritorna travestita da conquista umanitaria e libertaria; l’anti-semitismo, tanto deprecato a parole ed esorcizzato con le dilaganti gite scolastiche ai campi di sterminio, quanto presente in maniera strisciante nella società e macabramente conclamato in alcune situazioni; le guerre di religione, che sembravano appartenere a secoli bui e lontanissimi da noi e che invece sono drammaticamente presenti in ogni parte del mondo. E molte altre.
Non sono questi, segni evidenti di perdita reale e pericolosa di memoria?
Lo stesso fenomeno si presenta, in maniera drammatica, nelle nostre città, nella percezione che la classe dirigente, appunto, ha dell’immenso e incommensurabile patrimonio culturale e architettonico che ci è stato consegnato e che essa sta distruggendo in nome di una generica e indistinta modernità.
Accade che la mancanza di pensiero riesce a far convivere gli opposti senza alcun ritegno o rigore logico; si prenda la parola magica che ricorre ormai più frequentemente parlando di architettura e urbanistica: “sostenibilità”.
Io non ho capito veramente cosa intendano dire quando la citano (spesso dubito che lo sappiano anche coloro che ne abusano) perché ormai viene appiccicata dappertutto, anche per vendere un Hammer, ma suppongo che vogliano significare la convinzione della esauribilità delle risorse del pianeta e dunque della necessità di farne un uso accorto e parsimonioso. A prescindere dal fatto se sia ragionevole o meno immaginare la fine delle risorse del pianeta in tempi rapportabili alla vita umana e non piuttosto a quelli dell’universo o almeno del sistema solare, mi verrebbe da pensare che ad un tale atteggiamento, giusto o sbagliato che sia scientificamente, dovrebbe corrispondere, come logica conseguenza, un’idea di “conservazione”, di rispetto per l’ambiente nella sua interezza, comprendendo in essa sia la poca natura incontaminata e selvaggia rimasta che la molta natura antropizzata esistente.
Mi parrebbe un modo di pensare e di comportarsi coerente con il concetto stesso di sostenibilità e, poiché l’Italia è praticamente tutta antropizzata, vale a dire che non esiste quasi area del paese che non sia stata modificata e adattata dall’uomo alle proprie esigenze (economiche, estetiche, sociali, psicologiche ) e dato che, di questa opera dell’uomo, la città è la massima espressione, proprio per questo essa dovrebbe essere oggetto di grande attenzione e tutela, specialmente in quelle parti che sono riconosciute come le più belle, le più ammirate dal mondo intero, le più irriproducibili perché nate in periodi storici completamente diversi dal nostro e che perciò meritano rispetto più di ogni altra cosa, per essere tramandate alle generazioni future.
Non vorrei tirare in ballo l’entropia in maniera impropria e non strettamente scientifica ma se una città presenta una forma ordinata e armonica e ha una sua struttura urbana forte e leggibile e in essa si introducono elementi esterni diversi e incongrui che la rendono illeggibile e ne indeboliscono e diluiscono la struttura originaria, si passa da uno stato di ordine ad uno stato di disordine ed è un processo che, almeno letterariamente e intuitivamente, aumenta l’entropia perché si perde informazione e perché quel processo è irreversibile.
Eppure processi di questo genere sono generalizzati tra amministratori e sindaci, i mandanti, con il silenzio colpevole delle Soprintendenze e con gli architetti come esecutori materiali. Gli esempi sono numerosi e noti.
L’Ara Pacis su cui a me sembra persino paradossale dover discutere: un progetto modesto in sé del quale Camillo Langone si domandava, appropriatamente, perché aver chiamato un americano famoso per ottenere un progetto che avrebbe potuto fare un geometra qualsiasi.
La pensilina di Isozaki, la seggiola come la chiama qualcuno, il gazebo come lo chiamo io: roba da bocciare a Composizione 1.
I parcheggi a ridosso della Fortezza da Basso, come dicevo nel post precedente, non opera di archistar, ma gravissima per il fatto stesso che una simile offesa alla città abbia potuto ottenere tutte le autorizzazioni del caso, compresa la Soprintendenza, senza che nessuno si accorgesse di quello che sarebbe accaduto (ma ci dobbiamo proprio credere a questa disattenzione?). Un caso emblematico di mancanza di classe dirigente nel suo complesso. Se son si fosse mobilitata l’opinione pubblica, che ha bloccato in corso d’opera la costruzione dell’ultimo piano, adesso saremmo addirittura al ridicolo internazionale!
La tramvia, sempre a Firenze, che chiude completamente la vista dell’ingresso e del viale del Parco delle Cascine!
E’ questa la sostenibilità, è questa la modernità sostenibile?
E non c’è differenza politica che tenga, in questo campo: Milano, Torino, Roma, Firenze, tutte rigorosamente schierate in quest’ottica modernista di ricerca dell’effetto spettacolare.
Ma se la memoria l’ha perduta il sindaco de L’Aquila allora vuol dire che la malattia è all’ultimo stadio.
Come è potuto accadere tutto questo?
La domanda non me la pongo per gli architetti, che sono stati i mandanti culturali della tabula-rasa, e che ritengo, nella grande maggioranza, ormai persi ad ogni ragionamento serio sulla città ma direi, semplicemente, a volere e sapere prestare attenzione alle caratteristiche e al sapore di un luogo rispetto ad un altro. Non me la pongo perché è una battaglia persa ma so anche che, se cambiasse la committenza pubblica ed istituzionale, se almeno questa avesse conservato una percezione minima del carattere della propria città e ne chiedesse con autorevolezza il suo fermo rispetto, gli architetti si adatterebbero, eccome, e rientrerebbero nei ranghi velocemente, anche se con difficoltà per la mancanza di attitudine mentale ad una interpretazione del progetto che non sia puramente “creativa”, cioè infischiandosene del contesto e del luogo e pensando all’architettura come se fosse design.
Mi pongo la domanda per le Soprintendenze, in cui enorme è il divario tra il trattamento che riservano al cittadino che vuole rifare il tetto rispetto all’Amministrazione che vuole “riqualificare” una piazza e a cui tutto viene consentito; e più contemporaneo è il progetto più esse si sentono interpreti del tempo e in linea con la modernità perché non sia mai che possano essere tacciate dell’accusa di essere “conservatori”.
Mi pongo la domanda per la classe politica che, cadute le ideologie del ‘900, sembra ritrovarsi smarrita e senza valori di riferimento, senza saper discernere ciò che è effimero da ciò che è permanente e si comporta come il nativo americano davanti a Cristoforo Colombo, scambiando inutili oggetti luccicanti con l’oro.
La vera tabula-rasa è nella testa di molti sindaci che aspirano al grattacielo, al grande nome, a lasciare un segno forte che li porti all’attenzione delle cronache come innovatori, invece che dedicarsi ad interventi di manutenzione e restauro piuttosto che squalificante “riqualificazione”; invece che acquistare gadgets costosissimi dissolvendo un patrimonio culturale non riproducibile e fare operazioni altamente “insostenibili”.
P.S. Leggo ora sul Corriere della Sera dello strano caso di un uomo che ha perso completamente la memoria ma cita a raffica particolari minimi e dettagliatissimi di tutta la sua vita che però sono frutto della sua fantasia. I medici hanno dato un nome a questa forma di amnesia: "iperamnesia confabulatoria".
Mi sembra un termine che ben si adatta al sindaco di L'Aquila che dice di ricordare benissimo, e di rimpiangere anche, il suo centro storico distrutto e poi dichiara di voler chiamare le Archistar per ricostruirla!
14 maggio 2009
SGARBI: SINDACO NON CONSEGNI L'AQUILA ALLE ARCHISTAR
LINK A IL GIORNALE:
VITTORIO SGARBI: Sindaco, non consegni l'Aquila nelle mani di archistar come Fuksas
13 maggio 2009
ARCHISTAR PER RICOSTRUIRE IL CENTRO STORICO
Pietro Pagliardini
“Via Fortebraccio, via Bone Novelle, via San Martino, via Garibaldi, il Corso, i vicoletti di zona Pretatti e Ortolani dove nelle domeniche d’estate al tramonto andavo a passeggiare con mia moglie. Ecco, tutto questo vorrei farlo tornare com’era prima”.
E’ il sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente, che, sul Corriere della Sera parla e ricorda con affetto e rimpianto sincero luoghi cari a lui e sua moglie. E par di vederla questa coppia felice aggirarsi a braccetto tra strade dai nomi noti e vicoletti con squarci di cielo tinti di rosso. Se non ci fosse il titolo dell’articolo ad averci avvisato del contenuto dell’intervista, verrebbe da pensare che il sindaco abbia in mente una ricostruzione “dov’era e com’era”. Verrebbe da pensare che il sindaco di L’Aquila abbia presente il sindaco di Gemona in Friuli. Verrebbe da pensare che, insieme alle case degli aquilani, egli sia fermamente intenzionato a ricostruire la loro memoria, a conservare la loro identità, a riaffermare la resistenza dell’uomo alle forze della natura.
Invece c’è quel titolo che fa comprendere tutto. Tutto fuorché le parole del sindaco, in patente contrasto con la sua intenzione di chiamare le “grandi star dell’architettura” per ricostruire la sua città.
Risulta difficile persino fare ironia. Se, anche per assurdo e contro le mie abitudini, tentassi di mettermi nei panni altrui e mi sforzassi di penetrare nella sua mente per indagare sulle ragioni di una tale scelta, ipotizzando che egli abbia voluto fare una provocazione, oppure che voglia tenere alta l’attenzione del paese sui problemi dell’Abruzzo, oppure che sia un convinto assertore dei progetti spettacolari e modaioli delle Archistar e che sia un seguace di quel filone di sindaci che, in mancanza di idee per la propria città, utilizza la scorciatoia del grande nome per mettersi al riparo da critiche e per gettare fumo negli occhi ai suoi concittadini; se anche ci provassi non potrei riuscirci perché non c’è un minimo di razionalità e logica tra i dati e la soluzione del problema: far tornare come prima quell’ambiente e quell’atmosfera che dice di rimpiangere con i progetti delle archistar!
E’ concettualmente sbagliato che qualsiasi membro appartenente alla categoria “archistar”, a prescindere da giudizi di merito, possa e voglia cimentarsi nel “dov’era e com’era”, in base alle dichiarate aspettative del sindaco, altrimenti non farebbe parte di quella categoria ma di un’altra.
Ma il sindaco non lo sa, evidentemente, e forse pensa, in buona fede, che sia conciliabile una città “dagli scorci inimitabili: archi, portici, cortili, davanzali” con opere in acciaio, vetro, grigliati, c.a., ecc.
D’altronde ci vuole comprensione perché non è solo, come già detto: a Firenze, che per fortuna non ha avuto terremoti, ma ha avuto un sindaco del 6° grado Richter, si ritrovano con una Fortezza da Basso coperta da una lato da un parcheggio semi-interrato cui è stato anche eliminato un piano in corso d'opera, e dall’altro da una lunga reception in acciaio e vetro, dove lo sforzo e la capacità del progettista non possono essere sufficienti ad impedire l'inevitabile ingombro visivo delle mura; si ritrovano anche una Piazza Santa Maria Novella “riqualificata” con sedute a parallelelipedo in acciaio corten e anche in vetro e acciaio uso teca per orefici e una pavimentazione, di quello che è divenuta uno slargo indistinto, in pietra ma con rigatura trendy, uso show-room. Forse queste opere, dei cui autori non so il nome, non sono archistar in senso stretto ma fanno parte della stessa logica perché sono liberi, creativi, artisti insomma. D’altronde si sono cimentati nel superbo tentativo di competere e confrontarsi con il Sangallo e Leon battisti Alberti e chi se non un artista può competere con questi nomi.
Il sindaco Cialente è “sub commissario per la ricostruzione del Centro Storico”, e lui chiama le archistar! Ma oltre il sub commissario, io dico, ci sarà un supercommissario che stia sopra il sub e che lo richiami alla realtà? Se non ci fosse .... non ci resta che sperare in Bruno Vespa.
L'immagine aerea è tratta da Microsoft VirtualEarth
5 maggio 2009
OGNI SANA RIVOLUZIONE URBANISTICA DEV’ESSERE ORIZZONTALE
Questo articolo, scritto da Paolo Masciocchi, da Pietro Pagliardini e da Nikos Salìngaros, è stato pubblicato da Il Foglio il 30 aprile 2009.
Il Vice Direttore Esecutivo de Il Foglio, Daniele Bellasio, ci ha autorizzato a postarlo.
Il dibattito di questa stagione politica, teso tra città da ricostruire e incentivi a rideterminare periferie e aree urbane sterili, mostra che l’Italia si sta preparando ad un’importante revisione del pensiero urbanistico delle città. Per meglio contribuire a questo cambiamento radicale, desideriamo esporre la nostra proposta.
La ragione per la quale si realizza una città è la costruzione e la crescita della comunità dei cittadini che la abitano. E la comunità urbana non riesce a svilupparsi al di fuori di proprietà geometriche molto precise dell’abitato.
“Città” significa una rete di spazi pubblici definiti dal tessuto edilizio urbano, da realizzare con dimensioni in scala umana, secondo proporzioni e rapporti matematici che possono risultare facilmente sensibili all’intervento umano. Su questa struttura geometrica, che richiede l’attività degli esperti e non può essere demandata alla politica, va a sovrapporsi lo sviluppo di una maglia connettiva che permette l’interazione di singole reti molto diverse tra loro, come quella pedonale, del trasporto pubblico, la rete automobilistica e la rete industriale degli autotrasporti e delle ferrovie. In forza di questa visione, è possibile creare una città compatta nella dimensione orizzontale, che costituisce il punto di partenza per uno sviluppo corretto dello spazio civico. È uno sbaglio credere di ottenere la densità giusta attraverso una crescita verticale della città, perché tale dimensione alimenta un processo di scollegamento tra gli elementi urbani e tra le persone. La nostra soluzione vuole spazzare via la debolezza delle posizioni circolanti con alcune indicazioni precise.
Riteniamo occorra una progettazione delle piazze pubbliche in situ, senza preconfezionate geometrie standard (tipiche quelle a semicerchio), perché ogni luogo genera la propria geometria urbana come conseguenza naturale dell’applicazione di codici generativi.
La nuova città va concepita come una rete di connessioni a cui case ed edifici si devono adattare. [Il tessuto urbano vive di questa simbiosi, e i manufatti architettonici devono trovare collocazione nella sfera della geometria connettiva degli spazi della città. E ancora, desideriamo allontanarci dai prodotti abitativi mirati e dedicati ad una specifica funzione: i quartieri solo residenziali, le aree solo commerciali, o industriali, o di servizi, nonché le soluzioni urbanistiche rivolte ad un target determinato]. La nuova città costruita secondo il nostro modello assomiglia più al tessuto urbano medioevale che a quello tipico della pianificazione di stampo moderno.
La natura è inclusa in modo intimo, su piccola scala, e strettamente collegata alle strutture artificiali, con la stessa logica dei frattali. Se dunque la matrice centrale è l’individuo, tutto ciò che straborda dalle dimensioni umane è da eliminare alla radice.
Lo studio della biofilia urbanistica ha dimostrato che l’uomo ha bisogno d’uno stretto contatto con la natura, cioè la città umana deve mescolarsi con piante e verde alla scala più intima dell’ambito cittadino, quella del diretto contatto. Tuttavia non basta unire edifici e verde senza criterio, specie se la natura diviene un elemento addolcente e giustificativo di orrori architettonici.
Operare secondo il gusto compositivo individuale dell’urbanista, può condurre facilmente a far smarrire alla natura la sua stessa funzione integrante l’abitato, come è accaduto nelle città intrise del modernismo di Le Corbusier, dei palazzi fluttuanti tra prati sterili e non vissuti.
Gli esempi migliori di aggregazione di edificato e natura sono da ricercare in ciò che rimane dei piccoli giardini della città tradizionale ottocentesca, e ancora nei centri storici delle città europee che sono gli unici a favorire lo scambio sociale. È invece fuori da ogni logica scientifica di vivibilità il miscuglio delle tipologie urbane verticaliste con il verde a corollario, anche inserito a dosi massicce. Tutte le soluzioni così prospettate sono dei non-luoghi utopici, validi solo a suscitare le attenzioni del marketing e un fracasso sensoriale. Infatti, queste tipologie artificiali di abitato non definiscono comunità di esseri umani a causa della loro geometria, che risulta ostativa per sua natura a tale sviluppo.
Dunque, occorre capire cosa si nasconda dietro l’espressione “città-giardino”, perché il nome in sé esercita fascino su molti, inducendo una visione semplice e immediata fatta di un sentimento di ritorno alla natura e di una reazione al caos e al disordine della città contemporanea. Il movimento d’opinione e l’eco mediatico indirizzato a proporre nuovi orizzonti di urbanità ci spinge a consigliare ai politici di non seguire modelli già risultati fallimentari. Tra gli slogan della sinistra pseudo-ambientalista e la visione decisionista della destra, che nelle amministrazioni locali fanno il gioco delle archistar e degli immobiliaristi, occorre che si faccia largo un’opzione innovativa e culturalmente valida, da cui chi governa può attingere senza pregiudizi.
L’urbanistica è una scienza giovane, che risulta essere ancora incompleta, perché dominata da uno spirito fondato su dogmi autoreferenziali. È tempo che la politica e i cittadini se ne accorgano, e contribuiscano a favorire una visione più corretta del rapporto tra il costruire e il vivere bene.
La foto aerea di Arezzo è tratta da Virtual Earth
1 maggio 2009
TUTTI A PARIGI, FINCHE' SIAMO IN TEMPO!
Pietro Pagliardini
Instant-post questo e con ancor meno pretese del solito. Solo un consiglio: chi già è stato a Parigi, ci torni prima possibile e se la goda. Chi non c'è stato ancora, fugga a vederla perchè, se va avanti così, la Parigi che vedranno sarà un'altra cosa.
I 10 progetti per la Parigi del XXI secolo sono arrivati al loro iter finale.
Si dirà: ma Parigi è sempre cambiata, anche in maniera drammatica. Sono state abbattute chiese e monumenti. Sono stati tracciati viali riconfigurando gli isolati in modo drastico. La modernità high-tech è entrata nel cuore della città (e ora si parla di smontarla e rimontarla altrove), i parchi stessi sono qualcosa d'altro che altrove. Ma proprio ieri leggevo che la cosa considerata più brutta dai parigini è il grattacielo Montparnasse (segue l'Opera Bastille), e oggi vedo una selva di guglie alla Gaudì spuntare lungo la Senna!!!
Andiamo a Parigi, finché non sarà come Dubai!
26 aprile 2009
COMMENTO DI VILMA TORSELLI SULLA CHIESA DI FOLIGNO
Ho ricevuto questo commento di Vilma Torselli sul progetto della Chiesa di Massimiliano Fuksas a Foligno. Come faccio spesso quando ho fretta l'ho dapprima pubblicato nello spazio dei commenti, riservandomi di leggerlo con calma. Dopo averlo fatto, pur nella diversità di opinioni, mi sono reso conto che quel luogo era troppo stretto.
Ogni attività creativa dell'uomo produce immancabilmente simboli: unendo significati lontani e sintonizzandoli su un significato comune, l’opera costituisce il medium per svelare intrinseci valori simbolici ed un segno o una forma possono far riferimento ad una realtà non raccontata, ma resa comprensibile alla nostra capacità percettiva al di fuori dei normali processi razionali.
Come afferma Freud, il simbolo è un'eredità filogenetica grazie alla quale l'uomo ha una disposizione mentale che lo mette in grado di relazionare le pulsioni e le emozioni psichiche con gli oggetti, il campo della rappresentazione visiva è quello nel quale queste capacità relazionali vengono utilizzate costantemente e al meglio.
Si dice che "ogni figura racconta una storia", e questa asserzione generale vale per gran parte dell’arte, se si eccettua la ’mera’ decorazione geometrica.", così scrive Gregory Bateson ( "Verso un’ecologia della mente", 1997), e vale, aggiungerei, per l’architettura, che come l’arte è chiamata a istituire un criterio formale che convogli il linguaggio verbale verso la codifica iconica dell’immagine.
Tutte le attività umane, l’arte, l’architettura, che si esprimono attraverso segni acquistano un valore simbolico al di là della rappresentazione pura e semplice, per addivenire attraverso il simbolo alla rappresentazione visibile dell’invisibile.
Se accettiamo l’idea che l’architettura debba immancabilmente organizzare lo spazio secondo una funzione e al tempo stesso rappresentare i modi e il senso nei quali la funzione viene espletata, in relazione al contesto culturale in cui si colloca e che in essa si riconosce (da cui il valore simbolico dell’architettura), si comprende come tutto possa essere simbolo, che lo diventi o meno dipende dal significato che l’uomo gli attribuisce, in determinate circostante, in determinati contesti, nell’ambito di una realtà culturale precisa.
La religione ha sviluppato una vera e propria teologia simbolica, incorporando il concetto che il simbolo è mezzo per denunciare ed al tempo stesso surrogare l’inadeguatezza della parola o dell’immagine ad esprimere il sacro, cosicché l’architettura religiosa è per eccellenza quella che più si esprime attraverso una grande ricchezza di contenuti simbolici.
Tuttavia l’esecutore dell’opera, l’architetto che progetta un luogo sacro, esprime, sì, nella forma architettonica precisi contenuti liturgici e dogmatici codificati dalla tradizione religiosa, ma anche il senso che in quel momento storico e in quel contesto sociale viene annesso a quel tipo di edificio, filtrandolo, e questo è un passaggio chiave, attraverso il suo vissuto umano e culturale conscio o inconscio.
Solo grazie a questo passaggio un’architettura ‘simbolica’ diventa ‘simbolo’ (vedi la La Chapelle Notre-Dame-du-Haut a Ronchamp).
Detta in parole povere, nella chiesa di Foligno Fuksas ci ha ‘messo del suo’, egli stesso spiega il significato della modesta elevazione del terreno, del taglio trasparente alla base, “la sospensione di un volume all’interno di un altro”, ecc.
Questi sono innegabilmente contenuti ‘simbolici’ che si sovrappongono a quelli dogmatici con il rischio reale di prevaricarli (rischio peraltro di tutta l’architettura moderna) e con la possibilità di una reificazione dell’architettura in oggetto architettonico. Ma questo rischio c'è sempre stato e sempre ci sarà, finchè, per fare una chiesa, non decideremo di mettere tutti i dati (dogmatici e liturgici) in un computer che, dopo una bella ‘shakerata’, sfornerà la chiesa perfetta!
Ciao
Vilma
25 aprile 2009
ANCORA LANGONE SULLA CHIESA DI FOLIGNO
Un'altra PREGHIERA del 3 giugno 2008 di Camillo Langone sul Cubo di Foligno ripescata grazie alla segnalazione di un amico.
23 aprile 2009
E SE FOSSE LA VOLTA BUONA?
Questo post è opera di Andrea Pacciani, architetto, che vive e lavora a Parma. Andrea si occupa da oltre 15 anni di progetti architettonici per nuove costruzioni di natura tradizionale, di interventi di restauro e di ristrutturazione. Si occupa di lavori teorici, studi di fattibilità, pianificazione urbana, oltre che di interni e di design.
A fine post c'è un suo profilo più completo.
Finalmente una buona notizia!
Direi che questa sollevata d'armi dell'intellighentia da parte dell'architettura modernista è una vittoria senza precedenti per il Principe di Galles e per le idee che porta avanti con indefessa convinzione da oltre vent'anni.
La notizia non sta nel contenuto della dialettica o dall'esito del dibattito inglese su quell'intervento edilizio, quanto nel cambio di scala di uno dei partecipanti. Che la sua opinione abbia convinto la famiglia reale del Qatar a cambiare i progetti architettonici passa in secondo piano di fronte alla portata culturale della reazione scomposta del sistema consolidato delle archistar; queste infatti hanno sentito la necessità di schierarsi compatte contro un vero nemico della loro credibilità disciplinare, conclamata a livello planetario.

Fin adesso scarsamente considerato, se non addirittura denigrato o trattato con sufficienza dalla critica architettonica internazionale, con questo evento di cronaca il Principe Carlo viene assunto ad interlocutore “reale” nel dibattito; è evidentemente chiaro che l'eco delle sue teorie cominciano a diffondersi e a dare fastidio e a farsi sentire troppo anche tra i piani alti delle società immobiliari più importanti.
Fintanto che i suoi interventi erano a livello quasi filantropico in difesa di singoli interventi edilizi di modeste dimensioni, anche se di alto valore culturale o testimoniale, gli si lasciava volentieri un osso da mordere. Questa volta invece, per aver toccato interessi economici di scala importante, è arrivata la levata di scudi delle prime donne dell'architettura mondiale abituate a sfidarsi nelle più svariate parti del mondo a colpi di scenografici interventi autocelebrativi
In un periodo di implosione autoreferenziale della cultura architettonica dominante, le lobby immobiliariste globali si sentono evidentemente minacciate dalle pressioni di un personaggio che oltre Poundbury e una manciata di volenterosi seguaci alla ricerca di far vivere bene le persone in luoghi decorosi, non ha costruito niente in confronto a loro e non ha possibilità di ingerenza nella cultura architettonica istituzionale ed accademica (gli hanno anche chiuso tempo fa un'università in cui voleva si insegnasse architettura tradizionale).
Sicuramente solo la forte pressione dello statement immobiliare internazionale, che in questo momento di crisi mondiale ha subìto l'annullamento di commesse importanti un po' in tutto il mondo, ha compattato le vedette internazionali dell'architettura a schierarsi compatte a rivendicare la propria autorità disciplinare.
Da sempre snobbate, per il lignaggio del personaggio, considerato per questo poco credibile da un punto di vista scientifico, le sue tesi oggi possono essere considerate all'avanguardia, intesa come opinione controcorrente allo stato di predominanza culturale, ovvero quella modernista.
Per modernisti intendo semplicemente gli architetti che dal primo movimento moderno fino agli ultimi eclettismi storicistico-moderni (quelli che fanno architettura moderna un secolo dopo, alla ricerca delle radici pure della modernità senza rendersi conto che è cambiato il contesto storico-sociale ), o agli ultimi sperimentalismi (quelli che basta dimenticare gli assi cartesiani e tutto assume un aspetto più innovativo), credono ancora nel potere salvifico del nuovo rispetto al modo di gestire l'antropizzazione del territorio che si è perpetuato per secoli nella storia.
Sicuramente i temi dell'eco-sostenibilità, dello spreco delle risorse territoriali e delle energie non rinnovabili, in questo periodo sulla bocca di tutti, aiutano l'affrancamento delle opinioni del Principe Carlo dalle critiche stilistiche stupidamente prese a pretesto per contestare un modo di fare architettura che invece è integrato ad un sistema di valori di vita che vedono al suo centro il cittadino consapevole della qualità delle proprie scelte e l'identità dei luoghi in cui vive.
Chimera della modernità, la consapevolezza condivisa e partecipata dei cittadini ai temi dell'architettura oggi si manifesta attraverso invece nuovi progetti ed edifici tradizionali che in silenzio stanno conquistando piccolissimi segmenti del mercato immobiliare. Credo sia anche un fatto di comunicazione che si può leggere tra le righe anche in questa vicenda.
Il declino dell'architettura internazionale dello star-system è annunciato dal crescere dell'interesse dei temi dell'eco-sostenibilità ambientale: a questa svolta epocale di ricerca al rimedio del danno procurato dagli eco-mostri, i grattacieli e quant'altro costruito selvaggiamente in termini di risorse ambientali, non è stato ancora corrisposto un forte cambio di linguaggio architettonico di riferimento e ha indebolito le posizioni culturali dell'autorevolezza dell'architettura modernista contemporanea sbilanciata più verso l'impersonificazione del caos, dell'effimero, dell'architettura fine a se stessa.
E' forse il momento di una accelerazione nella comunicazione dell'architettura tradizionale come miglior applicazione dei concetti di costruzione ecosostenibile. Si tratta infatti di un approccio alla progettazione che si integra non solo tecnicamente meglio ad altre concezioni avveniristiche, ma soprattutto con la consapevolezza, per gli utenti, che quegli edifici sono costruiti sui loro bisogni reali e personali e non dei capricci dei progettisti o delle imprese, evidenziando il ruolo centrale della qualità della vita dell'individuo che lì deve abitare.
E' sicuramente il momento per il Principe Carlo di rimboccarsi le maniche e di raccogliere il guanto della sfida: chi meglio di lui può farlo? E' un'opportunità per i sostenitori di una nuova stagione classica per l'architettura, come altre ce ne sono state nella storia, che è al giusto grado di maturazione culturale per arrivare al sua conclamazione più ampia.
A vent'anni dalla pubblicazione del libro del principe A Vision of Britain: A Personal View of Architecture, oggi il Principe Carlo comincia a fare paura a qualcuno: che le lobby immobiliariste delle archistar comincino a pensare di scaricare qualcuno? è troppo presto per crederci, ma se son rose....
Profilo di Andrea Pacciani:
Andrea Pacciani, vive e lavora a Parma: da oltre 15 anni si occupa di progetti architettonici per nuove costruzioni di natura tradizionale, di interventi di restauro e di ristrutturazione. Si occupa di lavori teorici, studi di fattibilità, pianificazione urbana, oltre che di interni e di design.
Il curriculum più completo continua alla fine del post.
Contrariamente al modo corrente di fare la professione oggi in Italia, ha fatto la scelta di progettare e far costruire con i criteri compositivi e tecnologici tramandati dalla cultura costruttiva della tradizione; sulla semplice riflessione che si vive meglio nelle case di una volta che in quelle moderne, ha scelto di riprendere a costruire le prime con i comfort delle seconde.
Nato nel 1965 a Venezia, si è laureato in Architettura al Politecnico di Milano e ha svolto attività didattica in
collaborazione con l'Università di Parma. Ha ricevuto il secondo premio al concorso internazionale “Marsham
Street” Urban Design Competition, Londra (1996); ha organizzato “Le forme della tradizione”, Parma (2004),
convegno con atti pubblicati da Franco Angeli; ha esposto alla Biennale di Venezia (2006) 10° Mostra Internazionale di Architettura nella Mostra Città di Pietra con unprogetto su Punta Perotti a Bari.
Nel 2008 ha vinto il Palladio Award a Boston, premio internazionale per l'architettura classica e tradizionale.
Il suo lavoro è stato pubblicato su varie riviste di settore nazionali ed internazionali, e sul web; tra i suoi
scritti spicca, oltre a quelli dedicati all'Architettura Tradizionale, “L'Arte del Prosciutto”, un libro edito da
Mattioli 1885 che sconfina nella storia dell'arte e della gastronomia.
Parafrasando una frase di S.Agostino, il suo sito www.andreapacciani.com, nel quale viene descritta la sua
attività professionale, si apre con il motto IN INTERIORE HOMINE HABITAT TRADITIO
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21 aprile 2009
FORZA, CARLO!!
Pietro Pagliardini
La notizia è ormai nota: un nutrito quanto inedito gruppo di famosi architetti ha scritto una lettera al Sunday Times per diffidare il Principe Carlo d’Inghilterra dal mettere bocca su un progetto londinese di uno dei firmatari.
La notizia è nota e la do per scontata ma la novità è grande e merita tutta l’attenzione dovuta per i personaggi che coinvolge.
Intanto va decifrato che cosa rappresenta questo gruppo di architetti famosi, possiamo anche dire di archistar, se a qualcuno non dispiace:
- non è un SAR., che non vorrebbe dire Sua Altezza Reale ma Sindacato ARchistar perché, formalmente, non fa rivendicazioni economiche o di tutela del posto di lavoro;
- non è un gruppo di intellettuali che fanno appelli alla libertà, perché protestano contro una presunta, indebita ingerenza di un personaggio pubblico nel normale svolgimento del processo di formazione e approvazione di un progetto edilizio;
- potrebbe sembrare la preparazione di una class-action, cioè quelle cause collettive fatte a tutela di un gruppo di persone, in genere consumatori, contro un soggetto specifico per chiedere un risarcimento dei danni; potrebbe sembrare ma non lo è, perché qui il danneggiato potrebbe essere uno solo, cioè il progettista incaricato, e gli altri non hanno interessi specifici da tutelare.
Ma allora che cos’è?
E’ un errore. E’ la rappresentazione scritta e firmata di una debolezza, da una parte, e di una forza, dall’altra. Non mi riferisco ai soggetti interessati quanto alle idee che essi rappresentano.
Da una parte i più famosi architetti del mondo; ne manca qualcuno, certo; forse coloro che non hanno accettato di certificare per scritto la debolezza di un’idea.
Le riviste straripano dei loro progetti. Alcuni di loro sembrano produrre un progetto importante a settimana. La loro fama non è limitata al mondo degli addetti ai lavori ma ormai sono conosciuti praticamente a tutti, come le rock star, gli attori, le top model.
E’ un fenomeno abbastanza recente e mai conosciuto prima.
E’ un effetto collaterale dell’economia globale.
Non ha affatto aiutato l’architettura a migliorare. Ha assimilato l’architettura ad un bene di consumo come la lavatrice, l'auto, la TV.
Ma l’architettura non è una TV. Se non vuoi la TV non lo compri; sei un originale ma puoi non comprarla. Conosco diverse persone, non molte, che vivono benissimo senza TV.
L’architettura non la puoi rifiutare, quando c’è.
E’ lì, davanti a te. Vai in piazza e te la trovi davanti. Ci lavori dentro l’architettura. Non puoi cambiare città se non ti piace. Vai in un’altra città e trovi altre architetture simili. Ovunque nel mondo trovi architetture così. Nei paesi ricchi ed anche in quelli poveri. Come la TV o la Coca Cola.
Dall’altra parte c’è un Principe. E’ una persona importante. E’ ricco. E’ un difensore dell’ambiente. E’ anche un pittore. E’ un appassionato amante dell’architettura tradizionale. Non so se abbia la TV in casa ma è certamente un originale.
E’ un personaggio controverso che non gode di buona stampa, anche se le sue azioni sono in salita. Potrebbe stare in pace a dipingere e ad andare a cavallo. Invece si occupa di architettura e urbanistica. Ha una fondazione molto attiva e grazie a lui è nato in Europa il primo esperimento di New Urbanism. Che ha un notevole successo di pubblico e di mercato. Per la critica basta aspettare. Ma già si vedono segnali favorevoli.
La sua colpa sarebbe quella di essersi interessato di un progetto presso la proprietà per cambiarne l’architettura, passando dal solito acciaio e vetro ad una più tradizionale. Posso immaginare che sia andato per un tè dal suo amico-proprietario e gli abbia detto, tra un pasticcino e l'altro: "Sarebbe bello che tu costruissi un progetto un pò più inglese, visto che siamo a Londra". E il suo amico avrà pensato: "Quasi quasi..! Faccio contento Carlo e magari lo vendo anche meglio... in questi temi di crisi.... che si guarda più alla sostanza".
Ma questa non è una colpa, è un merito. E allora perché si sono arrabbiati i famosi architetti?
Io penso che non si siano arrabbiati con il Principe.
Io penso che si siano arrabbiati con l’idea di architettura del Principe che sembra finalmente scesa dalle montagne e cominci ad affermarsi nell’opinione pubblica.
L’opinione pubblica non è la gente, perché quella non credo abbia mai cambiato idea, semmai hanno abboccato all'idea di casa come una TV, ma i mezzi d’informazione che cominciano a fiutare l’aria e, cominciando a dare credito a quell’idea, ne amplificano gli effetti.
E allora hanno commesso l’errore. Hanno certificato la debolezza dell’idea di cui sono portatori.
Sarà la crisi? Sarà la moda? Sarà una vera presa di coscienza?
Sarà quel che sarà. L’importante è che sia.
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